la prima forma di libertà è quella del pensiero

Archivio per marzo, 2010

Pietro Giannone

6 marzo 2010
Il busto ad Ischitella

Il busto ad Ischitella

« …non solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de’ sudditi si sottopose a’ suoi piedi e strinse fra ceppi e catene. »

Sicuramente nessuno di voi ha mai sentito parlare del giurista, filosofo e storico, nonché esponente di spicco dell’Illuminismo italiano, Pietro Giannone (di cui mi onoro essere discendente), uno dei rappresentanti della corrente giusnaturalistica napoletana (che si ispirava a Machiavelli e Sarpi), che intendeva difendere l’autonomia e la laicità dello Stato dalle ingerenze della Chiesa, appunto definita  giannonismo. Eppure ai suoi tempi fu noto, non solo in Italia, ma anche in tutta Europa, e fu anche quello che oggi definiremmo un martire del libero pensiero.

Nato ad Ischitella (FG) il 7 maggio 1676, da padre speziale, ma discendente da una famiglia di avvocati, studiò dapprima in famiglia. Nel 1694, a diciotto anni, si recò a Napoli per intraprendere gli studi di giurisprudenza. Si laureò nel 1698, quindi intraprese con successo la professione forense, mantenendo vivo l’interesse per gli studi filosofici e storico-letterari, entrando in contatto con filosofi vicini a G. Vico e apprezzando le idee di Cartesio, N. Malebranche, P. Gassendi e di J. Locke. In questo periodo nasce l’interesse per le questioni aperte tra Stato e Chiesa che porteranno alla stesura, dopo un lavoro di venti anni, dell’opera che gli diede la fama, l’Istoria civile del Regno di Napoli, pubblicata nel 1723 e dedicata all’imperatore di Napoli. Il tema fondamentale dell’opera è la lotta fra Stato e Chiesa. La sua opinione è drastica: “l’unico a promuovere la civiltà  ed il progresso è lo Stato, mentre la Chiesa coincide con il Male assoluto, ed è sempre causa di  involuzione  ed  oscurantismo. Il  cattolicesimo, nonostante  finga  di disprezzare  la  dimensione  mondana,  si  presenti  come  una  religione portatrice di profondi valori etici, in realtà  ha  costruito  e  legittimato la propria  esistenza  soltanto  su  abusi, leggende ed inganni, mirando  esclusivamente  all’accumulo  di  ricchezze  e potere; non a caso, tutte  le  istituzioni giuridiche dello  Stato  pontificio  sono  volte  alla  distruzione  dell’ordine civile. Occorre quindi  liberare  l’autorità  laica  da  ogni  indebita  ingerenza  da  parte della Chiesa”. Di qui la necessità dell’abolizione dei privilegi ecclesiastici e la confisca dei beni della Chiesa. Un’opera storiografica moderna, molto apprezzata in Inghilterra, Francia e Germania, dove fu tradotta, studiata e ripetutamente pubblicata, riscuotendo l’ammirazione degli intellettuali europei, e suscitando l’entusiasmo di Montesquieu, che sosteneva come occorresse fare una storia civile del regno di Francia come Giannone aveva fatto la storia del regno civile di Napoli. In patria, invece, il libro fu messo all’Indice (Index librorum prohibitorum), egli scomunicato e scacciato da Napoli. In effetti la sua fu una vera e propria fuga, poiché il clero gli aveva aizzato contro il popolino. Riparò a Vienna presso l’imperatore Carlo VI, dove ebbe la protezione di importanti personaggi della corte imperiale e gli venne assegnato un appannaggio affinché potesse proseguire nei suoi studi. Nel 1734, con l’avvento al trono di Carlo di Borbone, perduta la pensione, tentò il ritorno a Napoli, ma perseguitato della Chiesa, dovette riparare a Venezia. Qui  fu accolto positivamente e gli furono perfino offerti una cattedra alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Padova e il posto di consulente in legge della Serenissima Repubblica. Tuttavia ambedue furono da lui rifiutati. Poco dopo, il governo veneziano, sospettando che le sue idee sul diritto marittimo non fossero in linea con la politica estera della Repubblica, lo fece controllare da vicino da una rete di spie. Cercò d’ingraziarsi il governo con il trattato Lettera intorno al dominio del mare Adriatico, ma il 23 settembre 1735 fu espulso. Vagò, sotto falso nome, tra Milano e Torino, finché arrivò a Ginevra. In questa città scrisse il Triregno, pubblicato postumo nel 1895, con cui demolisce le fondamenta filosofiche del potere temporale papale: il cristianesimo propose l’ideale di un “regno celeste”, da raggiungere però dopo la morte, mentre la avida ed immorale Chiesa cattolica, ha fondato un indebito “regno papale” terreno. Gli ecclesiastici non lo persero d’occhio e gli tesero un tranello: attirato con un inganno in territorio sabaudo, viene arrestato il 1°aprile 1736, giorno di Pasqua, e imprigionato nei castelli-carceri di Miolans, di Ceva, ed infine di Torino. Nella fortezza di Torino non perse lo spirito polemico anticlericale, scrivendo un trattato in difesa degli interessi del regno sabaudo contro gli intrighi papali. Nel 1738 fu costretto a firmare un atto d’abiura delle sue idee più estremiste. Questo gesto però non gli fece guadagnare la libertà ed egli morì, dopo continui maltrattamenti e privazioni, il 17 marzo 1748, all’età di 72 anni, dopo dodici anni di detenzione.

In conclusione, credo sia ormai chiaro il motivo per cui del mio antenato non si parli molto. Credo si usi definirla Damnatio memoriae.