la prima forma di libertà è quella del pensiero

Archivio per maggio, 2011

Croce e ciminiere. La Santa alleanza dell’acciaio

19 maggio 2011

chiesa e Ilvadi Salvatore Romeo (’84)

Ha destato scalpore e persino scandalo la recente vicenda dello “scambio di favori” fra ILVA e Chiesa di Taranto. Se la prima ha finanziato – come d’altra parte fa da diversi anni – le celebrazioni di San Cataldo, l’altra ha ricambiato conferendo il “Cataldus d’argento” a Girolamo Archinà, attuale responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda per la regione Puglia. Eppure questo simpatico do ut des non avrebbe dovuto meravigliare più di tanto. Risale a poco più di un anno fa il contributo che ILVA ha elargito alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della parte esterna della chiesa. In quell’occasione sia il parroco, Padre Angelo Catapano, sia lo stesso vescovo spesero – com’era normale che fosse – parole di estrema gratitudine nei confronti dell’azienda – Catapano, fra l’altro, è attualmente cappellano di fabbrica del siderurgico. Quest’ultima, d’altra parte, nel comunicato stampa diramato per l’occasione tenne a sottolineare che “i parrocchiani, circa 6 mila, sono in prevalenza lavoratori ILVA, che negli anni di espansione del siderurgico si sono stabilizzati al quartiere Tamburi.” La costruzione della Gesù Divin Lavoratore – soggiunge il comunicato – è infatti iniziata nel 1967 e conclusa solo alla fine degli anni ’60. Questa breve nota ha in realtà grande valore per almeno due ragioni: ci dice quanto antico sia il rapporto fra Chiesa e grande industria (siderurgica) e quale funzione esso abbia svolto e continui a svolgere. Per cogliere almeno un risvolto dell’alleanza fra potere ecclesiastico ed economico il lettore provi a porsi una domanda: quale partito o sindacato vanta al momento 6 mila iscritti in quella parte di città? Una sommaria ricostruzione di questo legame è offerta dall’articolo di Antonio Mariano presente in questo stesso numero. Da esso si evince che in passato la Chiesa ha svolto nei confronti del siderurgico un servizio ben preciso: il controllo sociale della manodopera, che ha visto le istituzioni del mondo cattolico impegnate persino nel campo della selezione del personale. Questa mediazione è declinata con il “raddoppio” e con l’ingresso in fabbrica di nuove leve meno dipendenti dai poteri tradizionali. Oggi la situazione sembra essersi ribaltata.
Le vicende di questi mesi sembrano confermare che, a seguito della privatizzazione, si è fatto un passo indietro di qualche decennio sul piano delle relazioni industriali e istituzionali che riguardano il siderurgico, recuperando metodi di gestione del consenso che sembravano essere stati sepolti dalla stessa secolarizzazione della società italiana. D’altra parte non è un mistero che diverse assunzioni, all’epoca del turn over generazionale, siano state gestite facendo leva su poteri locali. Ma in questo contesto la Chiesa svolge forse anche un’altra funzione, non contemplata dal modello dominante negli ’60.

L’attuale cappellano di fabbrica dell’ILVA è lo stesso Angelo Catapano. Ma per più di dieci anni a curare le anime dei lavoratori siderurgici e delle loro famiglie ci ha pensato don Nino Borsci. Figura carismatica, attualmente parroco di un’altra chiesa dei Tamburi, la San Francesco de’ Geronimo, Borsci è però soprattutto – dal 2001 – direttore della Caritas diocesana di Taranto, incarico di prestigio e di potere. Ma per capire il senso dell’intreccio clerico-industriale non è solo alle attività ufficiali di don Nino che bisogna guardare, bensì alla sua quotidiana opera nel quartiere. Le immagini che ho presenti sono due: la prima è la famosa scena del documentario di Alessandro Sortino su Taranto in cui il fulvo giornalista si avventura nel cuore dei Tamburi, a “parlare con la gente”. Ben indirizzato dalle sue guide locali, i posti che visita sono proprio le due chiese del rione. A Gesù Divin Lavoratore parla con Catapano e raccoglie le impressioni dei bambini dell’oratorio, di fronte alla San Francesco de’ Geronimo invece assiste alla processione in onore del santo. Ed è questo senz’altro il momento più significativo della narrazione. Sortino prova a interrogare i fedeli presenti; quasi tutti hanno parenti, amici o conoscenti che lavorano in ILVA – insomma, il dato rivelato dal comunicato aziendale sembrerebbe valere anche per questa parrocchia – ed è da queste persone che raccoglie le risposte più significative. I più a dire il vero tacciono; i pochi che rispondono replicano il refrain del “ricatto occupazionale”: “meglio il lavoro dell’aria pulita”, dice la signora con malcelato buon senso. L’omertà e la rassegnazione contrastano con la partecipazione sentita alla celebrazione, con le note della banda. Una prova di forza: la Chiesa riesce a portare in strada la gente del quartiere, gli ambientalisti no – come nota amaramente un altro abitante del quartiere.
Ma su cosa si basa questa forza? Mi tornano alla memoria le impressioni dell’incontro che ebbi l’anno scorso con Don Nino nella sua canonica. Eravamo stati “convocati” dopo una nostra inchiesta sul centro per richiedenti asilo gestito anche dalla Caritas, nel quale si mettevano in evidenza diverse inefficienze che il prelato ci teneva a rettificare. Appena entro mi impressiona la quantità di persone che all’interno dell’ampia sagrestia. Tutte sembravano indaffarate, intente nell’organizzazione di chissà cosa… Dovemmo aspettare qualche minuto prima di essere ricevuti nello studio del parroco, a sua volta evidentemente impegnato. Finalmente dentro, la nostra conversazione venne interrotta dal continuo affacciarsi di persone che chiedevano a Don Nino “due minuti”, quasi sempre con un foglio in mano. Don Nino fu molto fermo nel respingerli e continuò
il confronto. Alla fine mi restò l’impressione che la nostra questione non fosse che una delle tante che il “vulcanico” Borsci (così lo definiscono i suoi collaboratori) aveva dovuto affrontare nel corso di quella giornata. Per cogliere almeno in parte l’articolazione delle attività che la Don Francesco svolge basta visitare il suo sito (!). Oltre alla tradizionale Azione Cattolica e al gruppo scout, troviamo: centro sportivo, scuola di ballo, scuola materna, coro parrocchiale, centro di recupero per tossicodipendenti, casa famiglia, persino un gruppo carismatico (credevo esistessero solo fra i protestanti!). Un’attività che nelle città del centro Italia viene svolta dai circoli ARCI o UISP, ormai da tempo trasformatisi in centri polifunzionali. Insomma, la Chiesa è nel quartiere e interagisce attivamente col quartiere. Riformuliamo la domanda posta sopra: quante istituzioni laiche (partiti, sindacati o anche semplici associazioni) sono in grado di fare tutto questo oggi?
Non basta a questo punto brandire la “ragione laicista”, cioè dire che Borsci, Catapano e i preti in generale fanno quello che fanno perché alle spalle hanno un’istituzione potente, l’8 per mille ecc. ecc. Perché sorge spontanea una domanda: i Tamburi non sono lo stesso quartiere in cui fino ancora agli anni ’80 le forze di sinistra avevano la maggioranza assoluta dei consensi? In cui esisteva una socialità operaia strutturata e composita che faceva concorrenza attiva alla Chiesa? Che fine ha fatto questo patrimonio, mentre quello delle parrocchie è cresciuto? E soprattutto, perché si è verificato tale esito?
Da quest’ultimo interrogativo rischierebbe di venire fuori un discorso infinito, che non è proprio il caso di affrontare in questa sede. Però alcune suggestioni le si può esprimere. L’arretramento delle istituzioni laiche ha coinciso cronologicamente con la crisi del mito dell’industria e con l’emergere degli aspetti problematici legati alle grandi fabbriche. Fra tutti questi una posizione di assoluto rilievo è andata assumendo la questione ambientale, che tradotta nei termini dell’esistenza individuale vuol dire: paura della morte precoce e dolorosa. E’ questo il campo su cui la religione come fenomeno umano è nata e si è consolidata. E quanto più l’idea e l’immagine stessa della morte diventa forte, tanto più il potere della religione – e cioè la sua capacità di rispondere ad un bisogno sociale oggettivo – si espande. D’altra parte non diceva Spinoza che “l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte”? E dunque libero non è l’uomo che deve fare i conti quotidianamente con l’ombra della “nera signora”: egli si trova a dover cercare continuamente consolazione per non finire stritolato dall’angoscia e dal terrore che da un momento all’altro la sua esistenza possa essere travolta da un male imprevedibile. E quello che la Chiesa offre non è solo consolazione della coscienza, ma anche “impegno” in tutti i momenti vuoti della quotidianità – quelli in cui, complice la solitudine che caratterizza la quotidianità dell’individuo moderno, potrebbe riaffiorare il pensiero della fine. Il corso di ballo piuttosto che la partita di pallone o la preghiera collettiva sono gioiose alienazioni, che in un quartiere dove l’alienazione “cupa” – quella delle case parcheggio, delle strade continuamente trafficate, dell’assenza di spazi verdi… – è di casa assumono un valore sociale altissimo.
Certo, questo spiega solo in parte il potere sociale della Chiesa in città, perché poi le istituzioni laiche hanno messo abbondantemente del loro nel determinare la situazione corrente. Dopo aver accettato supinamente la privatizzazione del siderurgico, le forze laiche – e la sinistra in particolare – sono rimaste disorientate e stordite di fronte agli atteggiamenti della nuova dirigenza. Nessuno forse si aspettava la delegittimazione dei sindacati, gli atteggiamenti intimidatori nei confronti dei lavoratori che non piegavano il capo (si pensi alla tristissima vicenda della Palazzina LAF), lo sprezzo assoluto verso la città che ha caratterizzato almeno il primo decennio della nuova proprietà. Ma a questa violentissima sfida non è corrisposta una reazione uguale e contraria. Anzi, sindacati e partiti della sinistra hanno assecondato l’arretramento politico dei lavoratori: accettando nella sostanza il nuovo modello di relazioni industriali e ridimensionando la propria presenza in fabbrica e nei quartieri.

Ecco allora che la posizione della Chiesa rispetto alla grande industria non è dettata da mero opportunismo (certo, c’è anche questo). L’alleanza fra Chiesa e ILVA si basa sulla funzione che la prima svolge e che mette a servizio dell’azienda. Essa cura il malessere che quest’ultima produce e di cui nessun altro si interessa. Lo fa alla sua solita maniera, cioè neutralizzando il conflitto, dando risposte consolatorie. Così certo non si risolve il problema – che consiste in ultima istanza nel fatto paradossale che quelle persone sono costrette a morire per vivere – anzi: le false soluzioni lasciano intatta la situazione, creando allo stesso tempo dipendenza. Se pregando il male non passa il prete dice che non si è pregato abbastanza: è un trucco che va avanti da migliaia di anni, ma è proprio questa la radice del potere delle religioni. Ma non basta dire che è tutta un’illusione per vedere finalmente la ragione trionfare; se non ci sono altre soluzioni anche la non-soluzione va bene. Gli uomini, come la natura, non tollerano il vuoto.

E allora che fare? Una prima cosa potrebbe essere smetterla con la propaganda della morte. Le persone che per prime subiscono l’inquinamento non devono sentirsi “deboli”, ma “forti”. Devono sentirsi ciò che realmente sono – e cioè la leva che fa funzionare un meccanismo ben oliato che ogni anno trasforma lavoro e macchine in centinaia di milioni di euro di profitti. Gli operai possono a loro volta “ricattare” l’azienda se smettono di lavorare (lo ha dimostrato la vertenza sul contratto dello scorso anno). Essi non possono sentirsi cronicamente malati e bisognosi di assistenza e di cure; devono essere orgogliosi di sé stessi, della funzione sociale che svolgono e sicuri di poter cambiare a piacimento il proprio destino. Ma questo orgoglio e questa sicurezza non emergeranno fino a quando, oltre a cambiare il registro della “narrazione” che dall’esterno si fa di loro, la società civile che ha interesse a cambiare le cose non lavorerà con gli operai dentro le periferie per costruire nei luoghi di lavoro e di vita una presenza sociale diversa da quella sostenuta dal blocco clerico-aziendale. L’avvenire di questa città è indissolubilmente legato alla volontà che esprimeranno (o non esprimeranno) le 11 mila persone che quotidianamente varcano i cancelli della fabbrica. Taranto, piaccia o no, è principalmente città operaia; e sarà l’azione o l’inerzia di questa enorme massa di uomini a costruirne – o distruggerne – l’avvenire.
Salvatore Romeo
( articolo apparso su www.siderlandia.it 17 maggio 2011)

info@tarantolaica.it

il colore del gatto: la sanità confessionale a Taranto

14 maggio 2011

vendola e don verzèSe dovesse concretizzarsi il grandioso progetto dell’Ospedale San Raffaele del Mediterraneo a Taranto accadrà, caso unico in Italia, che il sistema sanitario di un capoluogo di provincia sarà quasi totalmente privatizzato, passando in larga parte nelle mani di un ente cattolico quale la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor di Milano, di don Luigi Verzè.
Molto bene, si dirà, se realmente dovesse sorgere quel “polo d’eccellenza” di cui tanto si parla, quel centro di cura e di ricerca universitaria all’avanguardia non solo in campo oncologico, che eviterà a tarantini e pugliesi viaggi della speranza negli ospedali del Nord.
Di questo progetto, fortemente voluto dal presidente della Regione Nichi Vendola, si parla molto, ma forse non abbastanza.
Politici, sindacalisti, associazioni e mezzi d’informazione mettono in luce gli aspetti teorici, tecnici ed economici dell’operazione, come il costo di 210 milioni di euro, dei quali 60 milioni già stanziati dalla Regione Puglia, o le quote di ripartizione pubblico privato rispettivamente del 51 e del 49%. Si discute anche della contestuale soppressione definitiva di altri due ospedali ( il SS. Annunziata e il Moscati) con la perdita di una cinquantina di posti letto non rimpiazzati, e della variante urbanistica concessa alla società proprietaria del suolo su cui sorgerà il nuovo ospedale (confinante con la cittadella di Motolese, anch’essa nell’holding San Raffaele), che le permetterà la costruzione, di 250 nuovi alloggi in altra zona ora destinata a servizi. Notizie di stampa riferiscono però di qualche problema di bilancio della Fondazione San Raffaele (un passivo di 900 milioni di euro) ma l’impero economico di Don Verzè è comunque solido.
Ma oltre a questi aspetti, importanti certamente, serve domandarsi :è un bene che i futuri camici bianchi (dal primario all’infermiere) del nuovo ospedale, vengano per la fase iniziale assunti e dipendano da un direttore sanitario nominato dalla fondazione cattolica? Quali saranno le direttive impartite?
Diceva Mao Tse –Tung, che non importa se il gatto è bianco o grigio, purché sappia prendere i topi.
Sarebbe così, se non fosse che in tema di salute e di vita, a volte, occorre sapere prima come la pensa il gatto, poiché esistono materie nelle quali le convinzioni personali dell’operatore sanitario possono essere determinanti.
Sarebbe necessario ad esempio pensare a quale sarà tra i medici di Taranto e provincia che a vario titolo graviteranno nell’orbita del San Raffaele, la percentuale di obiettori di coscienza, non solo per le interruzioni volontarie di gravidanza, ma per la somministrazione della RU-486 o per la pillola del giorno dopo (che pure non è un abortivo ma contraccezione di emergenza): per quest’ultima sarà possibile ottenerne la prescrizione al pronto soccorso del San Raffaele? E che dire della nuova legge Calabrò in approvazione alla Camera sul fine vita, secondo la quale al medico o all’equipe medica vengono concessi poteri decisionali straordinari, esclusivamente rimessi alla “scienza e coscienza” del sanitario? È già accaduto con Eluana Englaro, che per il rifiuto a staccare i macchinari da parte delle suore che l’accudivano, dovette essere trasferita dalla clinica di Lecco a Udine, lontano dalla Lombardia di Formigoni, e questo per dare attuazione a una sentenza di una Corte d’Appello della Repubblica Italiana.
Alcuni anni fa una mia conoscente aveva problemi a portare avanti una normale gravidanza: dopo costose cure e visite specialistiche, i medici le dissero impotenti che l’unica possibilità era di recarsi all’estero per utilizzare quelle tecniche di procreazione assistita che la legge 40 vietava loro di mettere in atto in Italia.
Fortunatamente rimase incinta e tutto andò bene; adesso ha un bel bambino, sano.
A chi conoscendo la sua storia, attribuiva il lieto evento all’intercessione di qualche padre Pio, rispondeva sorridendo di essere stata più fortunata di altri, ricordando con affetto quei medici italiani addolorati perché veniva loro impedito di fare il proprio lavoro.
Tanta fortuna, bimbo.

Giuseppe Ancona

articolo apparso su Extramagazine del 13 maggio 2011