la prima forma di libertà è quella del pensiero

Russi ortodossi a Bari: pregate e pagate

gennaio 26th, 2012

emilianoUna grande amicizia in nome di san Nicola quella tra i baresi e il popolo russo, cominciata con un macabro trafugamento di ossa che avrebbe fatto della città pugliese la capitale della venerazione del santo da parte di cattolici e ortodossi. Correva l’anno del Signore 1087 allorché 62 intrepidi marinai di Bari riuscirono a raggiungere con tre navi Myra (Anatolia), terra allora sotto gli infedeli, per impossessarsi dei resti umani del vescovo. Nell’impresa batterono sul tempo i rivali veneziani che, sbarcati solo dopo 13 anni, raccolsero quei pochi frammenti rimasti, sufficienti appena a inventarsi la venerazione di un meno noto san Nicolò sulla laguna.

Negli ultimi dieci anni la presenza di russi e ortodossi che raggiungono il capoluogo pugliese e la Basilica di San Nicola è cresciuta in maniera evidente: in breve si è passati da pochi e timidi pellegrini, folcloristici con le loro litanie e funzioni interminabili, a presenze quotidiane di grossi gruppi che arrivano in aereo o in nave da crociera e sono ormai diventati i veri e indisturbati proprietari della cripta del santo. Ma la presenza di pellegrini non è limitata alla sola chiesa della città vecchia: terminate le funzioni anche le boutique e gioiellerie più esclusive della centralissima via Sparano ringraziano calorosamente il santo per la valuta pregiata che, grazie a lui, arriva nelle loro casse.

Dei turisti provenienti da fuori dell’Unione europea che vengono in Italia a spendere i propri soldi facendo shopping i Russi sono al primo posto con l’86% di quota di mercato. In Puglia ne sono arrivati circa 15mila nel 2011 e il numero dovrebbe salire anche grazie all’abbandono di mete culturali come l’Egitto o di altri paesi del mediterraneo attualmente poco tranquille.
Oltre allo shopping c’è chi scommette che dopo gli inglesi , i prossimi (facoltosi) stranieri disposti ad acquistare un trullo in valle d’Itria o una masseria del Settecento nel Salento, verranno dalla terra di Putin e Medvedev. L’economia russa (in realtà anche quella criminale) è in crescita: non esiste settore mondiale nel quale non ci siano investimenti dei nuovi straricchi dell’Est. L’idea a dire il vero non è originalissima: con l’esempio padre Pio in casa, anche altri amministrazioni pubbliche pugliesi, come la Regione guidata dal devotissimo Nichi Vendola, da tempo inseriscono nei cataloghi promozionali dei competenti assessorati al turismo percorsi spirituali, feste patronali, luoghi di santi e di miracoli e feste di patroni. Ma la cosa con i russi si fa più interessante: altro che i pullman parrocchiali per san Giovanni Rotondo, con i pellegrini con il pranzo a sacco portato da casa che alla città del santo con le stimmate lasciano solo gli spiccioli per il souvenir-statuetta-made-in china di san Pio e un caffè. Perché non cavalcare la fede vera, quella accompagnata da carte di credito Visa e dare inizio, ad esempio, alla sempre annunciata dismissione dei beni demaniali, se la cosa può essere un ottimo investimento?

È quello che deve essersi chiesto il sindaco di Bari Michele Emiliano, che il 23 gennaio ha formalmente e definitivamente regalato la chiesa russa ortodossa risalente al 1913 e situata nella centralissima via Benedetto Croce, quartiere Carrassi, di proprietà comunale, al patriarca ortodosso di Mosca. In realtà l’ex magistrato antimafia, ora primo cittadino, si è fatto prendere un po’ la mano, lanciandosi nella autocandidatura della propria città a sede di un concilio ecumenico o di riappacificazione tra cattolici e ortodossi. Il papa e il patriarca di Mosca davanti a un piatto di riso, patate e cozze annaffiato da Nero di Troia doc: che colpaccio! I diretti interessati per il momento non dicono nulla. L’industria dei pellegrinaggi attende sviluppi. Vuoi vedere che alla fine san Nicola sarà davvero un Santa Claus per l’economia pugliese?
Giuseppe Ancona (www.cronachelaiche.it)

Madonna di Lourdes a Martina Franca: buona processione a tutti

dicembre 20th, 2011

lourdesChi non vuole bene alla mamma e quindi alla madonna , in tutti i suoi appellativi? Praticanti, farisei, cattolici solo all’anagrafe, comunisti e bestemmiatori sembrano tutti accomunati da questa italica devozione verso la più pura delle donne. Anzi, per essere precisi, l’unica donna pura in questo mondo di peccatrici e peccatori. Per la chiesa, più le prime ( le peccatrici) che i secondi (i peccatori)
La prova di questo trasversale sentimento popolare si è avuta con la manifestazione degli indignati del 15 ottobre a Roma, quando i telegiornali hanno più volte trasmesso la scena di un manifestante, un black bloc o forse solo un esagitato, che frantumava una statuetta di gesso della madonna scaraventandola per terra. Pare che il manifestante abbia anche rischiato di prenderle seriamente dai suoi stessi compagni di devastazioni. Passi per i milioni di euro di danni, ma la madonna no! Quella non si tocca!
Ora con tutte le fanfare del caso e le autorità schierate arriva a Martina un’altra statuetta, simile a tante e anch’essa in gesso, copia di quella madonna di Lourdes dell’immacolata concezione che in terra francese attira ogni anno milioni di pellegrini e ammalati.
Ogni persona che soffre o è angosciata merita rispetto e solidarietà, senza dubbio.
E quindi auguriamo a chi sarà presente all’evento per pregare e cercare una risposta o un segno, di trovare quello che cerca. O di pensare di aver trovato quel che cerca , che è la stessa cosa.
Allo stesso modo occorre rispettare chi vuole essere libero di sottrarsi a questi riti collettivi.
Ben venga la madonna, quindi, e buona processione a tutti.
Purché si abbia, ora e in altre occasioni, il pudore di non urlare le proprie preghiere e di non brandire le statue come vessilli per ottenere un facile seguito e acquisire notorietà o ribalte mediatiche.
Qualcuno che alla madonna era molto vicino pare che abbia detto qualcosa del tipo: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini… Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” ( Matteo 5,6).
Sarebbe un grande successo, anzi un vero miracolo, se la madonna portasse a Martina un po’ di fede matura, una generazione di credenti laici, ricacciando indietro nei secoli passati le troppe ostentazioni pagane.
( da extramagazine del 16 novembre 2011)
Giuseppe Ancona

In uscita il libro I LAIC un anno di cronache laiche

dicembre 10th, 2011

i laicÈ in arrivo I LAIC – Un anno di Cronache Laiche (prefazione di Carlo Flamigni, ed. Tempesta): la raccolta dei nostri migliori articoli che raccontano l’anno appena passato senza indulgenza per nessuno.
Quattrocento pagine brossurate per non dimenticare i migliori scandali che il Vaticano ci ha regalato, le notti magiche dell’ex premier e la sua corte dei miracoli, il resoconto delle battaglie vinte, perse o che stiamo ancora combattendo nella grande guerra contro la discriminazione razziale, religiosa e di genere; e tanta satira con le vignette di Arnald e le riflessioni “su una riga sola” di Fabio Buffa.

Prenota la tua DISSACRANTE COPIA entro il 6 gennaio per riceverla, fresca di stampa direttamente a casa tua entro il 31 gennaio, a 14 EURO INVECE DI 19.
info su www.cronachelaiche.it

L’avvenire della fede

ottobre 1st, 2011

di Alessandra Maiorino
Ci troviamo a dover ribattere al commento apparso ieri sul giornale dei vescovi, L’Avvenire, a firma di don Armando Matteo dal titolo Chi ha paura del Cortile? Le sue riflessioni rappresentano infatti l’ennesimo esempio di come (quasi) sempre chi, colmo della propria fede religiosa, tenti di accostarsi al mondo dei non credenti e di comprenderne la prospettiva e le ragioni, si trovi a compiere di fatto uno sforzo impari. Così impari che questa volta don Armando è arrivato al paradosso di capovolgere la realtà.

Preso atto che una parte crescente del paese si allontana dalla dottrina cattolica, l’autore del commento suggerisce una strategia per riallacciare il dialogo con essa, e riporta in auge il progetto del Cortile dei Gentili – a proposito, che fine ha fatto? Don Armando, citando quanto ebbe a dire lo stesso Benedetto XVI, ritiene che l’ostacolo maggiore alla realizzazione del progetto di dialogo tra credenti e non credenti sia il «terrore» che atei, agnostici e quanti sono estranei alla religione, nutrono di fronte alla prospettiva di vedersi divenire “oggetto” di evangelizzazione, e si interroga sulla possibile origine di tale terrore….
(…continua a leggere su cronachelaiche)

Scuola Pubblica nell’otto per mille:svolta storica o fuoco di paglia?

ottobre 1st, 2011

La notizia che arriva dalla Camera dei deputati è di quelle che lasciano sperare. Forse la fonte di maggior reddito per la Chiesa cattolica, il famigerato meccanismo dell’otto per mille che le consente, con i soldi dei contribuenti, di dare sostentamento al clero, curare l’edilizia di culto ed evangelizzare il popolo italiano, è da mettere in soffitta.

Da tempo in molti, laici, atei e alcuni cattolici si battono per la modifica della legge sulla ripartizione dell’otto per mille del gettito Irpef, evidenziando l’ingiustizia di un meccanismo a dir poco diabolico grazie al quale la Chiesa cattolica, e per essa la Cei, pur essendo destinataria solo del 34,57% delle scelte effettive dei contribuenti in suo favore, riceve l’87.25% dell’intera quota dell’otto per mille (dati delle dichiarazioni dei redditi 2001). Questo avviene perché nello stabilire le percentuali di ripartizione, gli astenuti non vengono presi in considerazione (nel 2001 sono stati il 60,38%) e la torta viene ripartita secondo le percentuali raggiunte tra quelli che hanno votato. E su un 39,62% di votanti, la Chiesa con il suo 34,57% di preferenze rappresenta appunto l’87,25% del totale (seppur relativo) e si aggiudica analoga porzione del gettito, per una somma che si aggira attorno al miliardo di euro ogni anno. Le quote restanti quindi sono assegnate per un 10,28% allo Stato e per un 2,47% alle altre cinque confessioni religiose che hanno stipulato una intesa con lo Stato recepita dal Parlamento.

La modifica o addirittura abrogazione della legge sull’otto per mille appare una impresa talmente ardua da far tremare le vene ai polsi, anche per una presunta copertura concordataria garantita alla legge n.222 del 1985 dall’accordo Casaroli-Craxi, che la renderebbe immune sia ad attacchi referendari sia a modifiche non preventivamente concordate con la Santa Sede; e infatti ultimamente, a parte i Radicali e la nuova formazione Democrazia Atea, pochi anche tra le associazioni di atei ed agnostici mettono nei propri programmi l’attacco alla legge e all’accordo da cui deriva.

Succede ora che dietro iniziativa di un manipolo di deputati, primo firmatario Antonio Russo del Pd, è stato presentato un ordine del giorno al governo che, messo in votazione dopo la non accettazione da parte dell’esecutivo, è alla fine stato approvato con 247 sì e 223 no. Con 23 voti di scarto, quindi la Camera «impegna il Governo a modificare la L.20.05.1988 n.222 sull’otto per mille al fine di consentire ai cittadini di indicare esplicitamente la scuola pubblica come destinataria di una quota fiscale dell’8 per mille da utilizzare d’intesa con enti locali per la sicurezza e l’adeguamento funzionale degli edifici».

L’atto di indirizzo al governo suona come musica celestiale alle orecchie di tutti i laici, specie di quelli che hanno visto le proprie scelte di destinare l’otto per mille allo Stato beffate dal governo di turno, per dirottare 80 milioni di euro al finanziamento di guerre “umanitarie” ( Iraq, missione antica babilonia, finanziaria 2004), o ancora per coprire i mancati introiti Ici o fare un cadeau al vaticano in momenti di scarsa sintonia (governo Berlusconi, dicembre 2010). In fondo, se lo Stato, come recita l’articolo 47 della legge n. 222, destinasse realmente gli introiti per interventi straordinari per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali, a nessun laico verrebbe in mente di accogliere l’appello di Micromega di firmare per i valdesi, per quanto simpatici possano essere i seguaci di Valdo.

Ma dopo aver sentito i commenti e le previsioni di tecnici e politici sulla reale portata di questo provvedimento, gli entusiasmi cominciano presto a spegnersi. Tanto per cominciare, trattandosi di un atto di indirizzo rivolto al governo non necessariamente si tradurrà in legge: e infatti è più una raccomandazione che un vero atto vincolante. Inoltre occorre capire se la destinazione all’edilizia scolastica sarà una vera e propria opzione (l’ottava) alternativa allo Stato, alla Chiesa e alle altre confessioni o, come sembra più probabile, una ulteriore finalità sociale da aggiungersi a quelle sopra citate ma sempre all’interno della quota di competenza statale. Infine, domanda cruciale, come deve intendersi l’espressione “scuola pubblica”? e perché non si è detto, invece, scuole statali, provinciali e comunali, così da sgombrare il campo da equivoci e interessate interpretazioni, basate sul fatto che anche le scuole paritarie sono, a tutti gli effetti inserite nel sistema scolastico e quindi anch’esse “pubbliche”? Anche tra la maggioranza e i cattolici pare esserci qualche dubbio. Se il sottosegretario Giovanardi dopo il voto si dispera perché a suo parere verrebbero penalizzate le scuole che chiama private, e si riferisce a quelle cattoliche che gli stanno particolarmente a cuore, di avviso opposto sono tra le file dell’Udc la coppia Buttiglione e Binetti, che vedono invece nel riferimento alla scuola “pubblica” il cavallo di troia per finanziare finalmente (e forse principalmente) la scuola cattolica, «tanto penalizzata dai recenti tagli», aggirando così il divieto posto nella Costituzione.
Giuseppe Ancona
(continua su http://www.cronachelaiche.it/2011/09/scuola-pubblica-nellotto-per-mille-svolta-storica-o-fuoco-di-paglia/)

Dall’aeroporto di Taranto-Grottaglie solo voli mistici

settembre 5th, 2011

boeingA poche decine di chilometri da Taranto c’è l’aeroporto di Grottaglie Marcello Arlotta che dal 1999, quando venne utilizzato per la chiusura di altri scali pugliesi per la guerra del Kosovo, non ha voli civili regolari: funziona infatti solo come cargo merci e per voli executive.

Da anni comitati di cittadini, imprenditori e operatori turistici chiedono che si organizzino collegamenti regolari con Roma e Milano e non c’è candidato politico locale, consigliere comunale o europarlamentare che nella propria campagna elettorale negli ultimi anni non abbia promesso la riapertura dell’Arlotta ai passeggeri, in alcuni casi annunciando temerariamente anche gli orari previsti per i collegamenti con Fiumicino.
Potrebbe sembrare a prima vista la solita battaglia campanilistica per ottenere un’opera inutile o dispendiosa. Ma in realtà il vero spreco è quello di tenere l’aeroporto chiuso al traffico civile, a fronte di una potenziale clientela stimata in 900mila passeggeri per anno, con provenienza anche dalle altre regioni meridionali, come Basilicata e Calabria. Ma l’Ente Nazionale per l’Aviazione civile (Enac) e l’Aeroporti di Puglia cui spetta l’ultima parola rimanda ogni decisione, accampando inadeguatezze strutturali o attribuendo la responsabilità alle compagnie che non sarebbero interessate, avvantaggiando così di fatto gli altri due principali aeroporti pugliesi di Bari e Brindisi.

Da ricordare che nel 2008 per consentire l’insediamento della industria aeronautica Alenia, che a Grottaglie realizza le fusoliere in fibra di carbonio del boeing 747, furono stanziati 200 milioni di euro per la nuova pista (che con i suoi 3200 metri è la quinta in Italia ) e consentire così l’arrivo del cargo boeing 747-400 LCF: nell‘occasione una strada provinciale venne spostata di qualche chilometro.

L’ultima puntata della saga degli annunci è di pochi giorni fa, e sembrerebbe una proposta di quelle che non si possono rifiutare. L’associazione di promozione turistica Tarantovola.it attraverso il suo fondatore Francesco Ruggieri ha infatti annunciato una serie di voli charter con vettore BH Airlines diretti da Taranto-Grottaglie a Medjugorje (aeroporto di Sarajevo). Ma non finisce qui. Oltre all’agognata meta spirituale, «dove la madonna appare quotidianamente», con un accostamento che molti troveranno calzante, il «ventaglio di proposte dovrebbe ampliarsi a Lourdes e Eurodisney».
A giudicare dalla nutrita e plaudente presenza di consiglieri regionali e politici di ogni schieramento alla conferenza di annuncio, c’è da giurare che le presunte carenze tecniche dello scalo, che hanno impedito finora voli passeggeri, spariranno d’incanto per dare spazio a questi voli mistici.

Giuseppe Ancona

(da Cronachelaiche.it)

don Tonino Bello: da santo a santino

luglio 2nd, 2011

Tonino_BelloNella Chiesa di oggi esiste un numero, in realtà esiguo, di“preti che non sembrano preti” (diffuso modo di dire che suona in maniera ambivalente come elogio o critica a seconda dei punti di vista). I più noti potrebbero essere stati in passato don Milani e più di recente i vari don Ciotti e don Gallo, e così via fino ai don Paolo Farinella, don Alberto Maggi o fra Ettore Marangi, questi ultimi molto popolari grazie ai social network. Si tratta nella maggior parte dei casi di uomini di Chiesa amatissimi dai propri fedeli, ma un po’ meno dalle gerarchie ecclesiastiche; capaci di prendere in pubblico posizioni politiche e dottrinali inusuali o non ortodosse, disinvolti nel districarsi tra paramenti sacri e kefiah palestinesi, presenti tanto alla recita del SS.Rosario quanto alla marcia per i diritti dei gay; questi preti fondano gruppi e comunità che si espandono e rivitalizzano chiese e oratori e i superiori, per quieto vivere, sono costretti a chiudere un occhio. Spesso li vediamo in televisione o sui giornali come opinionisti, magari contrapposti ad altri preti “conservatori”.

Madre Chiesa evita da sempre rotture impopolari, per questo se li deve redarguire lo fa in privato, e mostra piuttosto di sopportare pazientemente questi figli scapestrati anziché dare loro fiducia consegnandogli le chiavi di casa: non si sa mai che dimentichino incautamente la porta aperta lasciando entrare persone sgradite. A questa parziale autonomia corrisponde sempre un rallentamento di carriera: non a caso, tra quelli citati nessuno è arrivato (o difficilmente arriverà) a vestire il rosso vescovile o la porpora cardinalizia.

Un caso raro di prete anomalo che invece è riuscito a assumere ruoli di responsabilità è rappresentato dallo scomparso vescovo di Molfetta Antonio Bello, per i suoi seguaci semplicemente don Tonino. Come sia stato possibile che giungesse a tale dignità ecclesiastica e livello di potere (è stato anche responsabile nazionale di Pax Christi ) un prete che, senza alcuna curiale prudenza, era in prima fila contro la guerra e lo sfruttamento capitalistico resta un mistero che qualcuno attribuirà allo Spirito Santo; mentre è più probabile che ciò sia avvenuto grazie a una salda preparazione culturale unita ad un’abilità straordinaria nel tessere rapporti sociali.

Chi lo conobbe racconta come il vescovo di Molfetta fosse un avvincente oratore che sfruttava a proprio vantaggio i mezzi d’informazione, prestandosi con una gradevole fisicità a incontri pubblici e televisivi, disponibile sempre all’ascolto e al rilascio di interviste come alla partecipazione a  manifestazioni pubbliche. Valori universali come Pace, Giustizia, Solidarietà pronunciati con enfasi da un vescovo acquistano sempre un valore aggiunto. E quando non ancora sessantenne il suo fisico venne minato visibilmente da un tumore, continuò instancabile a darsi ai suoi sostenitori compiendo un celebre viaggio sotto le bombe di Sarajevo nell’ex Jugoslavia. In questo c’è qualcosa che lo avvicina a papa Woytjla, anch’egli abilissimo comunicatore fino alla fine dei suoi giorni: esiste uno degli ultimi filmati che ritrae il vescovo pugliese sofferente mentre si affaccia per l’ultima volta dalla sua stanza per salutare un gruppo di giovani che, la notte del suo compleanno, canta per lui nel cortile del vescovado. Una scena simile si vedrà in piazza san Pietro alcuni anni dopo, con i papa-boys.

Quel che colpisce è la crescente notorietà di monsignor Bello anche tra i delusi o scettici verso la Chiesa, nonché tra i militanti di sinistra (tra i quali il suo grande supporter Vendola, anche se questo non stupisce granché viste le ultime frequentazioni del governatore).

Dopo la prematura morte nel 1993 le iniziative che portano il suo nome e la diffusione della sua immagine crescono continuamente anche fuori dalla Puglia e dai confini nazionali. Il cimitero di Alessano (Le) dove è sepolto è meta di autobus di pellegrini; nella diocesi di Molfetta i santini di monsignor Bello sorridente hanno ormai scalzato un accigliato Padre Pio; nessuno dal Vaticano sembra avere da obiettare sul fenomeno popolare e l’utilizzo prematuro e forse improprio di appellativi come “santo” o “profeta”.

L’epilogo di questa storia è che il vescovo Antonio Bello è in lizza per divenire beato e poi santo. Facile prevedere che una volta passato attraverso i meccanismi inconoscibili della fabbrica dei santi  poco o nulla resterà delle sue parole dure contro la guerra o di quelle altrettanto sferzanti contro i poteri finanziari ed economici, e gli stessi guerrafondai, speculatori e prepotenti contro cui si scagliava da un altare o da un giornale saranno in prima fila pronti a fregiarsi della sua immaginetta.

Giuseppe Ancona

(articolo apparso su www.cronachelaiche.it) scrivi a info@tarantolaica.it

Croce e ciminiere. La Santa alleanza dell’acciaio

maggio 19th, 2011

chiesa e Ilvadi Salvatore Romeo (’84)

Ha destato scalpore e persino scandalo la recente vicenda dello “scambio di favori” fra ILVA e Chiesa di Taranto. Se la prima ha finanziato – come d’altra parte fa da diversi anni – le celebrazioni di San Cataldo, l’altra ha ricambiato conferendo il “Cataldus d’argento” a Girolamo Archinà, attuale responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda per la regione Puglia. Eppure questo simpatico do ut des non avrebbe dovuto meravigliare più di tanto. Risale a poco più di un anno fa il contributo che ILVA ha elargito alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della parte esterna della chiesa. In quell’occasione sia il parroco, Padre Angelo Catapano, sia lo stesso vescovo spesero – com’era normale che fosse – parole di estrema gratitudine nei confronti dell’azienda – Catapano, fra l’altro, è attualmente cappellano di fabbrica del siderurgico. Quest’ultima, d’altra parte, nel comunicato stampa diramato per l’occasione tenne a sottolineare che “i parrocchiani, circa 6 mila, sono in prevalenza lavoratori ILVA, che negli anni di espansione del siderurgico si sono stabilizzati al quartiere Tamburi.” La costruzione della Gesù Divin Lavoratore – soggiunge il comunicato – è infatti iniziata nel 1967 e conclusa solo alla fine degli anni ’60. Questa breve nota ha in realtà grande valore per almeno due ragioni: ci dice quanto antico sia il rapporto fra Chiesa e grande industria (siderurgica) e quale funzione esso abbia svolto e continui a svolgere. Per cogliere almeno un risvolto dell’alleanza fra potere ecclesiastico ed economico il lettore provi a porsi una domanda: quale partito o sindacato vanta al momento 6 mila iscritti in quella parte di città? Una sommaria ricostruzione di questo legame è offerta dall’articolo di Antonio Mariano presente in questo stesso numero. Da esso si evince che in passato la Chiesa ha svolto nei confronti del siderurgico un servizio ben preciso: il controllo sociale della manodopera, che ha visto le istituzioni del mondo cattolico impegnate persino nel campo della selezione del personale. Questa mediazione è declinata con il “raddoppio” e con l’ingresso in fabbrica di nuove leve meno dipendenti dai poteri tradizionali. Oggi la situazione sembra essersi ribaltata.
Le vicende di questi mesi sembrano confermare che, a seguito della privatizzazione, si è fatto un passo indietro di qualche decennio sul piano delle relazioni industriali e istituzionali che riguardano il siderurgico, recuperando metodi di gestione del consenso che sembravano essere stati sepolti dalla stessa secolarizzazione della società italiana. D’altra parte non è un mistero che diverse assunzioni, all’epoca del turn over generazionale, siano state gestite facendo leva su poteri locali. Ma in questo contesto la Chiesa svolge forse anche un’altra funzione, non contemplata dal modello dominante negli ’60.

L’attuale cappellano di fabbrica dell’ILVA è lo stesso Angelo Catapano. Ma per più di dieci anni a curare le anime dei lavoratori siderurgici e delle loro famiglie ci ha pensato don Nino Borsci. Figura carismatica, attualmente parroco di un’altra chiesa dei Tamburi, la San Francesco de’ Geronimo, Borsci è però soprattutto – dal 2001 – direttore della Caritas diocesana di Taranto, incarico di prestigio e di potere. Ma per capire il senso dell’intreccio clerico-industriale non è solo alle attività ufficiali di don Nino che bisogna guardare, bensì alla sua quotidiana opera nel quartiere. Le immagini che ho presenti sono due: la prima è la famosa scena del documentario di Alessandro Sortino su Taranto in cui il fulvo giornalista si avventura nel cuore dei Tamburi, a “parlare con la gente”. Ben indirizzato dalle sue guide locali, i posti che visita sono proprio le due chiese del rione. A Gesù Divin Lavoratore parla con Catapano e raccoglie le impressioni dei bambini dell’oratorio, di fronte alla San Francesco de’ Geronimo invece assiste alla processione in onore del santo. Ed è questo senz’altro il momento più significativo della narrazione. Sortino prova a interrogare i fedeli presenti; quasi tutti hanno parenti, amici o conoscenti che lavorano in ILVA – insomma, il dato rivelato dal comunicato aziendale sembrerebbe valere anche per questa parrocchia – ed è da queste persone che raccoglie le risposte più significative. I più a dire il vero tacciono; i pochi che rispondono replicano il refrain del “ricatto occupazionale”: “meglio il lavoro dell’aria pulita”, dice la signora con malcelato buon senso. L’omertà e la rassegnazione contrastano con la partecipazione sentita alla celebrazione, con le note della banda. Una prova di forza: la Chiesa riesce a portare in strada la gente del quartiere, gli ambientalisti no – come nota amaramente un altro abitante del quartiere.
Ma su cosa si basa questa forza? Mi tornano alla memoria le impressioni dell’incontro che ebbi l’anno scorso con Don Nino nella sua canonica. Eravamo stati “convocati” dopo una nostra inchiesta sul centro per richiedenti asilo gestito anche dalla Caritas, nel quale si mettevano in evidenza diverse inefficienze che il prelato ci teneva a rettificare. Appena entro mi impressiona la quantità di persone che all’interno dell’ampia sagrestia. Tutte sembravano indaffarate, intente nell’organizzazione di chissà cosa… Dovemmo aspettare qualche minuto prima di essere ricevuti nello studio del parroco, a sua volta evidentemente impegnato. Finalmente dentro, la nostra conversazione venne interrotta dal continuo affacciarsi di persone che chiedevano a Don Nino “due minuti”, quasi sempre con un foglio in mano. Don Nino fu molto fermo nel respingerli e continuò
il confronto. Alla fine mi restò l’impressione che la nostra questione non fosse che una delle tante che il “vulcanico” Borsci (così lo definiscono i suoi collaboratori) aveva dovuto affrontare nel corso di quella giornata. Per cogliere almeno in parte l’articolazione delle attività che la Don Francesco svolge basta visitare il suo sito (!). Oltre alla tradizionale Azione Cattolica e al gruppo scout, troviamo: centro sportivo, scuola di ballo, scuola materna, coro parrocchiale, centro di recupero per tossicodipendenti, casa famiglia, persino un gruppo carismatico (credevo esistessero solo fra i protestanti!). Un’attività che nelle città del centro Italia viene svolta dai circoli ARCI o UISP, ormai da tempo trasformatisi in centri polifunzionali. Insomma, la Chiesa è nel quartiere e interagisce attivamente col quartiere. Riformuliamo la domanda posta sopra: quante istituzioni laiche (partiti, sindacati o anche semplici associazioni) sono in grado di fare tutto questo oggi?
Non basta a questo punto brandire la “ragione laicista”, cioè dire che Borsci, Catapano e i preti in generale fanno quello che fanno perché alle spalle hanno un’istituzione potente, l’8 per mille ecc. ecc. Perché sorge spontanea una domanda: i Tamburi non sono lo stesso quartiere in cui fino ancora agli anni ’80 le forze di sinistra avevano la maggioranza assoluta dei consensi? In cui esisteva una socialità operaia strutturata e composita che faceva concorrenza attiva alla Chiesa? Che fine ha fatto questo patrimonio, mentre quello delle parrocchie è cresciuto? E soprattutto, perché si è verificato tale esito?
Da quest’ultimo interrogativo rischierebbe di venire fuori un discorso infinito, che non è proprio il caso di affrontare in questa sede. Però alcune suggestioni le si può esprimere. L’arretramento delle istituzioni laiche ha coinciso cronologicamente con la crisi del mito dell’industria e con l’emergere degli aspetti problematici legati alle grandi fabbriche. Fra tutti questi una posizione di assoluto rilievo è andata assumendo la questione ambientale, che tradotta nei termini dell’esistenza individuale vuol dire: paura della morte precoce e dolorosa. E’ questo il campo su cui la religione come fenomeno umano è nata e si è consolidata. E quanto più l’idea e l’immagine stessa della morte diventa forte, tanto più il potere della religione – e cioè la sua capacità di rispondere ad un bisogno sociale oggettivo – si espande. D’altra parte non diceva Spinoza che “l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte”? E dunque libero non è l’uomo che deve fare i conti quotidianamente con l’ombra della “nera signora”: egli si trova a dover cercare continuamente consolazione per non finire stritolato dall’angoscia e dal terrore che da un momento all’altro la sua esistenza possa essere travolta da un male imprevedibile. E quello che la Chiesa offre non è solo consolazione della coscienza, ma anche “impegno” in tutti i momenti vuoti della quotidianità – quelli in cui, complice la solitudine che caratterizza la quotidianità dell’individuo moderno, potrebbe riaffiorare il pensiero della fine. Il corso di ballo piuttosto che la partita di pallone o la preghiera collettiva sono gioiose alienazioni, che in un quartiere dove l’alienazione “cupa” – quella delle case parcheggio, delle strade continuamente trafficate, dell’assenza di spazi verdi… – è di casa assumono un valore sociale altissimo.
Certo, questo spiega solo in parte il potere sociale della Chiesa in città, perché poi le istituzioni laiche hanno messo abbondantemente del loro nel determinare la situazione corrente. Dopo aver accettato supinamente la privatizzazione del siderurgico, le forze laiche – e la sinistra in particolare – sono rimaste disorientate e stordite di fronte agli atteggiamenti della nuova dirigenza. Nessuno forse si aspettava la delegittimazione dei sindacati, gli atteggiamenti intimidatori nei confronti dei lavoratori che non piegavano il capo (si pensi alla tristissima vicenda della Palazzina LAF), lo sprezzo assoluto verso la città che ha caratterizzato almeno il primo decennio della nuova proprietà. Ma a questa violentissima sfida non è corrisposta una reazione uguale e contraria. Anzi, sindacati e partiti della sinistra hanno assecondato l’arretramento politico dei lavoratori: accettando nella sostanza il nuovo modello di relazioni industriali e ridimensionando la propria presenza in fabbrica e nei quartieri.

Ecco allora che la posizione della Chiesa rispetto alla grande industria non è dettata da mero opportunismo (certo, c’è anche questo). L’alleanza fra Chiesa e ILVA si basa sulla funzione che la prima svolge e che mette a servizio dell’azienda. Essa cura il malessere che quest’ultima produce e di cui nessun altro si interessa. Lo fa alla sua solita maniera, cioè neutralizzando il conflitto, dando risposte consolatorie. Così certo non si risolve il problema – che consiste in ultima istanza nel fatto paradossale che quelle persone sono costrette a morire per vivere – anzi: le false soluzioni lasciano intatta la situazione, creando allo stesso tempo dipendenza. Se pregando il male non passa il prete dice che non si è pregato abbastanza: è un trucco che va avanti da migliaia di anni, ma è proprio questa la radice del potere delle religioni. Ma non basta dire che è tutta un’illusione per vedere finalmente la ragione trionfare; se non ci sono altre soluzioni anche la non-soluzione va bene. Gli uomini, come la natura, non tollerano il vuoto.

E allora che fare? Una prima cosa potrebbe essere smetterla con la propaganda della morte. Le persone che per prime subiscono l’inquinamento non devono sentirsi “deboli”, ma “forti”. Devono sentirsi ciò che realmente sono – e cioè la leva che fa funzionare un meccanismo ben oliato che ogni anno trasforma lavoro e macchine in centinaia di milioni di euro di profitti. Gli operai possono a loro volta “ricattare” l’azienda se smettono di lavorare (lo ha dimostrato la vertenza sul contratto dello scorso anno). Essi non possono sentirsi cronicamente malati e bisognosi di assistenza e di cure; devono essere orgogliosi di sé stessi, della funzione sociale che svolgono e sicuri di poter cambiare a piacimento il proprio destino. Ma questo orgoglio e questa sicurezza non emergeranno fino a quando, oltre a cambiare il registro della “narrazione” che dall’esterno si fa di loro, la società civile che ha interesse a cambiare le cose non lavorerà con gli operai dentro le periferie per costruire nei luoghi di lavoro e di vita una presenza sociale diversa da quella sostenuta dal blocco clerico-aziendale. L’avvenire di questa città è indissolubilmente legato alla volontà che esprimeranno (o non esprimeranno) le 11 mila persone che quotidianamente varcano i cancelli della fabbrica. Taranto, piaccia o no, è principalmente città operaia; e sarà l’azione o l’inerzia di questa enorme massa di uomini a costruirne – o distruggerne – l’avvenire.
Salvatore Romeo
( articolo apparso su www.siderlandia.it 17 maggio 2011)

info@tarantolaica.it

il colore del gatto: la sanità confessionale a Taranto

maggio 14th, 2011

vendola e don verzèSe dovesse concretizzarsi il grandioso progetto dell’Ospedale San Raffaele del Mediterraneo a Taranto accadrà, caso unico in Italia, che il sistema sanitario di un capoluogo di provincia sarà quasi totalmente privatizzato, passando in larga parte nelle mani di un ente cattolico quale la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor di Milano, di don Luigi Verzè.
Molto bene, si dirà, se realmente dovesse sorgere quel “polo d’eccellenza” di cui tanto si parla, quel centro di cura e di ricerca universitaria all’avanguardia non solo in campo oncologico, che eviterà a tarantini e pugliesi viaggi della speranza negli ospedali del Nord.
Di questo progetto, fortemente voluto dal presidente della Regione Nichi Vendola, si parla molto, ma forse non abbastanza.
Politici, sindacalisti, associazioni e mezzi d’informazione mettono in luce gli aspetti teorici, tecnici ed economici dell’operazione, come il costo di 210 milioni di euro, dei quali 60 milioni già stanziati dalla Regione Puglia, o le quote di ripartizione pubblico privato rispettivamente del 51 e del 49%. Si discute anche della contestuale soppressione definitiva di altri due ospedali ( il SS. Annunziata e il Moscati) con la perdita di una cinquantina di posti letto non rimpiazzati, e della variante urbanistica concessa alla società proprietaria del suolo su cui sorgerà il nuovo ospedale (confinante con la cittadella di Motolese, anch’essa nell’holding San Raffaele), che le permetterà la costruzione, di 250 nuovi alloggi in altra zona ora destinata a servizi. Notizie di stampa riferiscono però di qualche problema di bilancio della Fondazione San Raffaele (un passivo di 900 milioni di euro) ma l’impero economico di Don Verzè è comunque solido.
Ma oltre a questi aspetti, importanti certamente, serve domandarsi :è un bene che i futuri camici bianchi (dal primario all’infermiere) del nuovo ospedale, vengano per la fase iniziale assunti e dipendano da un direttore sanitario nominato dalla fondazione cattolica? Quali saranno le direttive impartite?
Diceva Mao Tse –Tung, che non importa se il gatto è bianco o grigio, purché sappia prendere i topi.
Sarebbe così, se non fosse che in tema di salute e di vita, a volte, occorre sapere prima come la pensa il gatto, poiché esistono materie nelle quali le convinzioni personali dell’operatore sanitario possono essere determinanti.
Sarebbe necessario ad esempio pensare a quale sarà tra i medici di Taranto e provincia che a vario titolo graviteranno nell’orbita del San Raffaele, la percentuale di obiettori di coscienza, non solo per le interruzioni volontarie di gravidanza, ma per la somministrazione della RU-486 o per la pillola del giorno dopo (che pure non è un abortivo ma contraccezione di emergenza): per quest’ultima sarà possibile ottenerne la prescrizione al pronto soccorso del San Raffaele? E che dire della nuova legge Calabrò in approvazione alla Camera sul fine vita, secondo la quale al medico o all’equipe medica vengono concessi poteri decisionali straordinari, esclusivamente rimessi alla “scienza e coscienza” del sanitario? È già accaduto con Eluana Englaro, che per il rifiuto a staccare i macchinari da parte delle suore che l’accudivano, dovette essere trasferita dalla clinica di Lecco a Udine, lontano dalla Lombardia di Formigoni, e questo per dare attuazione a una sentenza di una Corte d’Appello della Repubblica Italiana.
Alcuni anni fa una mia conoscente aveva problemi a portare avanti una normale gravidanza: dopo costose cure e visite specialistiche, i medici le dissero impotenti che l’unica possibilità era di recarsi all’estero per utilizzare quelle tecniche di procreazione assistita che la legge 40 vietava loro di mettere in atto in Italia.
Fortunatamente rimase incinta e tutto andò bene; adesso ha un bel bambino, sano.
A chi conoscendo la sua storia, attribuiva il lieto evento all’intercessione di qualche padre Pio, rispondeva sorridendo di essere stata più fortunata di altri, ricordando con affetto quei medici italiani addolorati perché veniva loro impedito di fare il proprio lavoro.
Tanta fortuna, bimbo.

Giuseppe Ancona

articolo apparso su Extramagazine del 13 maggio 2011

Incontro con A.Picca

aprile 17th, 2011

L’11 aprile 2011 il circolo UAAR di Taranto ha organizzato un incontro presso la libreria Gilgamesh con Angela Picca, autrice del libro  Pietro Giannone, Storico, Avvocato e Giureconsulto (1676-1748). Il testo è un dramma  basato su  un approfondita  e documentata ricerca archivistica sulla vita di Pietro Giannone. Ed è sulla sua opera più famosa, la Istoria civile del Regno di Napoli che si è incentrato l’intervento della professoressa Angela Picca, presentata dal referente del circolo Giovanni Gentile.

Quale la colpa di Giannone che gli valse la scomunica? Questo è stato il perno della conferenza.

Certamente scrivere un acuto testo storico che, sebbene si basi su preconcetti politici  e presenti non poche imprecisioni (che comunque non ne sminuiscono le fondamenta), per la vastità degli argomenti trattati non aveva alcun precedente nella storiografia napoletana. La Istoria civile del Regno di Napoli è nello stesso tempo parte della storia del Cristianesimo sin dalle sue origini, con la  sua  lenta, progressiva diffusione, accompagnata  dalla altrettanto incalzante organizzazione episcopale della Chiesa, la quale, in seguito al vuoto amministrativo lasciato dall’impero bizantino, si trasformò, da organizzazione complementare ad apparato statale completo e giuridicamente autonomo. Nacque così il potere temporale e Pietro Giannone, nell’Iistoria come negli altri scritti, ne parla  con tono fermo e deciso ma mai irriverente, descrivendo, con assoluto distacco, la falsità della donazione di Costantino e poi difendendo implicitamente la laicità, contro gli abusi della struttura ecclesiastica.  Angela Picca ha spiegato, coinvolgendo i presenti in un interessante dibattito, come tra le accuse formulate dal Giannone alla Chiesa, in via non sempre diretta ma incidentale, vi fu senz’altro quella di aver ostacolato lo sviluppo in autonomia dello Stato italiano, ad esempio chiamando  gli Angioini a combattere gli Svevi.  Questi ultimi, sconfitti dalla battaglia di Tagliacozzo (1268), uscirono  definitivamente dalla scena italiana con la decapitazione dell’appena diciassettenne Corradino, “l’ultimo ghibellino”, da parte di Carlo I  d’Angiò.

Le conseguenze dello scritto del Giannone non si fecero attendere, la scomunica da parte della curia napoletana colse lo scrittore garganico quando era già a Vienna (1723).

Angela Picca ha poi raccontato con sapiente eloquenza le successive vicissitudini di Giannone scaturite dalla pubblicazione dell’altra opera più famosa, Il Triregno. Per questo testo la Curia romana si adoperò con tutte le sue forze per farlo arrestare, riuscendovi, con l’inganno, in un paese savoiardo al confine con Ginevra (1736).  L’arresto del Giannone servì, secondo una consolidata storiografia, da contropartita per la concessione di un concordato favorevole fra Torino e Roma.

Nel marzo del 1738 prestò formale abiura nella speranza di riconquistare la libertà ma nulla di tutto questo avvenne e  Pietro Giannone finì la sua vita terrena nel carcere della Cittadella di Torino, dopo 12 anni di prigionia.

La illuminante conferenza di Angela Picca si è conclusa con la lettura di alcuni dialoghi, basati sulla autobiografia del Giannone,  in cui emerge la fierezza, la profonda cultura e umanità di uno dei più illustri letterati della terra pugliese.

Pietro Giannone non era né ateo né agnostico, né aderì al calvinismo come qualcuno suppose. Giannone era un buon cristiano e, per ossequiare il precetto pasquale in una chiesa cattolica, da Ginevra,  dove si era rifugiato, andò in Savoia trovando il carcere, decretato dal governo torinese su  richiesta  del Cardinale Albani.

Valerio M. Lisi