la prima forma di libertà è quella del pensiero

il cavallo di Troia (di Carla Corsetti)

maggio 13th, 2012

mario-monti1-largeIL CAVALLO DI TROIA

Una più che sintetica ricostruzione di quanto accaduto negli anni precedenti diventa la cornice necessaria nella quale inserire una valutazione sull’operato di Monti.
Dobbiamo partire dalla crisi degli Stati Uniti del 2008 quando la parola più pronunciata nei telegiornali nostrani, era “subprime”.
Molti ricorderanno i debiti “subprime” ovvero prestiti per acquisti immobiliari concessi senza garanzie anche a coloro di cui era certa l’insolvenza, allo scopo di mantenere alti quegli stessi livelli di profitto che le banche d’investimento avevano realizzato già nel 2004 con la cosiddetta “bolla immobiliare”.
I debiti subprime erano la materializzazione delle ragioni della speculazione e del profitto e avevano trascinato gli Stati Uniti verso una crisi peggiore di quella del 1929.
Mentre nella crisi del 1929 i maggiori protagonisti erano state le imprese, nella crisi del 2008 le vittime erano i cittadini.
Il governo americano, guidato dal Presidente George Bush, di cui è noto ai più il quoziente intellettivo, nella idiota convinzione che il mercato si sarebbe autoregolato, non intervenne e ignorò le segnalazioni che arrivavano da economisti autorevoli.
Durante il periodo Bush il mercato finanziario faceva, e fa ancora oggi riferimento, a cinque banche d’investimento, ovvero Goldman Sachs, Morgan Stanley, Lheman Brothers, Merrill Lynch, Bear Sterns.
Tra le banche citate, la più potente è senza dubbio la Goldman Sachs la quale già nel 2004 aveva fatto approvare da una Commissione governativa la possibilità di innalzare i propri limiti d’indebitamento, praticamente un via libera alla speculazione che non metteva solo a rischio le stesse banche d’investimento, ma l’intero sistema economico, purtroppo non solo statunitense.
Le banche come la Goldman Sachs che avevano brindato ai profitti immobiliari e che avevano concesso prestiti anche a chi non li avrebbe mai restituiti, non erano rimaste a guardare e avevano inventato una colossale frode, intuendo che quei debiti ingestibili avrebbero potuto essere trasformati in “misteriosi” pacchetti finanziari da vendere sotto forma di cartolarizzazioni.
In questo modo avrebbero continuato a guadagnarci sopra e nel contempo avrebbero spalmato su altri soggetti un rischio che altrimenti non sarebbero state in grado di gestire.
Attraverso il processo di cartolarizzazione, i mutui subprime si incrociarono con i prestiti e si trasformarono nei cosiddetti CDO collateralized debt obligation; i CDO a loro volta vennero piazzati presso altre banche.
Un altro processo di cartolarizzazione prese il nome di CDS, credit default swap; i CDS sono stati venduti in Europa in quantità incalcolabili.
I CDS sono delle polizze paragonabili ad una scommessa sulla insolvenza dei debitori, sicché si guadagna di più sul default che sul pagamento del debito.
Quasi tutte le banche europee si sono avventurate nell’acquisto di queste autentiche bufale contabili.
Attraverso il meccanismo della cartolarizzazione dei debiti in prodotti derivati, la crisi immobiliare americana si è trasformata in una crisi finanziaria europea, il cui primo effetto è stato quello di una contrazione di liquidità e i primi ad esserne colpiti sono state le famiglie e le imprese.
Per arginare la crisi statunitense, legata alla contrazione di liquidità, il governo Obama decise di rifinanziare con i soldi pubblici le banche di investimento.
61 miliardi di dollari sono andati alla Goldman Sachs ovvero alla banca che aveva la maggiore responsabilità della crisi statunitense e europea.
Una parte di quei soldi pubblici ricevuti, la Goldam Sachs anziché utilizzarli per ricapitalizzarsi, li ha utilizzati per paralizzare il Congresso americano affinché non adottasse una legge di regolamentazione dei derivati (CDO e CDS).
Un suicidio.
In Grecia la Goldman Sachs è responsabile per aver creato un artificio contabile, o forse sarebbe meglio dire un falso in bilancio, attraverso il quale la Grecia ha potuto presentare una contabilità che gli consentiva di entrare nell’area euro.
Ma il ruolo della Goldman Sachs nel fallimento della Grecia non si esaurisce qui.
La Goldman Sachs prima ha venduto alla Grecia una quantità impressionante di CDS per garantirla, attraverso quelle obbligazioni, dal rischio default.
Successivamente attraverso le agenzie di rating con le quali è collegata, ha innescato il rischio default perché solo così avrebbe guadagnato sul rialzo di quelle assicurazioni (CDS) inventate apposta per arginare quel rischio specifico.
Alcune agenzie di stampa hanno riferito che dopo aver innescato il rischio default in Grecia la Goldman Sachs aveva più liquidità della banca centrale americana, la FED.
E’ stato come stipulare una assicurazione sulla morte indicando sé stessi beneficiari e poi provocare la morte dell’assicurato.
Sappiamo come è andata a finire in Grecia con la riduzione dell’assistenza sanitaria, con la riduzione degli stipendi, con l’annullamento del sistema sociale.
Mi chiedo cosa sarebbe accaduto se la Grecia fosse uscita dall’euro.
Sicuramente sarebbe crollato il sistema bancario e fin qui, poco male; la Grecia avrebbe dichiarato di non essere in grado di pagare i propri debiti subendo un periodo di isolamento internazionale, giusto il tempo necessario per mettere in piedi politiche protezionistiche per favorire le esportazioni e allontanarsi gradualmente dalla povertà.
Il piano di salvataggio imposto alla Grecia invece ha fatto sì che rimanesse, purtroppo, nella zona euro.
Con il mantenimento dell’euro la Grecia sicuramente patirà la riduzione dell’assistenza sanitaria che, a sua volta, aumenterà il numero di morti per impossibilità di cura; patirà la riduzione dell’assistenza sociale che a sua volta farà aumentare la criminalità; subirà la privatizzazione di tutto il vendibile e gli speculatori sono già ai nastri di partenza pronti a comprare per pochi spiccioli.
La povertà è assicurata per i prossimi cento anni e forse più.
Non basteranno le lacrime di tutti i greci per rimpiangere la dracma.
Veniamo in Italia.
Nella Goldman Sachs sembra che ogni decisione sia paragonabile ad un festino orgiastico a base di cocaina, nel quale non si conoscono limiti e dopo aver distrutto uno Stato si passa al successivo.
Le mire della Goldman Sachs, dopo la Grecia, si sono spostate verso l’Italia.
In Italia il personaggio più scomodo per la Goldman Sachs non era certo Berlusconi al quale bastavano pochi specchietti luccicanti per imbonirlo.
L’unico personaggio in grado di rendersi conto del pericolo di una autocrazia finanziaria sovranazionale era Tremonti, il quale ha la grave responsabilità di aver concentrato su di sé, in un delirio di onnipotenza, il Tesoro, la Finanza e l’Economia, facendosi legittimare da una classe politica nella quale i nani e le ballerine di craxiana memoria, al confronto, erano degli statisti.
Per far cadere Tremonti era necessario far cadere Berlusconi.
Nel novembre 2011 si è registrato un tonfo delle azioni Mediaset; di lì a qualche giorno Berlusconi si è dimesso.
Già nei primi giorni di novembre 2011, prima dell’annuncio delle sue dimissioni, la Goldman Sachs aveva disegnato gli scenari del dopo Berlusconi annunciando un governo di tecnocrati guidato da un “outsider” e tutto questo avveniva quando già il nome di Monti era sulla scrivania di Napolitano da qualche settimana.
Non c’era una stella cometa ad annunciare il bambinello, quanto piuttosto una crescita fuori controllo dello spreed causato dall’azione speculativa della Goldman Sachs che aveva innescato lo schiacciamento del valore dei BTP facendone crollare il valore per riacquistarli a prezzi stracciati.
Ed è sempre la Goldman Sachs che ha preparato il terreno affinché l’outsider “consigliato” alla successione di Berlusconi potesse essere un “suo” uomo, ovvero Mario Monti.
Monti è International Advisor per Goldman Sachs, precisamente è membro del Research Advisory Council del “Goldman Sachs Global Market Institute” e ricopre questo incarico dal 2005, proprio negli anni dei CDO e dei CDS.
Gli uomini della Goldman Sachs hanno sempre ricoperto ruoli chiave nell’economia mondiale, dalla presidenza della FED al Tesoro negli USA.
Oggi a capo della BCE c’è Mario Draghi che è stato vicepresidente della Goldman Sachs.
Sia Monti che Draghi hanno lavorato per la Goldman nel periodo in cui è stata pianificata la frode colossale che ha determinato la crisi statunitense prima ed europea dopo.
E’ legittimo dubitare della loro capacità se dobbiamo affermare che non se ne erano accorti.
E’ invece legittimo dubitare della loro onestà intellettuale se dobbiamo affermare che ne erano al corrente.
Tremonti, dal canto suo, ha la grave responsabilità di aver adottato misure che hanno innalzato il debito pubblico fino al 120 per cento del PIL e di aver spianato la strada al “governo dei banchieri” mentre forse si era illuso di poter fare “tutto da solo” in una delirante autoreferenzialità che abbiamo appena cominciato a pagare.
Tremonti ha la responsabilità di aver intuito in anticipo le manovre dell’autocrazia finanziaria statunitense e di non aver fatto nulla per impedirle, appoggiando il governo del malaffare fino al punto da far percepire Monti come un salvatore della patria.
Le soluzioni di Monti non sono condivisibili, non risolveranno né il debito pubblico né la crescita ma in compenso alimenteranno il nostro livello di povertà rendendolo irreversibile.
I provvedimenti di Monti sono stati, finora, indirizzati al contenimento della spesa nel tentativo di arginare la speculazione innescata sui titoli del nostro debito pubblico.
Il contenimento del debito non può essere separato da una visione politica generale.
Per risolvere una situazione come quella italiana non è sufficiente fare il ragioniere, con tutto il rispetto per questa categoria professionale, e una crisi finanziaria non si risolve con “toppe” ma con un disegno organico che nasca dalla politica, intesa come arte di amministrare, e non certo dalla contabilità .
Se il debito pubblico è stato “sollecitato” dalla spinta speculativa, la manovra di Monti si risolve in un fuor d’opera: abbiamo buttato l’acqua nel secchio bucato e ci siamo impoveriti per nulla.
In tutto questo affaccendarsi nel mettere a posto i conti in senso ragionieristico, ha una sua parte di responsabilità anche Napolitano.
Craxi è sicuramente detestabile per tutto quello che ha combinato, ma dobbiamo dargli atto che Napolitano lo aveva calibrato bene quando lo definiva come “uno che fa finta di non vedere”.
Le alternative sono preso a dirsi.
Nell’agosto 2010 Democrazia Atea aveva proposto, quale soluzione politica, una temporanea e graduale uscita dall’eurozona, con la creazione di un euro di secondo livello, nel quale inglobare anche Portogallo, Grecia e Spagna.
La svalutazione dell’euro nazionale avrebbe potuto essere programmata dalla stessa BCE che avrebbe stabilito tempi e modalità; durante questa uscita temporanea l’Italia avrebbe dovuto riassestare il debito pubblico per poi rientrare senza il rischio di trascinare nella propria crisi gli altri Stati europei.
Se questa soluzione sia ancora praticabile è adesso difficile a dirsi ma non riteniamo sia impossibile.
Le alternative più immediate per la soluzione della crisi italiana sono quelle già contenute nel programma politico di Democrazia Atea: 1. Abrogazione di ogni finanziamento diretto o indiretto alle organizzazioni religiose; 3 Adozione di una legge sul conflitto di interesse che inquina gli interventi pubblici dirottando risorse pubbliche nei forzieri privati; 13. Incentivazione della ricerca scientifica, unico vero motore di ricchezza nel lungo termine; 15. Abrogazione di ogni forma di finanziamento alle scuole private che si risolvono in un depotenziamento delle scuole pubbliche; 21. Azzeramento della partecipazione delle banche private alla redistribuzione degli utili e del patrimonio della Banca d’Italia; 25. Razionalizzazione della spesa farmaceutica; 27. Abrogazione delle leggi sul precariato; 34. Inserimento di un tetto allo stipendio dei manager pubblici, 35. Sostituzione delle fonti energetiche con quelle rinnovabili; 48. Abrogazione dell’8×1000 alle organizzazioni religiose; 66. Ritiro delle forze armate dagli scenari di guerra e riduzione drastica ed immediata di tutte le spese militari.
Le soluzioni proposte da Democrazia Atea hanno un presupposto fondamentale ovvero che la sovranità italiana appartenga ancora al popolo italiano e che la Costituzione italiana sia ancora il nostro riferimento comune.
Non appena Napolitano avrà ratificato il Trattato istitutivo del MES, meccanismo europeo di stabilità, non sarà più così.
Gli Stati che aderiranno al MES avranno un vincolo permanente dal quale non potranno più tirarsi indietro.
Il MES godrà di una incondizionata immunità e nessuna autorità giudiziaria potrà mai sindacarne l’operato.
Nessun Parlamento nazionale potrà sottrarsi alle decisioni imposte dal MES e nemmeno il Parlamento Europeo potrà modificarne i poteri.
E’ la definitiva dittatura della finanza sui popoli e sulle istituzioni, ideata da un gruppo di banchieri che hanno in grande disprezzo la democrazia.
Il MES strangolerà le economie degli Stati membri perché è un meccanismo-mostro che divora tutto.
Mario Monti è il suo perfetto cavallo di Troia.
(Carla Corsetti segretario nazionale di Democrazia Atea)

Le sette domande Uaar: risponde Dante Capriulo

maggio 2nd, 2012

ELEZIONI AMMINISTRATIVE – 7 DOMANDE IN ATTESA DI RISPOSTA –

Il CIRCOLO UAAR di TARANTO, in occasione delle Elezioni Amministrative del 6 e 7 Maggio 2012 rivolge ai Candidati a Sindaco del Comune di Taranto alcune domande sulla laicità delle istituzioni e sulle decisioni che la prossima Amministrazione Comunale vorrà adottare per garantire questo supremo principio costituzionale. Non appena ci perverranno le risposte verranno rese pubbliche così da permettere ai cittadini di Taranto di formarsi una più puntuale opinione per un voto consapevole.

DOMANDA N. 01 – E’ favorevole alla verifica della destinazione d’uso delle proprietà immobiliari esistenti a Taranto e riconducibili alle confessioni religiose, al fine del pagamento della nuova I.M.U (Imposta Comunale sugli Immobili) ?
DOMANDA N. 02 – Sebbene non sia possibile verificare la cifra esatta, dai dati disponibili lo Stato italiano finanzia la Chiesa Cattolica con oltre 6 Miliardi di Euro all’anno, sotto diverse voci ( http://www.icostidellachiesa.it/ ). Con la crisi in atto, vengono richiesti enormi sacrifici ai cittadini. Ritiene possibile che la prossima Amministrazione Comunale riveda alcune di quelle voci? In particolare, qual’è il suo parere sulla modifica della legge sull’8 x 1000, per destinare alle Religioni solo la quota esplicitamente scelta ?
DOMANDA N. 03 – Nella scuola pubblica l’ora alternativa, l’attività didattica per chi non sceglie l’ora di religione cattolica, dovrebbe essere un diritto. In realtà si verificano sempre difficoltà organizzative e anche forme di emarginazione, denunciate anche dall’UNICEF. Ritiene utile istituire un “Osservatorio sui diritti di Genitori e Studenti”” riguardante l’ora alternativa? E’ disponibile a sostenere con finanziamenti comunali progetti didattici e educativi destinati agli studenti dell’ora alternativa ?
DOMANDA N. 04 – A differenza di altre città italiane, a Taranto, fra le strutture cimiteriali pubbliche esistenti o in via di realizzazione, manca uno spazio pubblico attrezzato, da adibire a “Sala del Commiato”. Viene così negato il rito del Commiato ai non credenti in alcuna religione o a chi appartiene ad altre confessioni, oltre quella cristiana. Nel rispetto della laicità e della pluralità delle fedi e in ossequio alla Legge di Stato n.130 del 30.03.2001 e alla Legge Regionale n.34 del 15 dicembre 2008, in cui è legittimata anche l’idea della cremazione, ritiene che il Comune di Taranto debba predisporre una “Sala del Commiato ? Qual’è il suo impegno a riguardo
DOMANDA N. 05 – Per la normativa sul fine vita, meglio conosciuto come “Testamento Biologico”, il progetto di legge, votato dal Senato, sul quale l’UAAR è fortemente critica, è fermo alla Camera e lo sarà ancora a lungo, vista la manifesta non-volontà del Governo Monti di intervenire su temi eticamente sensibili. Il Comune di Taranto vorrà istituire, come altri comuni italiani, un “Registro di Comunicazione di Deposito dei testamenti biologici dei cittadini” ?
DOMANDA N. 06 – Diversi Comuni e/o Circoscrizioni italiane hanno istituito il “Registro delle Coppie di Fatto”. Qual’è la sua opinione a proposito ? E’ disponibile ad istituirlo anche a Taranto e ad adoperarsi per una legge nazionale?
DOMANDA N. 07 – Riti e simboli religiosi negli uffici pubblici. Benedizioni e visite pastorali, messe natalizie e pasquali in orario di lavoro. Inviti da parte dei superiori a cerimonie religiose sul luogo di lavoro e in orario di servizio. Esposizione di simboli religiosi negli uffici pubblici. Tutto ciò accade in uno Stato Laico, qual è l’Italia, dove non esiste la religione di stato, ignorando le esigenze di chi professa altre religioni o dei cittadini atei e agnostici. In caso di elezione a Sindaco, si impegna a rendere liberi dalla religione gli uffici pubblici e ad evitare la presenza di membri della Chiesa Cattolica ad ogni cerimonia ufficiale laica ?
A cura del circolo Uaar di Taranto taranto@uaar.it

Spett.le UAAR
Unione Atei Agnostici Razionalisti
Taranto

Ringrazio per l’attenzione rivoltami nel pormi le sette importanti domande che investono l’etica e sono di grande attualità nella società italiana.
Per quanto riguarda il pagamento dell’Imu (domanda n.1), intendo applicare in modo rigoroso quanto previsto dalle leggi nazionali a tal riguardo.
L’amministrazione comunale (n.2) non finanzia la Chiesa e per quanto attiene all’8Xmille non è di competenza del Comune.
La verifica sull’utilizzo (n.3) dell’ora di religione sarà di competenza dell’assessore al ramo che, con modalità da individuare, verificherà la possibilità di un finanziamento di progetti didattici ed educativi nell’ora alternativa.
Per il quesito n.4 sono del tutto favorevole all’istituzione di una Sala del Commiato. Occorrerà trovare le risorse per la realizzazione di detto progetto.
Per l’apertura di un registro sulle dichiarazioni di fine vita dei cittadini (n.5), proprio perché il tema è eticamente sensibile, si aprirà un dibattito in consiglio comunale.
L’istituzione di un Registro delle coppie di fatto è auspicabile e mi trova del tutto d’accordo, come è auspicabile una legge nazionale.
Infine, per l’ultimo quesito si aprirà un dibattito in Consiglio Comunale.
Cordiali Saluti,
Dante Capriulo
Candidato Sindaco
Al Comune di Tarantofuori_dalle_commedie_4

UAAR: sette domande laiche ai candidati sindaci di Taranto : la risposta di PATRIZIO MAZZA

aprile 27th, 2012

MazzaELEZIONI AMMINISTRATIVE – 7 DOMANDE IN ATTESA DI RISPOSTA –

Il CIRCOLO UAAR di TARANTO, in occasione delle Elezioni Amministrative del 6 e 7 Maggio 2012 rivolge ai Candidati a Sindaco del Comune di Taranto alcune domande sulla laicità delle istituzioni e sulle decisioni che la prossima Amministrazione Comunale vorrà adottare per garantire questo supremo principio costituzionale. Non appena ci perverranno le risposte verranno rese pubbliche così da permettere ai cittadini di Taranto di formarsi una più puntuale opinione per un voto consapevole.

DOMANDA N. 01 - E’ favorevole alla verifica della destinazione d’uso delle proprietà immobiliari esistenti a Taranto e riconducibili alle confessioni religiose, al fine del pagamento della nuova I.M.U (Imposta Comunale sugli Immobili) ?
DOMANDA N. 02 - Sebbene non sia possibile verificare la cifra esatta, dai dati disponibili lo Stato italiano finanzia la Chiesa Cattolica con oltre 6 Miliardi di Euro all’anno, sotto diverse voci ( http://www.icostidellachiesa.it/ ). Con la crisi in atto, vengono richiesti enormi sacrifici ai cittadini. Ritiene possibile che la prossima Amministrazione Comunale riveda alcune di quelle voci? In particolare, qual’è il suo parere sulla modifica della legge sull’8 x 1000, per destinare alle Religioni solo la quota esplicitamente scelta ?
DOMANDA N. 03 - Nella scuola pubblica l’ora alternativa, l’attività didattica per chi non sceglie l’ora di religione cattolica, dovrebbe essere un diritto. In realtà si verificano sempre difficoltà organizzative e anche forme di emarginazione, denunciate anche dall’UNICEF. Ritiene utile istituire un “Osservatorio sui diritti di Genitori e Studenti”" riguardante l’ora alternativa? E’ disponibile a sostenere con finanziamenti comunali progetti didattici e educativi destinati agli studenti dell’ora alternativa ?
DOMANDA N. 04 - A differenza di altre città italiane, a Taranto, fra le strutture cimiteriali pubbliche esistenti o in via di realizzazione, manca uno spazio pubblico attrezzato, da adibire a “Sala del Commiato”. Viene così negato il rito del Commiato ai non credenti in alcuna religione o a chi appartiene ad altre confessioni, oltre quella cristiana. Nel rispetto della laicità e della pluralità delle fedi e in ossequio alla Legge di Stato n.130 del 30.03.2001 e alla Legge Regionale n.34 del 15 dicembre 2008, in cui è legittimata anche l’idea della cremazione, ritiene che il Comune di Taranto debba predisporre una “Sala del Commiato ? Qual’è il suo impegno a riguardo
DOMANDA N. 05 - Per la normativa sul fine vita, meglio conosciuto come “Testamento Biologico”, il progetto di legge, votato dal Senato, sul quale l’UAAR è fortemente critica, è fermo alla Camera e lo sarà ancora a lungo, vista la manifesta non-volontà del Governo Monti di intervenire su temi eticamente sensibili. Il Comune di Taranto vorrà istituire, come altri comuni italiani, un “Registro di Comunicazione di Deposito dei testamenti biologici dei cittadini” ?
DOMANDA N. 06 - Diversi Comuni e/o Circoscrizioni italiane hanno istituito il “Registro delle Coppie di Fatto”. Qual’è la sua opinione a proposito ? E’ disponibile ad istituirlo anche a Taranto e ad adoperarsi per una legge nazionale?
DOMANDA N. 07 - Riti e simboli religiosi negli uffici pubblici. Benedizioni e visite pastorali, messe natalizie e pasquali in orario di lavoro. Inviti da parte dei superiori a cerimonie religiose sul luogo di lavoro e in orario di servizio. Esposizione di simboli religiosi negli uffici pubblici. Tutto ciò accade in uno Stato Laico, qual è l’Italia, dove non esiste la religione di stato, ignorando le esigenze di chi professa altre religioni o dei cittadini atei e agnostici. In caso di elezione a Sindaco, si impegna a rendere liberi dalla religione gli uffici pubblici e ad evitare la presenza di membri della Chiesa Cattolica ad ogni cerimonia ufficiale laica ?
A cura del circolo Uaar di Taranto taranto@uaar.it

Ecco la risposta del candidato Patrizio Mazza ai quesiti posti dall’Unione Atei Agnostici Razionalisti Circolo di Taranto

1)Come è stato stabilito dal governo nazionale gli immobili della chiesa che non rientrano nelle sedi di culto o di aggregazione giovanile e dei cittadini sono soggette al pagamento dell’IMU in specie quelle proprietà che vengano utilizzate per la vendita di immagini o altro o l’alloggio di fedeli con pagamento della pigione.
2)Gli accordi fra stato e chiesa non sono di competenza comunale ma ritengo che alla pari delle altre voci di spesa anche queste vengano ridimensionate. Riguardo all’8 per mille è facoltà dei cittadini scegliere come del resto avviene per qualunque finanziamento facoltativo.
3)L’ora alternativa è un diritto e ciò dipende dal provveditore agli studi a meno che non si tratti della scuola comunale materna, in tal caso occorrerà concordare con i genitori medesimi l’atteggiamento più consono.
4)Effettivamente occorre creare una sala adibita ad hoc per il commiato nel rispetto delle pluralità
5)IL candidato sindaco intende rispettare tutte le volontà dei cittadini ma occorre sempre che sia fatto nel rispetto delle leggi vigenti.
6)Le coppie di fatto rappresentano ormai una consistente parte di cittadini e pertanto destinatarie delle attenzioni, resta il fatto che il concetto di famiglia su cui progettare il futuro di una comunità è quello in cui vi siano il compagno e la compagna e i figli , almeno in prospettiva.
7)Credo che negli edifici pubblici ciò possa avvenire solo in caso di consenso unanime altrimenti non si possono tenere cerimonie di alcun tipo.

Ciao Salvatore De Rosa

aprile 14th, 2012

salvatore_de_rosaSalvatore De Rosa, Psicologo, ateo, militante comunista è venuto a mancare prematuramente, all’età di 57 anni.
Adesso si è ricongiunto al mondo e all’universo sotto forma di materia, come tutti noi siamo.
La materia e la chimica: l’origine della vita.
La ragione : la caratteristica della razza Homo Sapiens Sapiens.
La libertà di pensiero: la caratteristica degli uomini liberi.
Senza intermediari.

Nonostante le sue manifeste e dichiarate volontà, non ha potuto avvalersi di un rito funebre tutto laico.
Nella città di Taranto manca del tutto una “Sala del Commiato” da destinare a tutti coloro che rifiutano il rito religioso. Il Circolo UAAR di Taranto rivolgendosi a tutti i Candidati-Sindaco della città chiede l’impegno a realizzare tale progetto durante la prossima amministrazione-

Il circolo Uaar -Unione degli atei e degli agnostici razionalisti di Taranto-

La morte del trentesimo monachello

aprile 4th, 2012

tibet-300x201Pietro Ancona – Cronache laiche
E’ raccapricciante come la vita umana possa essere strumentalizzata ed usata per una causa che viene tenuta aperta soltanto attraverso lo scandalo. Un monachello di appena venti anni, un ragazzo ancora quasi imberbe, si è suicidato in modo orrendo dandosi fuoco per tenere “accesa” la causa del ritorno del Dalai Lama al potere in Tibet. E’ la trentesima vittima da quando è cominciata la campagna dei suicidi che ha lo scopo di emozionare l’opinione pubblica mondiale e di spingerla contro i cattivi cinesi che non vogliono riconoscere l’indipendenza dei tibetani e che non hanno rispetto per la spiritualità di una religione che raccoglie tra i suoi adepti noti personaggi dell’alta società americana ed è di moda nei salotti “culturali” dell’Occidente.
Sarebbe necessario e asuspicabile l’intervento di coloro che hanno il potere di impedire la continuazione dello svolgimento di questo criminale programma propagandistico fatto di immolazioni di giovani incolpevoli e plagiati o costretti da una immensa pressione ambientale psicologica a sacrificarsi.

Non c’è dubbio che i roghi umani hanno una regia assai attenta alla politica planetaria. Non c’è niente di spontaneo nell’autodafè dei giovani che si immolano. Una mente sapiente e criminale predispone il progetto e si tratta di un progetto poliennale che ci farà vedere ancora molti sacrifici, molte immolazioni. E’ anche possibile che si passerà dal sacrificio individuale a quello collettivo, che gruppi di giovani monaci si daranno fuoco insieme per sottolineare ancora di più e meglio la causa di chi vuole tornare al governo di una immensa regione dove è stato esercitato un potere feudale enorme su una popolazione tenuta analfabeta e priva di servizi sanitari in grandissima parte ridotta alla servitù della gleba di potenti monaci che erano padroni di tutto a cominciare della vita dei contadini e degli artigiani.

Questa causa del ritorno del Dalai Lama in Tibet è sostenuta dagli Usa che finanziano attraverso la Cia lo stesso Dalai Lama ed il movimento religioso buddista. Molti monaci sono stati e sono ancora addestrati alla guerriglia, al sabotaggio, alla guerra partigiana nelle montagne del Colorado. Il movimento buddista viene usato per arrecare danno all’immagine della Cina. Ricordiamoci dei giochi olimpici e della staffetta buddista parallela che ne disturbò lo svolgimento ed amareggiò un momento di protagonismo mondiale della Cina richiamando attraverso la potentissima catena massmediatica occidentale l’attenzione sulla causa della “liberazione” del Tibet piuttosto che sulla Cina che finalmente si affacciava alla vista del mondo.

Soltanto gli americani possano mettere fine a questo orrendo dispendio di vite umane. Debbono ordinare al Dalai Lama di smetterla. Il potere religioso non può e non deve estendersi alla vita stessa dei monaci. E’ più facile credere alla volontarietà della morte dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale che a quella di questi giovanissimi monachelli. Oggi sappiamo che i kamikaze non erano affatto contenti di immolarsi e ci sono testimonianze strazianti di lettere mandate ai familiari in cui c’è tanto rammarico per la vita che si perde. È il caso di approfondire tutte le circostanze in cui maturano questi eventi luttuosi e terribili. In quale clima vivono i monaci predestinati allo autodafè. Perché ad immolarsi sono sempre e soltanto giovani anime innocenti e non stagionati monaci gerarchicamente importanti?
Perché il Dalai Lama non brucia se stesso piuttosto che mandare a morte tanti giovani monachelli?
(autore Pietro Ancona)(www.cronachelaiche.it)

disabili: segnati da dio

marzo 30th, 2012

segnati-da-dio1-278x300“Guardati dai segnati da dio!” questo l’avvertimento popolare che risuonava nei tempi passati per mettere in guardia i “sani” da coloro che portavano sul corpo lo stigma, il marchio della riprovazione di dio: ciechi, deformi, storpi e folli. Risultava facile pensare che tutti scontassero una colpa, macchiati di un peccato che si aggiungeva a quello originario; in alcuni casi poteva essere la punizione di una colpa della madre che li aveva concepiti essendo impura se non addirittura congiungendosi al demonio, in altri casi potevano essere indemoniati essi stessi. Ad ogni modo occorreva starne lontani, perché portatori di disgrazie e malvagità.

La credenza che il disabile stesse espiando una colpa era radicata nell’età antica e nella cultura ebraica fino ai tempi della predicazione di Gesù. Nell’episodio narrato nel Vangelo (Giov.9,1-7) gli apostoli a proposito di un cieco dalla nascita chiedono al Maestro: «Rabbi, chi ha peccato lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» La risposta di Gesù fu che «né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». E’ facile immaginare che una risposta apparentemente netta ma non esauriente sulla causa di qualcosa che appariva inspiegabile, fatta per di più con esclusivo riferimento al significato simbolico (cieco è chi non conosce dio perché non gli è mai stato mostrato) non sarebbe stata capita da semplici pescatori. Del resto Gesù forniva altre occasioni per far ritenere che insieme alla malattia ci fosse sempre uno stato di peccato: ciechi, indemoniati e lebbrosi che si avvicinavano a lui ottenevano la guarigione ma venivano poi esorcizzati e mondati dei peccati, e quindi esortati a non peccare più. Un male del corpo evidenziava un male dell’anima, seppure simbolicamente.

L’atteggiamento da parte della Chiesa cattolica nei secoli successivi verso la eterogenea categoria dei “minorati “ o “diversi” costituì per qualche aspetto un progresso per tutti coloro che senza la pietà evangelica sarebbero stati sicuramente abbandonati a loro stessi e condannati alla morte. Il sostegno veniva dato loro attraverso le opere caritatevoli di monasteri e confraternite, all’origine dei moderni ospedali, che per molto tempo furono le uniche forme di assistenza che la società forniva. L’approccio pietoso verso questi uomini, donne, bambini affetti da menomazioni fisiche o mentali (ma anche semplicemente poveri, trovatelli, “occulte gravide”) si esercitava tuttavia con vere e proprie forme di segregazione, di isolamento dal resto della società; in questo modo si continuava a rimarcare il pregiudizio e la diffidenza verso ogni forma di disabilità. Tale era la condizione di separazione dal resto del mondo di lebbrosari, ospizi, case di pazzerelli, depositi o ricoveri per malati incurabili o “scherzi della natura” come per il Cottolengo di Torino, sul quale da subito si alimentò il mistero su quali “freaks” vi fossero ospitati. Il risultato fu l’occultamento di cose sgradevoli e delle quali vergognarsi, per quanto alla base di tutto potesse esserci l’intenzione di accudire, proteggere, tenere al riparo da sguardi e cattiverie altrui.
Non diversamente andavano le cose per quanto riguardava chi era affetto da invalidità fisiche nella stessa organizzazione interna della Chiesa: secondo quanto prescriveva il Catechismo Tridentino al can.287 «non devono essere promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti»

In tempi più vicini, la disabilità continua sotto molti aspetti a costituire un impedimento nella vita di comunità dei credenti, rappresentando un ostacolo all’accesso a sacramenti quali il matrimonio, precluso ove uno dei promessi coniugi sia affetto da incapacità irreversibile di copulare, ovvero alla eucarestia o alla cresima, spesso non consentite a ragazzi Down.
Ma l’aspetto senza dubbio più eclatante risiede nel non riconoscimento del diritto alla sessualità ai disabili, ragione questa per la quale il Vaticano nel 2008 ha negato la propria sottoscrizione alla convenzione internazionale Onu per i diritti delle persone con disabilità: il motivo del rifiuto risiederebbe negli articoli 23 e 25 sulla pianificazione familiare e il diritto all’esercizio di questa. In particolare il Vaticano giustificò il suo rifiuto a sottoscrivere la convenzione per il richiamo alla «salute sessuale e riproduttività» collegata alla disabilità, paventando che tra le prestazioni sanitarie connesse alla pianificazione familiare venisse inclusa la liceità all’aborto, in particolare quello terapeutico.
Come spesso accade, il dogma della sacralità della vita, neanche reale ma solo “eventuale”, prevale sul diritto a viverla.
(Giuseppe Ancona www.cronachelaiche.it )

presentazione di I Laic un anno di cronache laiche a Taranto: circolo C.l.a.m. international

marzo 18th, 2012

nell’ambito dell’ iniziativa “Libreria condivisa” sabato 24 marzo h. 17.30 presso la sede del circolo C.L.A.M. international in Taranto alla via Pisanelli 9, presentazione del libro “I Laic un anno di cronache laiche“. Editore Tempesta, Roma. Saranno presenti Giuseppe Ancona e Bruno Vergani. i laic

Un milione di euro bastano e avanzano per il parroco di San Martino

marzo 14th, 2012

palazzoStabile Mons. Franco Semeraro, rettore della Parrocchia di San Martino a Martina Franca riesce ad ottenere dal ministero dell’Economia e delle Finanze un contributo di un milione di euro per la ristrutturazione di un palazzo di proprietà della stessa parrocchia, Palazzo Stabile, da destinare a Museo della Chiesa di San Martino.
La richiesta era stata inoltrata dallo stesso effervescente parroco nel lontano 2005 e seppur già allora si profilavano tempi di vacche magre, in breve i soldi dal ministero sono saltati fuori: infatti a marzo del 2006 esisteva lo stanziamento per finanziare le opere. Non però l’intera cifra richiesta, che da progetto iniziale ammontava a 1.640.000,00 euro, ma solo un milioncino tondo: “arrangiatevi con questi” oppure niente, questo in sostanza il messaggio del Ministero. Da buon pastore, attento alla cura delle anime quanto nel gestire i denari, il don non s’è perso d’animo e pur di ricevere subito l’acconto ha sottoscritto un impegno (della parrocchia, non certo suo personale) a portare avanti il progetto e coprire l’eccedenza del costo della ristrutturazione, in pratica i 640.000,00 euro mancanti.
Ma… colpo di scena! quando i fondi stavano per arrivare agli sgoccioli, togli questo e taglia quello, riduci qui e ribassa qua, com’è come non è, il parroco ha fatto quadrare i conti senza sborsare (lui) neanche un centesimo. Alla fine dovremmo rivolgere un grande ringraziamento all’arciprete in questione, perché con il milione di euro ottenuto dallo Stato (tutti noi) è riuscito a far risparmiare i propri concittadini (sempre noi). Gliene saranno grati principalmente i suoi parrocchiani, ai quali senza dubbio sarebbe andato a bussare soldi, costringendoli a cambiar marciapiede se lo incontravano in cerca di benefattori. Del resto anche nella costruzione della Chiesa di san Martino si ricorda la grande partecipazione popolare nel dare contributi, con grandi benefattori che ora godono la ricompensa ultraterrena; anche se, bisogna dire, all’epoca il discorso della ricompensa nel regno dei cieli aveva più presa sulle anime pie dei martinesi. Quindi il Comune di Martina Franca, che gestisce i fondi del Ministero adesso può finalmente liquidare il saldo. San Martino avrà il suo Museo, anche se non sappiamo bene quali tesori conterrà e come potrà usufruirne la comunità, che forse non ne sentiva la mancanza.
Giuseppe Ancona

8 Marzo, festa per donne di chiesa

marzo 9th, 2012

Martina Franca-20120304-00812L’invito è apparso sui muri di Martina vecchia e in breve dopo una spiata, è rimbalzato in rete dalle pagine facebook del giornale on line “cronachelaiche.it” diventando un tormentone e sucitando ilarità mista a sgomento tra gli internauti. In un italiano molto approssimativo e involontariamente comico, ( ma forse l’autore è poco pratico della nostra lingua ) si chiamano a raccolta nella sala parrocchiale di Cristo Re a Martina Franca per l’otto marzo , “festa della donna”, le signore di “nazionalità diverse” : “ Romania, Albania ,Polonia, Georgia ecc” per un piccolo “trattenimento”. Chi tratterrà (o intratterrà) le gentili signore non è dato sapere, visto che l’invito è privo di autore e firma, in perfetto stile stampa clandestina.
Si spera solo che le graziose partecipanti non vengano trattenute contro la loro volontà.
Quel che è certo è che l’invito prevede una “degustazione” ma con pane e companatico a carico delle invitate: un po’ come nel film di Totò e Peppino, dove il padrone di casa metteva a disposizione pentole, acqua calda e fornello e lo sfortunato invitato veniva spedito a far la spesa. L’abile ideatore della festa a scrocco sarà stato sicuramente animato da ottimi propositi e tra le sue intenzioni c’era ( speriamo) quella di favorire la socializzazione delle straniere nell’ostica Martina Franca. Ma perchè le signore di nazionalità “Italia” non sono state invitate a socializzare? La risposta è semplice: essendo l’otto marzo è probabile che le “nostre” donne andranno a riempire pub, ristoranti e pizzerie, se non proprio spingersi un pò più fuori città, alla ricerca del brivido trasgressivo di qualche localino spinto, dove svagarsi con streep-tease maschili.
Un dubbio però non riusciamo a scioglierlo: cosa c’entra la festa della donna ( più propriamente, la “Giornata della Donna”, perché la “festa” si fa al cappone a Natale) con una parrocchia? Da quando la Chiesa è diventata luogo di rivendicazione e riflessione sui diritti delle donne? Forse nella parrocchia di Cristo Re si discuterà del diritto delle donne alla maternità consapevole, di fecondazione assistita, aborto, contraccezione, divorzio ? O verrà impartita una lezione sulla parità delle donne nella società proprio dalla Chiesa Cattolica che, con le sue discriminazioni e divieti nei confronti delle fedeli nell’accesso al sacerdozio, si caratterizza come il prototipo di istituzione misogina e sessista? La verità, come dice il proverbio, sta nel mezzo: svuotandosi i banchi della messa, la parrrocchia cerca nuove adepte tra le immigrate: polacche, rumene, georgiane e albanesi , donne che secondo un luogo comune hanno meno grilli per la testa, in questa giornata di (finta) libertà.
Giuseppe Ancona

Festa della donna? ma anche no

marzo 7th, 2012

donne-300x225Anche quest’anno il rituale dell’8 marzo sarà lo stesso. Ci sarà il collega che rispolvera per l’occasione la frase di circostanza «oggi è la loro festa, trattiamole bene», quello che si sente cavaliere e si presenta con rametti di mimosa per tutte, il barista che ti dice «Auguri!» con il sorriso delle grandi occasioni mentre prendi il caffè. E poi la sera i ristoranti pieni di donne di tutte le età finalmente “libere” che, come le colf il giovedì, festeggiano la loro ora d’aria annuale, quelle che solo quel giorno possono concedersi di andare a vedere gli spogliarelli maschili emulando il peggio del peggio dell’altra metà del cielo, quelle che il ramo di mimosa se lo comprano da sole per autogratificarsi della loro sofferta condizione di mamme, mogli, angeli del focolare.
Donne un giorno su 365.

E stride, come sempre, la “festa” con quella che invece è una ricorrenza, la Giornata internazionale della Donna. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.

C’è qualcosa da festeggiare per le donne italiane? La risposta la troviamo nelle statistiche ufficiali e nella cronaca nera. Nel lavoro sottopagate (il 17% in meno degli uomini) e sottoimpiegate quando non disoccupate (più dei maschi), o part time e non per scelta. Ma anche licenziate grazie alla abominevole pratica delle dimissioni in bianco, sommersa clausola di assunzione che ha lasciato per strada, solo nel 2010, 800mila donne incinte. La crisi, dice l’Istat nel suo Rapporto 2011 (dati 2010), «ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già per le donne inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri».

Oggetto di violenza dell’italico maschio, quello che le vede come gliele presenta la tv, la pubblicità o l’immancabile mamma, le donne sono terra di conquista e articolo sessuale di proprietà. Dall’inizio del 2012 a oggi ne sono state uccise 23. E il trend è in crescita: 127 nel 2010, 137 nel 2011. Mariti o ex, compagni o amanti gli autori della strage. Ma anche “corteggiatori” ai quali la sventurata di turno ha osato dire no. Molte non muoiono, perché la furia bestiale si ferma prima dell’irreparabile, e per puro caso non vengono conteggiate nelle statistiche mortuarie femminili. Si pensi, solo per parlare dell’ultimo mese, alla ragazza aquilana abbandonata in fin di vita dopo un brutale stupro (presunto o meno fa poca differenza) in cui è stata usata una spranga di ferro che forse suppliva ad altre mancanze, o alla genovese incinta sequestrata, violentata e selvaggiamente picchiata con il guinzaglio del cane per tre giorni dal suo ex. L’80% della violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche per mano degli uomini della loro vita. Quelli che ne tengono in scacco la vita, le scelte, la libertà. E L’Italia è uno dei pochi paesi che ancora non hanno fissato un piano di attuazione della risoluzione Onu sulla violenza sulle donne in regime di pace, di guerra o di post conflitti.

E se questo ancora non basta a quelle che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, potremmo ricordare loro cosa cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi – anzi devi – venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.

Se nonostante ciò, care signore, volete ancora festeggiare, sappiate che andate solo a rafforzare questo perverso modello. Se pensate che basti un minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, vi hanno fregato. E con voi tutte noi.

Cecilia M. Calamani ( www.cronachelaiche.it)

il colore del gatto: la sanità confessionale a Taranto

maggio 14th, 2011

vendola e don verzèSe dovesse concretizzarsi il grandioso progetto dell’Ospedale San Raffaele del Mediterraneo a Taranto accadrà, caso unico in Italia, che il sistema sanitario di un capoluogo di provincia sarà quasi totalmente privatizzato, passando in larga parte nelle mani di un ente cattolico quale la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor di Milano, di don Luigi Verzè.
Molto bene, si dirà, se realmente dovesse sorgere quel “polo d’eccellenza” di cui tanto si parla, quel centro di cura e di ricerca universitaria all’avanguardia non solo in campo oncologico, che eviterà a tarantini e pugliesi viaggi della speranza negli ospedali del Nord.
Di questo progetto, fortemente voluto dal presidente della Regione Nichi Vendola, si parla molto, ma forse non abbastanza.
Politici, sindacalisti, associazioni e mezzi d’informazione mettono in luce gli aspetti teorici, tecnici ed economici dell’operazione, come il costo di 210 milioni di euro, dei quali 60 milioni già stanziati dalla Regione Puglia, o le quote di ripartizione pubblico privato rispettivamente del 51 e del 49%. Si discute anche della contestuale soppressione definitiva di altri due ospedali ( il SS. Annunziata e il Moscati) con la perdita di una cinquantina di posti letto non rimpiazzati, e della variante urbanistica concessa alla società proprietaria del suolo su cui sorgerà il nuovo ospedale (confinante con la cittadella di Motolese, anch’essa nell’holding San Raffaele), che le permetterà la costruzione, di 250 nuovi alloggi in altra zona ora destinata a servizi. Notizie di stampa riferiscono però di qualche problema di bilancio della Fondazione San Raffaele (un passivo di 900 milioni di euro) ma l’impero economico di Don Verzè è comunque solido.
Ma oltre a questi aspetti, importanti certamente, serve domandarsi :è un bene che i futuri camici bianchi (dal primario all’infermiere) del nuovo ospedale, vengano per la fase iniziale assunti e dipendano da un direttore sanitario nominato dalla fondazione cattolica? Quali saranno le direttive impartite?
Diceva Mao Tse –Tung, che non importa se il gatto è bianco o grigio, purché sappia prendere i topi.
Sarebbe così, se non fosse che in tema di salute e di vita, a volte, occorre sapere prima come la pensa il gatto, poiché esistono materie nelle quali le convinzioni personali dell’operatore sanitario possono essere determinanti.
Sarebbe necessario ad esempio pensare a quale sarà tra i medici di Taranto e provincia che a vario titolo graviteranno nell’orbita del San Raffaele, la percentuale di obiettori di coscienza, non solo per le interruzioni volontarie di gravidanza, ma per la somministrazione della RU-486 o per la pillola del giorno dopo (che pure non è un abortivo ma contraccezione di emergenza): per quest’ultima sarà possibile ottenerne la prescrizione al pronto soccorso del San Raffaele? E che dire della nuova legge Calabrò in approvazione alla Camera sul fine vita, secondo la quale al medico o all’equipe medica vengono concessi poteri decisionali straordinari, esclusivamente rimessi alla “scienza e coscienza” del sanitario? È già accaduto con Eluana Englaro, che per il rifiuto a staccare i macchinari da parte delle suore che l’accudivano, dovette essere trasferita dalla clinica di Lecco a Udine, lontano dalla Lombardia di Formigoni, e questo per dare attuazione a una sentenza di una Corte d’Appello della Repubblica Italiana.
Alcuni anni fa una mia conoscente aveva problemi a portare avanti una normale gravidanza: dopo costose cure e visite specialistiche, i medici le dissero impotenti che l’unica possibilità era di recarsi all’estero per utilizzare quelle tecniche di procreazione assistita che la legge 40 vietava loro di mettere in atto in Italia.
Fortunatamente rimase incinta e tutto andò bene; adesso ha un bel bambino, sano.
A chi conoscendo la sua storia, attribuiva il lieto evento all’intercessione di qualche padre Pio, rispondeva sorridendo di essere stata più fortunata di altri, ricordando con affetto quei medici italiani addolorati perché veniva loro impedito di fare il proprio lavoro.
Tanta fortuna, bimbo.

Giuseppe Ancona

articolo apparso su Extramagazine del 13 maggio 2011

Croce e ciminiere. La Santa alleanza dell’acciaio

maggio 19th, 2011

chiesa e Ilvadi Salvatore Romeo (’84)

Ha destato scalpore e persino scandalo la recente vicenda dello “scambio di favori” fra ILVA e Chiesa di Taranto. Se la prima ha finanziato – come d’altra parte fa da diversi anni – le celebrazioni di San Cataldo, l’altra ha ricambiato conferendo il “Cataldus d’argento” a Girolamo Archinà, attuale responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda per la regione Puglia. Eppure questo simpatico do ut des non avrebbe dovuto meravigliare più di tanto. Risale a poco più di un anno fa il contributo che ILVA ha elargito alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della parte esterna della chiesa. In quell’occasione sia il parroco, Padre Angelo Catapano, sia lo stesso vescovo spesero – com’era normale che fosse – parole di estrema gratitudine nei confronti dell’azienda – Catapano, fra l’altro, è attualmente cappellano di fabbrica del siderurgico. Quest’ultima, d’altra parte, nel comunicato stampa diramato per l’occasione tenne a sottolineare che “i parrocchiani, circa 6 mila, sono in prevalenza lavoratori ILVA, che negli anni di espansione del siderurgico si sono stabilizzati al quartiere Tamburi.” La costruzione della Gesù Divin Lavoratore – soggiunge il comunicato – è infatti iniziata nel 1967 e conclusa solo alla fine degli anni ’60. Questa breve nota ha in realtà grande valore per almeno due ragioni: ci dice quanto antico sia il rapporto fra Chiesa e grande industria (siderurgica) e quale funzione esso abbia svolto e continui a svolgere. Per cogliere almeno un risvolto dell’alleanza fra potere ecclesiastico ed economico il lettore provi a porsi una domanda: quale partito o sindacato vanta al momento 6 mila iscritti in quella parte di città? Una sommaria ricostruzione di questo legame è offerta dall’articolo di Antonio Mariano presente in questo stesso numero. Da esso si evince che in passato la Chiesa ha svolto nei confronti del siderurgico un servizio ben preciso: il controllo sociale della manodopera, che ha visto le istituzioni del mondo cattolico impegnate persino nel campo della selezione del personale. Questa mediazione è declinata con il “raddoppio” e con l’ingresso in fabbrica di nuove leve meno dipendenti dai poteri tradizionali. Oggi la situazione sembra essersi ribaltata.
Le vicende di questi mesi sembrano confermare che, a seguito della privatizzazione, si è fatto un passo indietro di qualche decennio sul piano delle relazioni industriali e istituzionali che riguardano il siderurgico, recuperando metodi di gestione del consenso che sembravano essere stati sepolti dalla stessa secolarizzazione della società italiana. D’altra parte non è un mistero che diverse assunzioni, all’epoca del turn over generazionale, siano state gestite facendo leva su poteri locali. Ma in questo contesto la Chiesa svolge forse anche un’altra funzione, non contemplata dal modello dominante negli ’60.

L’attuale cappellano di fabbrica dell’ILVA è lo stesso Angelo Catapano. Ma per più di dieci anni a curare le anime dei lavoratori siderurgici e delle loro famiglie ci ha pensato don Nino Borsci. Figura carismatica, attualmente parroco di un’altra chiesa dei Tamburi, la San Francesco de’ Geronimo, Borsci è però soprattutto – dal 2001 – direttore della Caritas diocesana di Taranto, incarico di prestigio e di potere. Ma per capire il senso dell’intreccio clerico-industriale non è solo alle attività ufficiali di don Nino che bisogna guardare, bensì alla sua quotidiana opera nel quartiere. Le immagini che ho presenti sono due: la prima è la famosa scena del documentario di Alessandro Sortino su Taranto in cui il fulvo giornalista si avventura nel cuore dei Tamburi, a “parlare con la gente”. Ben indirizzato dalle sue guide locali, i posti che visita sono proprio le due chiese del rione. A Gesù Divin Lavoratore parla con Catapano e raccoglie le impressioni dei bambini dell’oratorio, di fronte alla San Francesco de’ Geronimo invece assiste alla processione in onore del santo. Ed è questo senz’altro il momento più significativo della narrazione. Sortino prova a interrogare i fedeli presenti; quasi tutti hanno parenti, amici o conoscenti che lavorano in ILVA – insomma, il dato rivelato dal comunicato aziendale sembrerebbe valere anche per questa parrocchia – ed è da queste persone che raccoglie le risposte più significative. I più a dire il vero tacciono; i pochi che rispondono replicano il refrain del “ricatto occupazionale”: “meglio il lavoro dell’aria pulita”, dice la signora con malcelato buon senso. L’omertà e la rassegnazione contrastano con la partecipazione sentita alla celebrazione, con le note della banda. Una prova di forza: la Chiesa riesce a portare in strada la gente del quartiere, gli ambientalisti no – come nota amaramente un altro abitante del quartiere.
Ma su cosa si basa questa forza? Mi tornano alla memoria le impressioni dell’incontro che ebbi l’anno scorso con Don Nino nella sua canonica. Eravamo stati “convocati” dopo una nostra inchiesta sul centro per richiedenti asilo gestito anche dalla Caritas, nel quale si mettevano in evidenza diverse inefficienze che il prelato ci teneva a rettificare. Appena entro mi impressiona la quantità di persone che all’interno dell’ampia sagrestia. Tutte sembravano indaffarate, intente nell’organizzazione di chissà cosa… Dovemmo aspettare qualche minuto prima di essere ricevuti nello studio del parroco, a sua volta evidentemente impegnato. Finalmente dentro, la nostra conversazione venne interrotta dal continuo affacciarsi di persone che chiedevano a Don Nino “due minuti”, quasi sempre con un foglio in mano. Don Nino fu molto fermo nel respingerli e continuò
il confronto. Alla fine mi restò l’impressione che la nostra questione non fosse che una delle tante che il “vulcanico” Borsci (così lo definiscono i suoi collaboratori) aveva dovuto affrontare nel corso di quella giornata. Per cogliere almeno in parte l’articolazione delle attività che la Don Francesco svolge basta visitare il suo sito (!). Oltre alla tradizionale Azione Cattolica e al gruppo scout, troviamo: centro sportivo, scuola di ballo, scuola materna, coro parrocchiale, centro di recupero per tossicodipendenti, casa famiglia, persino un gruppo carismatico (credevo esistessero solo fra i protestanti!). Un’attività che nelle città del centro Italia viene svolta dai circoli ARCI o UISP, ormai da tempo trasformatisi in centri polifunzionali. Insomma, la Chiesa è nel quartiere e interagisce attivamente col quartiere. Riformuliamo la domanda posta sopra: quante istituzioni laiche (partiti, sindacati o anche semplici associazioni) sono in grado di fare tutto questo oggi?
Non basta a questo punto brandire la “ragione laicista”, cioè dire che Borsci, Catapano e i preti in generale fanno quello che fanno perché alle spalle hanno un’istituzione potente, l’8 per mille ecc. ecc. Perché sorge spontanea una domanda: i Tamburi non sono lo stesso quartiere in cui fino ancora agli anni ’80 le forze di sinistra avevano la maggioranza assoluta dei consensi? In cui esisteva una socialità operaia strutturata e composita che faceva concorrenza attiva alla Chiesa? Che fine ha fatto questo patrimonio, mentre quello delle parrocchie è cresciuto? E soprattutto, perché si è verificato tale esito?
Da quest’ultimo interrogativo rischierebbe di venire fuori un discorso infinito, che non è proprio il caso di affrontare in questa sede. Però alcune suggestioni le si può esprimere. L’arretramento delle istituzioni laiche ha coinciso cronologicamente con la crisi del mito dell’industria e con l’emergere degli aspetti problematici legati alle grandi fabbriche. Fra tutti questi una posizione di assoluto rilievo è andata assumendo la questione ambientale, che tradotta nei termini dell’esistenza individuale vuol dire: paura della morte precoce e dolorosa. E’ questo il campo su cui la religione come fenomeno umano è nata e si è consolidata. E quanto più l’idea e l’immagine stessa della morte diventa forte, tanto più il potere della religione – e cioè la sua capacità di rispondere ad un bisogno sociale oggettivo – si espande. D’altra parte non diceva Spinoza che “l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte”? E dunque libero non è l’uomo che deve fare i conti quotidianamente con l’ombra della “nera signora”: egli si trova a dover cercare continuamente consolazione per non finire stritolato dall’angoscia e dal terrore che da un momento all’altro la sua esistenza possa essere travolta da un male imprevedibile. E quello che la Chiesa offre non è solo consolazione della coscienza, ma anche “impegno” in tutti i momenti vuoti della quotidianità – quelli in cui, complice la solitudine che caratterizza la quotidianità dell’individuo moderno, potrebbe riaffiorare il pensiero della fine. Il corso di ballo piuttosto che la partita di pallone o la preghiera collettiva sono gioiose alienazioni, che in un quartiere dove l’alienazione “cupa” – quella delle case parcheggio, delle strade continuamente trafficate, dell’assenza di spazi verdi… – è di casa assumono un valore sociale altissimo.
Certo, questo spiega solo in parte il potere sociale della Chiesa in città, perché poi le istituzioni laiche hanno messo abbondantemente del loro nel determinare la situazione corrente. Dopo aver accettato supinamente la privatizzazione del siderurgico, le forze laiche – e la sinistra in particolare – sono rimaste disorientate e stordite di fronte agli atteggiamenti della nuova dirigenza. Nessuno forse si aspettava la delegittimazione dei sindacati, gli atteggiamenti intimidatori nei confronti dei lavoratori che non piegavano il capo (si pensi alla tristissima vicenda della Palazzina LAF), lo sprezzo assoluto verso la città che ha caratterizzato almeno il primo decennio della nuova proprietà. Ma a questa violentissima sfida non è corrisposta una reazione uguale e contraria. Anzi, sindacati e partiti della sinistra hanno assecondato l’arretramento politico dei lavoratori: accettando nella sostanza il nuovo modello di relazioni industriali e ridimensionando la propria presenza in fabbrica e nei quartieri.

Ecco allora che la posizione della Chiesa rispetto alla grande industria non è dettata da mero opportunismo (certo, c’è anche questo). L’alleanza fra Chiesa e ILVA si basa sulla funzione che la prima svolge e che mette a servizio dell’azienda. Essa cura il malessere che quest’ultima produce e di cui nessun altro si interessa. Lo fa alla sua solita maniera, cioè neutralizzando il conflitto, dando risposte consolatorie. Così certo non si risolve il problema – che consiste in ultima istanza nel fatto paradossale che quelle persone sono costrette a morire per vivere – anzi: le false soluzioni lasciano intatta la situazione, creando allo stesso tempo dipendenza. Se pregando il male non passa il prete dice che non si è pregato abbastanza: è un trucco che va avanti da migliaia di anni, ma è proprio questa la radice del potere delle religioni. Ma non basta dire che è tutta un’illusione per vedere finalmente la ragione trionfare; se non ci sono altre soluzioni anche la non-soluzione va bene. Gli uomini, come la natura, non tollerano il vuoto.

E allora che fare? Una prima cosa potrebbe essere smetterla con la propaganda della morte. Le persone che per prime subiscono l’inquinamento non devono sentirsi “deboli”, ma “forti”. Devono sentirsi ciò che realmente sono – e cioè la leva che fa funzionare un meccanismo ben oliato che ogni anno trasforma lavoro e macchine in centinaia di milioni di euro di profitti. Gli operai possono a loro volta “ricattare” l’azienda se smettono di lavorare (lo ha dimostrato la vertenza sul contratto dello scorso anno). Essi non possono sentirsi cronicamente malati e bisognosi di assistenza e di cure; devono essere orgogliosi di sé stessi, della funzione sociale che svolgono e sicuri di poter cambiare a piacimento il proprio destino. Ma questo orgoglio e questa sicurezza non emergeranno fino a quando, oltre a cambiare il registro della “narrazione” che dall’esterno si fa di loro, la società civile che ha interesse a cambiare le cose non lavorerà con gli operai dentro le periferie per costruire nei luoghi di lavoro e di vita una presenza sociale diversa da quella sostenuta dal blocco clerico-aziendale. L’avvenire di questa città è indissolubilmente legato alla volontà che esprimeranno (o non esprimeranno) le 11 mila persone che quotidianamente varcano i cancelli della fabbrica. Taranto, piaccia o no, è principalmente città operaia; e sarà l’azione o l’inerzia di questa enorme massa di uomini a costruirne – o distruggerne – l’avvenire.
Salvatore Romeo
( articolo apparso su www.siderlandia.it 17 maggio 2011)

info@tarantolaica.it

don Tonino Bello: da santo a santino

luglio 2nd, 2011

Tonino_BelloNella Chiesa di oggi esiste un numero, in realtà esiguo, di“preti che non sembrano preti” (diffuso modo di dire che suona in maniera ambivalente come elogio o critica a seconda dei punti di vista). I più noti potrebbero essere stati in passato don Milani e più di recente i vari don Ciotti e don Gallo, e così via fino ai don Paolo Farinella, don Alberto Maggi o fra Ettore Marangi, questi ultimi molto popolari grazie ai social network. Si tratta nella maggior parte dei casi di uomini di Chiesa amatissimi dai propri fedeli, ma un po’ meno dalle gerarchie ecclesiastiche; capaci di prendere in pubblico posizioni politiche e dottrinali inusuali o non ortodosse, disinvolti nel districarsi tra paramenti sacri e kefiah palestinesi, presenti tanto alla recita del SS.Rosario quanto alla marcia per i diritti dei gay; questi preti fondano gruppi e comunità che si espandono e rivitalizzano chiese e oratori e i superiori, per quieto vivere, sono costretti a chiudere un occhio. Spesso li vediamo in televisione o sui giornali come opinionisti, magari contrapposti ad altri preti “conservatori”.

Madre Chiesa evita da sempre rotture impopolari, per questo se li deve redarguire lo fa in privato, e mostra piuttosto di sopportare pazientemente questi figli scapestrati anziché dare loro fiducia consegnandogli le chiavi di casa: non si sa mai che dimentichino incautamente la porta aperta lasciando entrare persone sgradite. A questa parziale autonomia corrisponde sempre un rallentamento di carriera: non a caso, tra quelli citati nessuno è arrivato (o difficilmente arriverà) a vestire il rosso vescovile o la porpora cardinalizia.

Un caso raro di prete anomalo che invece è riuscito a assumere ruoli di responsabilità è rappresentato dallo scomparso vescovo di Molfetta Antonio Bello, per i suoi seguaci semplicemente don Tonino. Come sia stato possibile che giungesse a tale dignità ecclesiastica e livello di potere (è stato anche responsabile nazionale di Pax Christi ) un prete che, senza alcuna curiale prudenza, era in prima fila contro la guerra e lo sfruttamento capitalistico resta un mistero che qualcuno attribuirà allo Spirito Santo; mentre è più probabile che ciò sia avvenuto grazie a una salda preparazione culturale unita ad un’abilità straordinaria nel tessere rapporti sociali.

Chi lo conobbe racconta come il vescovo di Molfetta fosse un avvincente oratore che sfruttava a proprio vantaggio i mezzi d’informazione, prestandosi con una gradevole fisicità a incontri pubblici e televisivi, disponibile sempre all’ascolto e al rilascio di interviste come alla partecipazione a  manifestazioni pubbliche. Valori universali come Pace, Giustizia, Solidarietà pronunciati con enfasi da un vescovo acquistano sempre un valore aggiunto. E quando non ancora sessantenne il suo fisico venne minato visibilmente da un tumore, continuò instancabile a darsi ai suoi sostenitori compiendo un celebre viaggio sotto le bombe di Sarajevo nell’ex Jugoslavia. In questo c’è qualcosa che lo avvicina a papa Woytjla, anch’egli abilissimo comunicatore fino alla fine dei suoi giorni: esiste uno degli ultimi filmati che ritrae il vescovo pugliese sofferente mentre si affaccia per l’ultima volta dalla sua stanza per salutare un gruppo di giovani che, la notte del suo compleanno, canta per lui nel cortile del vescovado. Una scena simile si vedrà in piazza san Pietro alcuni anni dopo, con i papa-boys.

Quel che colpisce è la crescente notorietà di monsignor Bello anche tra i delusi o scettici verso la Chiesa, nonché tra i militanti di sinistra (tra i quali il suo grande supporter Vendola, anche se questo non stupisce granché viste le ultime frequentazioni del governatore).

Dopo la prematura morte nel 1993 le iniziative che portano il suo nome e la diffusione della sua immagine crescono continuamente anche fuori dalla Puglia e dai confini nazionali. Il cimitero di Alessano (Le) dove è sepolto è meta di autobus di pellegrini; nella diocesi di Molfetta i santini di monsignor Bello sorridente hanno ormai scalzato un accigliato Padre Pio; nessuno dal Vaticano sembra avere da obiettare sul fenomeno popolare e l’utilizzo prematuro e forse improprio di appellativi come “santo” o “profeta”.

L’epilogo di questa storia è che il vescovo Antonio Bello è in lizza per divenire beato e poi santo. Facile prevedere che una volta passato attraverso i meccanismi inconoscibili della fabbrica dei santi  poco o nulla resterà delle sue parole dure contro la guerra o di quelle altrettanto sferzanti contro i poteri finanziari ed economici, e gli stessi guerrafondai, speculatori e prepotenti contro cui si scagliava da un altare o da un giornale saranno in prima fila pronti a fregiarsi della sua immaginetta.

Giuseppe Ancona

(articolo apparso su www.cronachelaiche.it) scrivi a info@tarantolaica.it

Dall’aeroporto di Taranto-Grottaglie solo voli mistici

settembre 5th, 2011

boeingA poche decine di chilometri da Taranto c’è l’aeroporto di Grottaglie Marcello Arlotta che dal 1999, quando venne utilizzato per la chiusura di altri scali pugliesi per la guerra del Kosovo, non ha voli civili regolari: funziona infatti solo come cargo merci e per voli executive.

Da anni comitati di cittadini, imprenditori e operatori turistici chiedono che si organizzino collegamenti regolari con Roma e Milano e non c’è candidato politico locale, consigliere comunale o europarlamentare che nella propria campagna elettorale negli ultimi anni non abbia promesso la riapertura dell’Arlotta ai passeggeri, in alcuni casi annunciando temerariamente anche gli orari previsti per i collegamenti con Fiumicino.
Potrebbe sembrare a prima vista la solita battaglia campanilistica per ottenere un’opera inutile o dispendiosa. Ma in realtà il vero spreco è quello di tenere l’aeroporto chiuso al traffico civile, a fronte di una potenziale clientela stimata in 900mila passeggeri per anno, con provenienza anche dalle altre regioni meridionali, come Basilicata e Calabria. Ma l’Ente Nazionale per l’Aviazione civile (Enac) e l’Aeroporti di Puglia cui spetta l’ultima parola rimanda ogni decisione, accampando inadeguatezze strutturali o attribuendo la responsabilità alle compagnie che non sarebbero interessate, avvantaggiando così di fatto gli altri due principali aeroporti pugliesi di Bari e Brindisi.

Da ricordare che nel 2008 per consentire l’insediamento della industria aeronautica Alenia, che a Grottaglie realizza le fusoliere in fibra di carbonio del boeing 747, furono stanziati 200 milioni di euro per la nuova pista (che con i suoi 3200 metri è la quinta in Italia ) e consentire così l’arrivo del cargo boeing 747-400 LCF: nell‘occasione una strada provinciale venne spostata di qualche chilometro.

L’ultima puntata della saga degli annunci è di pochi giorni fa, e sembrerebbe una proposta di quelle che non si possono rifiutare. L’associazione di promozione turistica Tarantovola.it attraverso il suo fondatore Francesco Ruggieri ha infatti annunciato una serie di voli charter con vettore BH Airlines diretti da Taranto-Grottaglie a Medjugorje (aeroporto di Sarajevo). Ma non finisce qui. Oltre all’agognata meta spirituale, «dove la madonna appare quotidianamente», con un accostamento che molti troveranno calzante, il «ventaglio di proposte dovrebbe ampliarsi a Lourdes e Eurodisney».
A giudicare dalla nutrita e plaudente presenza di consiglieri regionali e politici di ogni schieramento alla conferenza di annuncio, c’è da giurare che le presunte carenze tecniche dello scalo, che hanno impedito finora voli passeggeri, spariranno d’incanto per dare spazio a questi voli mistici.

Giuseppe Ancona

(da Cronachelaiche.it)

Scuola Pubblica nell’otto per mille:svolta storica o fuoco di paglia?

ottobre 1st, 2011

La notizia che arriva dalla Camera dei deputati è di quelle che lasciano sperare. Forse la fonte di maggior reddito per la Chiesa cattolica, il famigerato meccanismo dell’otto per mille che le consente, con i soldi dei contribuenti, di dare sostentamento al clero, curare l’edilizia di culto ed evangelizzare il popolo italiano, è da mettere in soffitta.

Da tempo in molti, laici, atei e alcuni cattolici si battono per la modifica della legge sulla ripartizione dell’otto per mille del gettito Irpef, evidenziando l’ingiustizia di un meccanismo a dir poco diabolico grazie al quale la Chiesa cattolica, e per essa la Cei, pur essendo destinataria solo del 34,57% delle scelte effettive dei contribuenti in suo favore, riceve l’87.25% dell’intera quota dell’otto per mille (dati delle dichiarazioni dei redditi 2001). Questo avviene perché nello stabilire le percentuali di ripartizione, gli astenuti non vengono presi in considerazione (nel 2001 sono stati il 60,38%) e la torta viene ripartita secondo le percentuali raggiunte tra quelli che hanno votato. E su un 39,62% di votanti, la Chiesa con il suo 34,57% di preferenze rappresenta appunto l’87,25% del totale (seppur relativo) e si aggiudica analoga porzione del gettito, per una somma che si aggira attorno al miliardo di euro ogni anno. Le quote restanti quindi sono assegnate per un 10,28% allo Stato e per un 2,47% alle altre cinque confessioni religiose che hanno stipulato una intesa con lo Stato recepita dal Parlamento.

La modifica o addirittura abrogazione della legge sull’otto per mille appare una impresa talmente ardua da far tremare le vene ai polsi, anche per una presunta copertura concordataria garantita alla legge n.222 del 1985 dall’accordo Casaroli-Craxi, che la renderebbe immune sia ad attacchi referendari sia a modifiche non preventivamente concordate con la Santa Sede; e infatti ultimamente, a parte i Radicali e la nuova formazione Democrazia Atea, pochi anche tra le associazioni di atei ed agnostici mettono nei propri programmi l’attacco alla legge e all’accordo da cui deriva.

Succede ora che dietro iniziativa di un manipolo di deputati, primo firmatario Antonio Russo del Pd, è stato presentato un ordine del giorno al governo che, messo in votazione dopo la non accettazione da parte dell’esecutivo, è alla fine stato approvato con 247 sì e 223 no. Con 23 voti di scarto, quindi la Camera «impegna il Governo a modificare la L.20.05.1988 n.222 sull’otto per mille al fine di consentire ai cittadini di indicare esplicitamente la scuola pubblica come destinataria di una quota fiscale dell’8 per mille da utilizzare d’intesa con enti locali per la sicurezza e l’adeguamento funzionale degli edifici».

L’atto di indirizzo al governo suona come musica celestiale alle orecchie di tutti i laici, specie di quelli che hanno visto le proprie scelte di destinare l’otto per mille allo Stato beffate dal governo di turno, per dirottare 80 milioni di euro al finanziamento di guerre “umanitarie” ( Iraq, missione antica babilonia, finanziaria 2004), o ancora per coprire i mancati introiti Ici o fare un cadeau al vaticano in momenti di scarsa sintonia (governo Berlusconi, dicembre 2010). In fondo, se lo Stato, come recita l’articolo 47 della legge n. 222, destinasse realmente gli introiti per interventi straordinari per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali, a nessun laico verrebbe in mente di accogliere l’appello di Micromega di firmare per i valdesi, per quanto simpatici possano essere i seguaci di Valdo.

Ma dopo aver sentito i commenti e le previsioni di tecnici e politici sulla reale portata di questo provvedimento, gli entusiasmi cominciano presto a spegnersi. Tanto per cominciare, trattandosi di un atto di indirizzo rivolto al governo non necessariamente si tradurrà in legge: e infatti è più una raccomandazione che un vero atto vincolante. Inoltre occorre capire se la destinazione all’edilizia scolastica sarà una vera e propria opzione (l’ottava) alternativa allo Stato, alla Chiesa e alle altre confessioni o, come sembra più probabile, una ulteriore finalità sociale da aggiungersi a quelle sopra citate ma sempre all’interno della quota di competenza statale. Infine, domanda cruciale, come deve intendersi l’espressione “scuola pubblica”? e perché non si è detto, invece, scuole statali, provinciali e comunali, così da sgombrare il campo da equivoci e interessate interpretazioni, basate sul fatto che anche le scuole paritarie sono, a tutti gli effetti inserite nel sistema scolastico e quindi anch’esse “pubbliche”? Anche tra la maggioranza e i cattolici pare esserci qualche dubbio. Se il sottosegretario Giovanardi dopo il voto si dispera perché a suo parere verrebbero penalizzate le scuole che chiama private, e si riferisce a quelle cattoliche che gli stanno particolarmente a cuore, di avviso opposto sono tra le file dell’Udc la coppia Buttiglione e Binetti, che vedono invece nel riferimento alla scuola “pubblica” il cavallo di troia per finanziare finalmente (e forse principalmente) la scuola cattolica, «tanto penalizzata dai recenti tagli», aggirando così il divieto posto nella Costituzione.
Giuseppe Ancona
(continua su http://www.cronachelaiche.it/2011/09/scuola-pubblica-nellotto-per-mille-svolta-storica-o-fuoco-di-paglia/)

L’avvenire della fede

ottobre 1st, 2011

di Alessandra Maiorino
Ci troviamo a dover ribattere al commento apparso ieri sul giornale dei vescovi, L’Avvenire, a firma di don Armando Matteo dal titolo Chi ha paura del Cortile? Le sue riflessioni rappresentano infatti l’ennesimo esempio di come (quasi) sempre chi, colmo della propria fede religiosa, tenti di accostarsi al mondo dei non credenti e di comprenderne la prospettiva e le ragioni, si trovi a compiere di fatto uno sforzo impari. Così impari che questa volta don Armando è arrivato al paradosso di capovolgere la realtà.

Preso atto che una parte crescente del paese si allontana dalla dottrina cattolica, l’autore del commento suggerisce una strategia per riallacciare il dialogo con essa, e riporta in auge il progetto del Cortile dei Gentili – a proposito, che fine ha fatto? Don Armando, citando quanto ebbe a dire lo stesso Benedetto XVI, ritiene che l’ostacolo maggiore alla realizzazione del progetto di dialogo tra credenti e non credenti sia il «terrore» che atei, agnostici e quanti sono estranei alla religione, nutrono di fronte alla prospettiva di vedersi divenire “oggetto” di evangelizzazione, e si interroga sulla possibile origine di tale terrore….
(…continua a leggere su cronachelaiche)

In uscita il libro I LAIC un anno di cronache laiche

dicembre 10th, 2011

i laicÈ in arrivo I LAIC – Un anno di Cronache Laiche (prefazione di Carlo Flamigni, ed. Tempesta): la raccolta dei nostri migliori articoli che raccontano l’anno appena passato senza indulgenza per nessuno.
Quattrocento pagine brossurate per non dimenticare i migliori scandali che il Vaticano ci ha regalato, le notti magiche dell’ex premier e la sua corte dei miracoli, il resoconto delle battaglie vinte, perse o che stiamo ancora combattendo nella grande guerra contro la discriminazione razziale, religiosa e di genere; e tanta satira con le vignette di Arnald e le riflessioni “su una riga sola” di Fabio Buffa.

Prenota la tua DISSACRANTE COPIA entro il 6 gennaio per riceverla, fresca di stampa direttamente a casa tua entro il 31 gennaio, a 14 EURO INVECE DI 19.
info su www.cronachelaiche.it

Madonna di Lourdes a Martina Franca: buona processione a tutti

dicembre 20th, 2011

lourdesChi non vuole bene alla mamma e quindi alla madonna , in tutti i suoi appellativi? Praticanti, farisei, cattolici solo all’anagrafe, comunisti e bestemmiatori sembrano tutti accomunati da questa italica devozione verso la più pura delle donne. Anzi, per essere precisi, l’unica donna pura in questo mondo di peccatrici e peccatori. Per la chiesa, più le prime ( le peccatrici) che i secondi (i peccatori)
La prova di questo trasversale sentimento popolare si è avuta con la manifestazione degli indignati del 15 ottobre a Roma, quando i telegiornali hanno più volte trasmesso la scena di un manifestante, un black bloc o forse solo un esagitato, che frantumava una statuetta di gesso della madonna scaraventandola per terra. Pare che il manifestante abbia anche rischiato di prenderle seriamente dai suoi stessi compagni di devastazioni. Passi per i milioni di euro di danni, ma la madonna no! Quella non si tocca!
Ora con tutte le fanfare del caso e le autorità schierate arriva a Martina un’altra statuetta, simile a tante e anch’essa in gesso, copia di quella madonna di Lourdes dell’immacolata concezione che in terra francese attira ogni anno milioni di pellegrini e ammalati.
Ogni persona che soffre o è angosciata merita rispetto e solidarietà, senza dubbio.
E quindi auguriamo a chi sarà presente all’evento per pregare e cercare una risposta o un segno, di trovare quello che cerca. O di pensare di aver trovato quel che cerca , che è la stessa cosa.
Allo stesso modo occorre rispettare chi vuole essere libero di sottrarsi a questi riti collettivi.
Ben venga la madonna, quindi, e buona processione a tutti.
Purché si abbia, ora e in altre occasioni, il pudore di non urlare le proprie preghiere e di non brandire le statue come vessilli per ottenere un facile seguito e acquisire notorietà o ribalte mediatiche.
Qualcuno che alla madonna era molto vicino pare che abbia detto qualcosa del tipo: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini… Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” ( Matteo 5,6).
Sarebbe un grande successo, anzi un vero miracolo, se la madonna portasse a Martina un po’ di fede matura, una generazione di credenti laici, ricacciando indietro nei secoli passati le troppe ostentazioni pagane.
( da extramagazine del 16 novembre 2011)
Giuseppe Ancona

Russi ortodossi a Bari: pregate e pagate

gennaio 26th, 2012

emilianoUna grande amicizia in nome di san Nicola quella tra i baresi e il popolo russo, cominciata con un macabro trafugamento di ossa che avrebbe fatto della città pugliese la capitale della venerazione del santo da parte di cattolici e ortodossi. Correva l’anno del Signore 1087 allorché 62 intrepidi marinai di Bari riuscirono a raggiungere con tre navi Myra (Anatolia), terra allora sotto gli infedeli, per impossessarsi dei resti umani del vescovo. Nell’impresa batterono sul tempo i rivali veneziani che, sbarcati solo dopo 13 anni, raccolsero quei pochi frammenti rimasti, sufficienti appena a inventarsi la venerazione di un meno noto san Nicolò sulla laguna.

Negli ultimi dieci anni la presenza di russi e ortodossi che raggiungono il capoluogo pugliese e la Basilica di San Nicola è cresciuta in maniera evidente: in breve si è passati da pochi e timidi pellegrini, folcloristici con le loro litanie e funzioni interminabili, a presenze quotidiane di grossi gruppi che arrivano in aereo o in nave da crociera e sono ormai diventati i veri e indisturbati proprietari della cripta del santo. Ma la presenza di pellegrini non è limitata alla sola chiesa della città vecchia: terminate le funzioni anche le boutique e gioiellerie più esclusive della centralissima via Sparano ringraziano calorosamente il santo per la valuta pregiata che, grazie a lui, arriva nelle loro casse.

Dei turisti provenienti da fuori dell’Unione europea che vengono in Italia a spendere i propri soldi facendo shopping i Russi sono al primo posto con l’86% di quota di mercato. In Puglia ne sono arrivati circa 15mila nel 2011 e il numero dovrebbe salire anche grazie all’abbandono di mete culturali come l’Egitto o di altri paesi del mediterraneo attualmente poco tranquille.
Oltre allo shopping c’è chi scommette che dopo gli inglesi , i prossimi (facoltosi) stranieri disposti ad acquistare un trullo in valle d’Itria o una masseria del Settecento nel Salento, verranno dalla terra di Putin e Medvedev. L’economia russa (in realtà anche quella criminale) è in crescita: non esiste settore mondiale nel quale non ci siano investimenti dei nuovi straricchi dell’Est. L’idea a dire il vero non è originalissima: con l’esempio padre Pio in casa, anche altri amministrazioni pubbliche pugliesi, come la Regione guidata dal devotissimo Nichi Vendola, da tempo inseriscono nei cataloghi promozionali dei competenti assessorati al turismo percorsi spirituali, feste patronali, luoghi di santi e di miracoli e feste di patroni. Ma la cosa con i russi si fa più interessante: altro che i pullman parrocchiali per san Giovanni Rotondo, con i pellegrini con il pranzo a sacco portato da casa che alla città del santo con le stimmate lasciano solo gli spiccioli per il souvenir-statuetta-made-in china di san Pio e un caffè. Perché non cavalcare la fede vera, quella accompagnata da carte di credito Visa e dare inizio, ad esempio, alla sempre annunciata dismissione dei beni demaniali, se la cosa può essere un ottimo investimento?

È quello che deve essersi chiesto il sindaco di Bari Michele Emiliano, che il 23 gennaio ha formalmente e definitivamente regalato la chiesa russa ortodossa risalente al 1913 e situata nella centralissima via Benedetto Croce, quartiere Carrassi, di proprietà comunale, al patriarca ortodosso di Mosca. In realtà l’ex magistrato antimafia, ora primo cittadino, si è fatto prendere un po’ la mano, lanciandosi nella autocandidatura della propria città a sede di un concilio ecumenico o di riappacificazione tra cattolici e ortodossi. Il papa e il patriarca di Mosca davanti a un piatto di riso, patate e cozze annaffiato da Nero di Troia doc: che colpaccio! I diretti interessati per il momento non dicono nulla. L’industria dei pellegrinaggi attende sviluppi. Vuoi vedere che alla fine san Nicola sarà davvero un Santa Claus per l’economia pugliese?
Giuseppe Ancona (www.cronachelaiche.it)

Con 6 Miliardi l’anno l’Italia farebbe miracoli.

febbraio 18th, 2012

imagesCABXO4PXCOMUNICATO STAMPA
Così recita il manifesto dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) affisso a Taranto in occasione della proposta del governo Monti di far pagare l’IMU al Vaticano, l’imposta sugli immobili con attività commerciali.

La decisione politica giunge a seguito della campagna di sensibilizzazione sostenuta da associazioni laiche, come l’UAAR, che ha permesso finalmente di intaccare un privilegio giuridico di cui gode la Chiesa in Italia.

Giudicata dalla Commissione Europea “un progresso sensibile” permetterà di chiudere la procedura di infrazione, aperta nel 2010 per violazione della concorrenza ed illegittimo aiuto dello Stato Italiano alla Chiesa di Roma. 100.000 gli immobili, valutati 171 miliardi, di cui 9.000 strutture scolastiche,5.000 sanitarie, 26.000 ecclesiastiche dovrebbero garantire un bel gettito per i comuni.

Secondo una stima dell’Ares, Associazione Ricerca e Sviluppo
Sociale, l’introito raggiungerebbe la ragguardevole cifra di 2,2 Miliardi di euro, mentre per “ L’ Avvenire”, il giornale della CEI, si aggira appena sui 100 milioni.

Ancora oggi mantenere la Chiesa Cattolica costa allo Stato 6 Miliardi di euro ogni anno.

Un prezzo che pagano credenti e non credenti.

Una cifra che si potrebbe invece destinare a ricerca, istruzione, risanamento del territorio.
il circolo Uaar di Taranto (taranto@uaar.it)

Presentazioni “I Laic, un anno di Cronache Laiche” dove acquistarlo

febbraio 21st, 2012

In questa pagina troverai le indicazioni per partecipare alle presentazioni di I Laic, un anno di Cronache Laiche, la raccolta dei nostri migliori articoli che raccontano l’anno appena passato senza indulgenza per nessuno. Per non dimenticare i migliori scandali che il Vaticano ci ha regalato, le notti magiche dell’ex premier e la sua corte dei miracoli, il resoconto delle battaglie vinte, perse o che stiamo ancora combattendo nella grande guerra contro la discriminazione razziale, religiosa e di genere.
Sabato 25 febbraio 2012
Terni
Libreria Feltrinelli
Via Cesare Battisti, 9

Giovedì 15 marzo 2012
Roma
Libreria Rinascita
Viale Agosta, 36

I Laic.Un anno di Cronache Laiche si può acquistare online dal sito www.cronachelaiche.it oppure dall’editore www.tempestaeditore.it.

i laic

Disponibile presso le librerie FELTRINELLI -Roma Marconi, GILGAMESH Taranto e TABERNA LIBRARIA Martina Franca

Rimborsi illimitati agli ospedali ecclesiastici: il Tar puglia dice no

marzo 3rd, 2012

ospedale3-300x199La regione Puglia non dovrà retribuire le prestazioni sanitarie erogate da ospedali e case di cura ecclesiastici né risanarne il deficit con soldi pubblici, se i rimborsi eccedono le assegnazioni finanziare originariamente disposte dalla programmazione regionale.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione di Bari, ha così deciso con le sentenze n.453 e n.454/2012 del 29 febbraio a seguito di una richiesta di circa una decina milioni di euro da parte della Azienda sanitaria Pia fondazione di culto e religione “Card. G. Panìco” di Tricase: l’ospedale aveva impugnato alcune determine della regione Puglia che riconoscevano solo una parte delle prestazioni erogate, entro i limiti di spesa preventivati e non un euro in più.

Una decisione questa che farà discutere, destinata ad avere inevitabilmente un approdo in Consiglio di Stato e che ribalta altri orientamenti di segno opposto dello stesso Tar pugliese. Gli ospedali ecclesiastici, in quanto appunto privati, non sono dunque equiparabili a quelli pubblici e non entrano a far parte del Servizio Sanitario Nazionale: questo in sintesi il ragionamento seguito dalla II sezione del Tar pugliese.

Si riafferma che gli ospedali di proprietà di fondazioni, confraternite, enti ecclesiastici tra cui l’ospedale Panìco di Tricase, sono per l’appunto soggetti privati: prova di ciò viene dal fatto che sono svincolati da ogni controllo pubblico nell’organizzazione, negli acquisti di macchinari e beni, nel decidere il tipo di prestazioni da erogare e infine nell’affrontare materie come interruzione volontaria di gravidanza, contraccezione, obiezione di coscienza.
I giudici amministrativi di Bari richiamano quindi il principio affermato all’articolo 32 della Costituzione secondo cui la tutela della salute dei cittadini è fondamentale compito e funzione dello Stato e delle Regioni e si realizza attenendosi ai tetti di spesa programmati per legge.
Sembra così allontanarsi dalla Puglia il modello lombardo di Roberto Formigoni, nella cui regione, invece, l’erogazione diretta di prestazioni sanitarie da parte delle Aziende pubbliche è marginale mentre i grandi gruppi economici come la Cir di De Benedetti e il gruppo Rotelli (ora anche proprietaria del San Raffaele) detengono il monopolio della salute sempre con spese a totale carico della Regione Lombardia.

Secondo quanto affermato nella decisione, in circostanze particolari le strutture private potranno concordare con la Asl il rimborso di ulteriori prestazioni da porre a carico del Servizio Sanitario Nazionale, derogandosi ai limiti derivanti dalla programmazione nazionale e regionale (cosa che è già successa con l’istituto di San Giovanni Rotondo “Casa sollievo della sofferenza” ).
Si attende di vedere cosa accadrà per gli altri ricorsi ancora pendenti e provvisoriamente decisi in senso opposto e se la recente decisione verrà o meno confermata in Consiglio di Stato: le somme in gioco nella vertenza nella regione amministrata da Nichi Vendola variano, a seconda delle stime, dai 400 ai 500 milioni di euro e riguardano gli anni passati. Infatti anche l’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” della città di padre Pio e il Miulli di Acquaviva (entrambi di proprietà ecclesiastica) reclamano fondi extra tetto per ripianare i propri deficit, chiedendo di essere in tutto ”equiparati” agli ospedali pubblici e quindi anche nella situazione in cui non riescano a pareggiare i propri bilanci. Non se la passa meglio la Regione Lazio con un contenzioso di circa 600 milioni di euro con il policlinico Gemelli e le ipotesi ventilate di riduzione di posti letto.

E’ di pochi mesi fa la vicenda del presidente pugliese Nichi Vendola che sosteneva (ed era sul punto di concludere) l’accordo con lo scomparso don Verzè e la sua Fondazione San Raffaele che avrebbe privatizzato l’intera sanità a Taranto, altro capoluogo di provincia pugliese, creando un polo d’eccellenza a discapito degli ospedali pubblici esistenti in città. Ma l’operazione non andò in porto perchè ci furono dei giudici, precisamente quelli della sezione fallimentare di Milano, che ebbero qualcosa da dire sulla solidità e trasparenza del colosso, poi rivelatosi dai piedi d’argilla.
(G.Ancona www.cronachelaiche.it)