la prima forma di libertà è quella del pensiero

Archivio per marzo, 2012

disabili: segnati da dio

30 marzo 2012

segnati-da-dio1-278x300“Guardati dai segnati da dio!” questo l’avvertimento popolare che risuonava nei tempi passati per mettere in guardia i “sani” da coloro che portavano sul corpo lo stigma, il marchio della riprovazione di dio: ciechi, deformi, storpi e folli. Risultava facile pensare che tutti scontassero una colpa, macchiati di un peccato che si aggiungeva a quello originario; in alcuni casi poteva essere la punizione di una colpa della madre che li aveva concepiti essendo impura se non addirittura congiungendosi al demonio, in altri casi potevano essere indemoniati essi stessi. Ad ogni modo occorreva starne lontani, perché portatori di disgrazie e malvagità.

La credenza che il disabile stesse espiando una colpa era radicata nell’età antica e nella cultura ebraica fino ai tempi della predicazione di Gesù. Nell’episodio narrato nel Vangelo (Giov.9,1-7) gli apostoli a proposito di un cieco dalla nascita chiedono al Maestro: «Rabbi, chi ha peccato lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» La risposta di Gesù fu che «né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». E’ facile immaginare che una risposta apparentemente netta ma non esauriente sulla causa di qualcosa che appariva inspiegabile, fatta per di più con esclusivo riferimento al significato simbolico (cieco è chi non conosce dio perché non gli è mai stato mostrato) non sarebbe stata capita da semplici pescatori. Del resto Gesù forniva altre occasioni per far ritenere che insieme alla malattia ci fosse sempre uno stato di peccato: ciechi, indemoniati e lebbrosi che si avvicinavano a lui ottenevano la guarigione ma venivano poi esorcizzati e mondati dei peccati, e quindi esortati a non peccare più. Un male del corpo evidenziava un male dell’anima, seppure simbolicamente.

L’atteggiamento da parte della Chiesa cattolica nei secoli successivi verso la eterogenea categoria dei “minorati “ o “diversi” costituì per qualche aspetto un progresso per tutti coloro che senza la pietà evangelica sarebbero stati sicuramente abbandonati a loro stessi e condannati alla morte. Il sostegno veniva dato loro attraverso le opere caritatevoli di monasteri e confraternite, all’origine dei moderni ospedali, che per molto tempo furono le uniche forme di assistenza che la società forniva. L’approccio pietoso verso questi uomini, donne, bambini affetti da menomazioni fisiche o mentali (ma anche semplicemente poveri, trovatelli, “occulte gravide”) si esercitava tuttavia con vere e proprie forme di segregazione, di isolamento dal resto della società; in questo modo si continuava a rimarcare il pregiudizio e la diffidenza verso ogni forma di disabilità. Tale era la condizione di separazione dal resto del mondo di lebbrosari, ospizi, case di pazzerelli, depositi o ricoveri per malati incurabili o “scherzi della natura” come per il Cottolengo di Torino, sul quale da subito si alimentò il mistero su quali “freaks” vi fossero ospitati. Il risultato fu l’occultamento di cose sgradevoli e delle quali vergognarsi, per quanto alla base di tutto potesse esserci l’intenzione di accudire, proteggere, tenere al riparo da sguardi e cattiverie altrui.
Non diversamente andavano le cose per quanto riguardava chi era affetto da invalidità fisiche nella stessa organizzazione interna della Chiesa: secondo quanto prescriveva il Catechismo Tridentino al can.287 «non devono essere promossi agli ordini i deformi per qualche grave vizio corporale e gli storpi. La deformità ha qualcosa di ripugnante e questa menomazione può ostacolare l’amministrazione dei sacramenti»

In tempi più vicini, la disabilità continua sotto molti aspetti a costituire un impedimento nella vita di comunità dei credenti, rappresentando un ostacolo all’accesso a sacramenti quali il matrimonio, precluso ove uno dei promessi coniugi sia affetto da incapacità irreversibile di copulare, ovvero alla eucarestia o alla cresima, spesso non consentite a ragazzi Down.
Ma l’aspetto senza dubbio più eclatante risiede nel non riconoscimento del diritto alla sessualità ai disabili, ragione questa per la quale il Vaticano nel 2008 ha negato la propria sottoscrizione alla convenzione internazionale Onu per i diritti delle persone con disabilità: il motivo del rifiuto risiederebbe negli articoli 23 e 25 sulla pianificazione familiare e il diritto all’esercizio di questa. In particolare il Vaticano giustificò il suo rifiuto a sottoscrivere la convenzione per il richiamo alla «salute sessuale e riproduttività» collegata alla disabilità, paventando che tra le prestazioni sanitarie connesse alla pianificazione familiare venisse inclusa la liceità all’aborto, in particolare quello terapeutico.
Come spesso accade, il dogma della sacralità della vita, neanche reale ma solo “eventuale”, prevale sul diritto a viverla.
(Giuseppe Ancona www.cronachelaiche.it )

presentazione di I Laic un anno di cronache laiche a Taranto: circolo C.l.a.m. international

18 marzo 2012

nell’ambito dell’ iniziativa “Libreria condivisa” sabato 24 marzo h. 17.30 presso la sede del circolo C.L.A.M. international in Taranto alla via Pisanelli 9, presentazione del libro “I Laic un anno di cronache laiche“. Editore Tempesta, Roma. Saranno presenti Giuseppe Ancona e Bruno Vergani. i laic

Un milione di euro bastano e avanzano per il parroco di San Martino

14 marzo 2012

palazzoStabile Mons. Franco Semeraro, rettore della Parrocchia di San Martino a Martina Franca riesce ad ottenere dal ministero dell’Economia e delle Finanze un contributo di un milione di euro per la ristrutturazione di un palazzo di proprietà della stessa parrocchia, Palazzo Stabile, da destinare a Museo della Chiesa di San Martino.
La richiesta era stata inoltrata dallo stesso effervescente parroco nel lontano 2005 e seppur già allora si profilavano tempi di vacche magre, in breve i soldi dal ministero sono saltati fuori: infatti a marzo del 2006 esisteva lo stanziamento per finanziare le opere. Non però l’intera cifra richiesta, che da progetto iniziale ammontava a 1.640.000,00 euro, ma solo un milioncino tondo: “arrangiatevi con questi” oppure niente, questo in sostanza il messaggio del Ministero. Da buon pastore, attento alla cura delle anime quanto nel gestire i denari, il don non s’è perso d’animo e pur di ricevere subito l’acconto ha sottoscritto un impegno (della parrocchia, non certo suo personale) a portare avanti il progetto e coprire l’eccedenza del costo della ristrutturazione, in pratica i 640.000,00 euro mancanti.
Ma… colpo di scena! quando i fondi stavano per arrivare agli sgoccioli, togli questo e taglia quello, riduci qui e ribassa qua, com’è come non è, il parroco ha fatto quadrare i conti senza sborsare (lui) neanche un centesimo. Alla fine dovremmo rivolgere un grande ringraziamento all’arciprete in questione, perché con il milione di euro ottenuto dallo Stato (tutti noi) è riuscito a far risparmiare i propri concittadini (sempre noi). Gliene saranno grati principalmente i suoi parrocchiani, ai quali senza dubbio sarebbe andato a bussare soldi, costringendoli a cambiar marciapiede se lo incontravano in cerca di benefattori. Del resto anche nella costruzione della Chiesa di san Martino si ricorda la grande partecipazione popolare nel dare contributi, con grandi benefattori che ora godono la ricompensa ultraterrena; anche se, bisogna dire, all’epoca il discorso della ricompensa nel regno dei cieli aveva più presa sulle anime pie dei martinesi. Quindi il Comune di Martina Franca, che gestisce i fondi del Ministero adesso può finalmente liquidare il saldo. San Martino avrà il suo Museo, anche se non sappiamo bene quali tesori conterrà e come potrà usufruirne la comunità, che forse non ne sentiva la mancanza.
Giuseppe Ancona

8 Marzo, festa per donne di chiesa

9 marzo 2012

Martina Franca-20120304-00812L’invito è apparso sui muri di Martina vecchia e in breve dopo una spiata, è rimbalzato in rete dalle pagine facebook del giornale on line “cronachelaiche.it” diventando un tormentone e sucitando ilarità mista a sgomento tra gli internauti. In un italiano molto approssimativo e involontariamente comico, ( ma forse l’autore è poco pratico della nostra lingua ) si chiamano a raccolta nella sala parrocchiale di Cristo Re a Martina Franca per l’otto marzo , “festa della donna”, le signore di “nazionalità diverse” : “ Romania, Albania ,Polonia, Georgia ecc” per un piccolo “trattenimento”. Chi tratterrà (o intratterrà) le gentili signore non è dato sapere, visto che l’invito è privo di autore e firma, in perfetto stile stampa clandestina.
Si spera solo che le graziose partecipanti non vengano trattenute contro la loro volontà.
Quel che è certo è che l’invito prevede una “degustazione” ma con pane e companatico a carico delle invitate: un po’ come nel film di Totò e Peppino, dove il padrone di casa metteva a disposizione pentole, acqua calda e fornello e lo sfortunato invitato veniva spedito a far la spesa. L’abile ideatore della festa a scrocco sarà stato sicuramente animato da ottimi propositi e tra le sue intenzioni c’era ( speriamo) quella di favorire la socializzazione delle straniere nell’ostica Martina Franca. Ma perchè le signore di nazionalità “Italia” non sono state invitate a socializzare? La risposta è semplice: essendo l’otto marzo è probabile che le “nostre” donne andranno a riempire pub, ristoranti e pizzerie, se non proprio spingersi un pò più fuori città, alla ricerca del brivido trasgressivo di qualche localino spinto, dove svagarsi con streep-tease maschili.
Un dubbio però non riusciamo a scioglierlo: cosa c’entra la festa della donna ( più propriamente, la “Giornata della Donna”, perché la “festa” si fa al cappone a Natale) con una parrocchia? Da quando la Chiesa è diventata luogo di rivendicazione e riflessione sui diritti delle donne? Forse nella parrocchia di Cristo Re si discuterà del diritto delle donne alla maternità consapevole, di fecondazione assistita, aborto, contraccezione, divorzio ? O verrà impartita una lezione sulla parità delle donne nella società proprio dalla Chiesa Cattolica che, con le sue discriminazioni e divieti nei confronti delle fedeli nell’accesso al sacerdozio, si caratterizza come il prototipo di istituzione misogina e sessista? La verità, come dice il proverbio, sta nel mezzo: svuotandosi i banchi della messa, la parrrocchia cerca nuove adepte tra le immigrate: polacche, rumene, georgiane e albanesi , donne che secondo un luogo comune hanno meno grilli per la testa, in questa giornata di (finta) libertà.
Giuseppe Ancona

Festa della donna? ma anche no

7 marzo 2012

donne-300x225Anche quest’anno il rituale dell’8 marzo sarà lo stesso. Ci sarà il collega che rispolvera per l’occasione la frase di circostanza «oggi è la loro festa, trattiamole bene», quello che si sente cavaliere e si presenta con rametti di mimosa per tutte, il barista che ti dice «Auguri!» con il sorriso delle grandi occasioni mentre prendi il caffè. E poi la sera i ristoranti pieni di donne di tutte le età finalmente “libere” che, come le colf il giovedì, festeggiano la loro ora d’aria annuale, quelle che solo quel giorno possono concedersi di andare a vedere gli spogliarelli maschili emulando il peggio del peggio dell’altra metà del cielo, quelle che il ramo di mimosa se lo comprano da sole per autogratificarsi della loro sofferta condizione di mamme, mogli, angeli del focolare.
Donne un giorno su 365.

E stride, come sempre, la “festa” con quella che invece è una ricorrenza, la Giornata internazionale della Donna. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.

C’è qualcosa da festeggiare per le donne italiane? La risposta la troviamo nelle statistiche ufficiali e nella cronaca nera. Nel lavoro sottopagate (il 17% in meno degli uomini) e sottoimpiegate quando non disoccupate (più dei maschi), o part time e non per scelta. Ma anche licenziate grazie alla abominevole pratica delle dimissioni in bianco, sommersa clausola di assunzione che ha lasciato per strada, solo nel 2010, 800mila donne incinte. La crisi, dice l’Istat nel suo Rapporto 2011 (dati 2010), «ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già per le donne inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri».

Oggetto di violenza dell’italico maschio, quello che le vede come gliele presenta la tv, la pubblicità o l’immancabile mamma, le donne sono terra di conquista e articolo sessuale di proprietà. Dall’inizio del 2012 a oggi ne sono state uccise 23. E il trend è in crescita: 127 nel 2010, 137 nel 2011. Mariti o ex, compagni o amanti gli autori della strage. Ma anche “corteggiatori” ai quali la sventurata di turno ha osato dire no. Molte non muoiono, perché la furia bestiale si ferma prima dell’irreparabile, e per puro caso non vengono conteggiate nelle statistiche mortuarie femminili. Si pensi, solo per parlare dell’ultimo mese, alla ragazza aquilana abbandonata in fin di vita dopo un brutale stupro (presunto o meno fa poca differenza) in cui è stata usata una spranga di ferro che forse suppliva ad altre mancanze, o alla genovese incinta sequestrata, violentata e selvaggiamente picchiata con il guinzaglio del cane per tre giorni dal suo ex. L’80% della violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche per mano degli uomini della loro vita. Quelli che ne tengono in scacco la vita, le scelte, la libertà. E L’Italia è uno dei pochi paesi che ancora non hanno fissato un piano di attuazione della risoluzione Onu sulla violenza sulle donne in regime di pace, di guerra o di post conflitti.

E se questo ancora non basta a quelle che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, potremmo ricordare loro cosa cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi – anzi devi – venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.

Se nonostante ciò, care signore, volete ancora festeggiare, sappiate che andate solo a rafforzare questo perverso modello. Se pensate che basti un minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, vi hanno fregato. E con voi tutte noi.

Cecilia M. Calamani ( www.cronachelaiche.it)

Rimborsi illimitati agli ospedali ecclesiastici: il Tar puglia dice no

3 marzo 2012

ospedale3-300x199La regione Puglia non dovrà retribuire le prestazioni sanitarie erogate da ospedali e case di cura ecclesiastici né risanarne il deficit con soldi pubblici, se i rimborsi eccedono le assegnazioni finanziare originariamente disposte dalla programmazione regionale.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione di Bari, ha così deciso con le sentenze n.453 e n.454/2012 del 29 febbraio a seguito di una richiesta di circa una decina milioni di euro da parte della Azienda sanitaria Pia fondazione di culto e religione “Card. G. Panìco” di Tricase: l’ospedale aveva impugnato alcune determine della regione Puglia che riconoscevano solo una parte delle prestazioni erogate, entro i limiti di spesa preventivati e non un euro in più.

Una decisione questa che farà discutere, destinata ad avere inevitabilmente un approdo in Consiglio di Stato e che ribalta altri orientamenti di segno opposto dello stesso Tar pugliese. Gli ospedali ecclesiastici, in quanto appunto privati, non sono dunque equiparabili a quelli pubblici e non entrano a far parte del Servizio Sanitario Nazionale: questo in sintesi il ragionamento seguito dalla II sezione del Tar pugliese.

Si riafferma che gli ospedali di proprietà di fondazioni, confraternite, enti ecclesiastici tra cui l’ospedale Panìco di Tricase, sono per l’appunto soggetti privati: prova di ciò viene dal fatto che sono svincolati da ogni controllo pubblico nell’organizzazione, negli acquisti di macchinari e beni, nel decidere il tipo di prestazioni da erogare e infine nell’affrontare materie come interruzione volontaria di gravidanza, contraccezione, obiezione di coscienza.
I giudici amministrativi di Bari richiamano quindi il principio affermato all’articolo 32 della Costituzione secondo cui la tutela della salute dei cittadini è fondamentale compito e funzione dello Stato e delle Regioni e si realizza attenendosi ai tetti di spesa programmati per legge.
Sembra così allontanarsi dalla Puglia il modello lombardo di Roberto Formigoni, nella cui regione, invece, l’erogazione diretta di prestazioni sanitarie da parte delle Aziende pubbliche è marginale mentre i grandi gruppi economici come la Cir di De Benedetti e il gruppo Rotelli (ora anche proprietaria del San Raffaele) detengono il monopolio della salute sempre con spese a totale carico della Regione Lombardia.

Secondo quanto affermato nella decisione, in circostanze particolari le strutture private potranno concordare con la Asl il rimborso di ulteriori prestazioni da porre a carico del Servizio Sanitario Nazionale, derogandosi ai limiti derivanti dalla programmazione nazionale e regionale (cosa che è già successa con l’istituto di San Giovanni Rotondo “Casa sollievo della sofferenza” ).
Si attende di vedere cosa accadrà per gli altri ricorsi ancora pendenti e provvisoriamente decisi in senso opposto e se la recente decisione verrà o meno confermata in Consiglio di Stato: le somme in gioco nella vertenza nella regione amministrata da Nichi Vendola variano, a seconda delle stime, dai 400 ai 500 milioni di euro e riguardano gli anni passati. Infatti anche l’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” della città di padre Pio e il Miulli di Acquaviva (entrambi di proprietà ecclesiastica) reclamano fondi extra tetto per ripianare i propri deficit, chiedendo di essere in tutto ”equiparati” agli ospedali pubblici e quindi anche nella situazione in cui non riescano a pareggiare i propri bilanci. Non se la passa meglio la Regione Lazio con un contenzioso di circa 600 milioni di euro con il policlinico Gemelli e le ipotesi ventilate di riduzione di posti letto.

E’ di pochi mesi fa la vicenda del presidente pugliese Nichi Vendola che sosteneva (ed era sul punto di concludere) l’accordo con lo scomparso don Verzè e la sua Fondazione San Raffaele che avrebbe privatizzato l’intera sanità a Taranto, altro capoluogo di provincia pugliese, creando un polo d’eccellenza a discapito degli ospedali pubblici esistenti in città. Ma l’operazione non andò in porto perchè ci furono dei giudici, precisamente quelli della sezione fallimentare di Milano, che ebbero qualcosa da dire sulla solidità e trasparenza del colosso, poi rivelatosi dai piedi d’argilla.
(G.Ancona www.cronachelaiche.it)