la prima forma di libertà è quella del pensiero

Archivio per settembre, 2012

Legge 40, centro di fecondazione medicalmente assistita a Conversano (Ba)

12 settembre 2012

Entro fine settembre sarà finalmente operativo il centro di procreazione medicalmente assistita di Conversano, in provincia di Bari. Con i suoi duemila metri quadrati di superficie, si tratta del più grande centro per problemi riproduttivi del sud Italia.
«Entro la fine del mese», ha dichiarato l’assessore pugliese alla sanità Ettore Attolini che intende mantenere i costi per la Pma al di sotto della media nazionale, «definiremo anche l’ammontare della tariffa per le prestazioni perché, come è noto, non rientrano nel regime di ticket sanitario».
Inizialmente il centro assicurerà solo i trattamenti di primo livello, ossia le inseminazioni intrauterine (Iui). Per la fecondazione in vitro (Fivet) ed eventualmente la crioconservazione di zigoti e gameti maschili e femminili, negli angusti limiti stabiliti dalla legge 40, bisognerà aspettare ancora qualche tempo.
redazione di Cronachelaiche

Le suore, la trans, il vescovo e gli immigrati da sfrattare: succede a Lecce

11 settembre 2012

NEWS_63493Quando il 2 gennaio del 2001 morì per un ictus in un letto di ospedale a Lecce, Antonio Lanzalonga, 68 anni, conosciuto da tutti come “la Mara”, la più famosa prostituta transessuale della città, era ricca, anzi ricchissima.
Da anni aveva chiuso i rapporti con tutti i suoi parenti, e infatti in ospedale era sola, senza nessuno che l’assistesse. Ma riceveva continue visite, specie di persone che le chiedevano se quel che si diceva in giro fosse vero, e cioè che avrebbe fatto testamento a favore della Chiesa.
La Mara aveva però deciso di lasciare tutte le sue ricchezze non alla Curia ma al piccolo monastero delle benedettine di Lecce, un convento di suore di clausura, donne molto lontane dalla sua vita precedente, e la cosa non andò giù a molti, compreso il vescovo dell’epoca che sperava fosse l’arcivescovado a beneficiare del lascito.
Per il funerale monsignor Francesco Leone, segretario del vescovo, comunicò ai pochi amici e a un cugino che non sarebbe stato concesso il duomo, per una disposizione del codice di diritto canonico secondo il quale le esequie si sarebbero dovute tenere nella chiesa più vicina al luogo di morte e cioè nella cappella interna all’ospedale, come infatti avvenne.
La Mara aveva invece immaginato un funerale grandioso, nella chiesa principale della sua città.

Il patrimonio accumulato nel corso di quarant’anni di “scandalosa” professione comprendeva circa una ventina di case fatiscenti e pericolanti nel centro storico di Lecce, tra cui due enormi complessi settecenteschi, uno in Corte Gaetano Stella e un altro di due piani in via delle Giravolte.
Alla morte della Mara queste case erano già affittate a immigrati africani, in maggioranza senegalesi, che vivevano in condizioni igienico-sanitarie precarie, spesso senza acqua né luce. Un piccolo pezzo d’Africa al centro della città, con i suoi odori di cucina speziata e suoni di lingue straniere.
La proprietaria però non regalava niente e il fitto che esigeva dai suoi inquilini immigrati era spesso esoso rispetto alla sistemazione che offriva. Insomma, la Mara non era certamente una benefattrice.

Le suore benedettine, una volta divenute proprietarie, dovettero affrontare il problema di ristrutturare l’enorme patrimonio immobiliare che richiedeva interventi radicali di manutenzione per problemi statici e soprattutto come renderlo redditizio. Era prevedibile che delle monache di clausura, dedite alla vita contemplativa e alla produzione di dolci di mandorle, non avrebbero avuto le capacità imprenditoriali per gestire quei beni, ma c’è chi trovò la soluzione al posto loro.
Infatti le suore stipularono con la diocesi di Lecce e la Caritas diocesana un contratto di comodato d’uso di cinquant’anni per gli immobili ubicati in Corte Gaetano Stella, che sono stati totalmente ristrutturati dalla Caritas con un contributo di circa 650 mila euro stanziati dalla Conferenza episcopale italiana, provenienti dai fondi dell’8 per mille.
A ottobre il centro, che si chiamerà “La casa della carità” dovrebbe essere inaugurato alla presenza del cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano e comprenderà un centro di ascolto e accoglienza aperto a italiani e stranieri, con una decina di posti letto, ambulatorio, mensa e punto di distribuzione di vestiario o cibo.

Per quel che riguarda invece le case di via delle Giravolte (13 unità abitative poste su due piani e con ingressi autonomi da una corte, per complessivi 49 vani ), se ne riparla oggi perché dopo numerosi rinvii è stato deciso l’ultimo termine agli occupanti per liberare le case, fissato improrogabilmente al 28 settembre dall’ufficiale giudiziario del Tribunale.

E’ dal 2010 che le suore cercano di sfrattare gli inquilini, ma gli abitanti che occupano quelle case anche da venti o trent’anni non saprebbero dove andare né come pagarsi un fitto. E quindi il problema è diventato emergenza sociale, e se ne sta occupando il comune di Lecce oltre che la prefettura, destando anche non pochi malumori e commenti xenofobi nella popolazione, per l’attenzione data al problema abitativo degli stranieri, come se i leccesi se la passassero molto meglio.
Cosa faranno le suore una volta liberate le case di via delle Giravolte o a chi daranno la gestione del patrimonio non lo sa nessuno.
Circola insistentemente la voce che nel testamento la Mara abbia posto come condizione quella di mantenere l’attuale destinazione e di non sfrattare gli immigrati; ma il vicesindaco con delega alle Politiche sociali, Carmen Tessitore, ha smentito affermando che i rapporti della Mara con gli inquilini erano tutt’altro che buoni.

Il sito giornalistico TR News ha però scovato a giugno un annuncio immobiliare su internet che parlava di «complesso immobiliare di pregio storico artistico sito nel cuore del centro storico di Lecce. Ideale location per realizzare struttura ricettiva/albergo diffuso. Prezzo di vendita 1.400.000 euro»; l’annuncio continuava descrivendo l’immobile «in una zona di notevole flusso turistico, generato dalla presenza di diversi complessi architettonici barocchi: Duomo, Chiesa di Sant’Anna ed Ex Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Porta Rudiae», tanto che «l’intero isolato negli ultimi dieci anni ha vissuto una radicale trasformazione dovuta al frenetico passaggio di proprietà degli immobili e al recupero e restauro degli stessi, utilizzati come residenze o B&B».

La madre superiora delle suore, Benedetta Grasso, ha ammesso a Tr News che si trattava proprio delle case della Mara ricevute in eredità. Ma per il momento, e per non creare ulteriore agitazione, l’annuncio di vendita è scomparso.

Forse anche in questo caso, un aiuto (non disinteressato) alle suore benedettine verrà dalla potente organizzazione della curia leccese, che si sta attivando per reperire strutture caritatevoli e di volontariato a Lecce e provincia, convenzionate con il Comune. Entro fine settembre quindi si dovranno sistemare gli ultimi abitanti delle Giravolte sotto sfratto, 17 inquilini “ufficiali” anche se il numero esatto delle persone interessate non si conosce perché in molte case coabitano in condizioni di sovraffollamento parecchi immigrati. Poi si vedrà.
Giuseppe Ancona ( articolo apparso su cronachelaiche.globalist.com )

Martina Franca e il suo rapporto con i santi

6 settembre 2012

processioneMartina non tratta bene i santi. Si racconta che nel 1620 i frati anziani del seminario dei Cappuccini di Martina cacciassero via il novizio Giuseppe Maria Desa giudicandolo “assolutamente non atto alla religione”, “stolido e trascurato” “ignorante “ e …”idioto”. Sappiamo però che il detto Giuseppe, che veniva da Copertino (Le), si mise di buona lena e con l’aiuto divino non solo prese il saio, lontano da Martina, ma compì prodigi come levarsi in volo, diventando alla fine santo con l’appellativo di frate volante, protettore di aviatori e studenti.
Più di un secolo dopo, tra il 1770 e il 1776, un altro futuro santo e dottore della Chiesa, Alfonso Maria de’ Liguori, (teologo e autore di “tu scendi dalle stelle”), non ebbe migliore accoglienza: nel tentativo di evangelizzare queste terre e sanare gli ambienti ecclesiastici, si scontrò con l’abate Magli e l’intero clero martinese che non gli consentirono di far nascere qui una sua missione. Già da allora, ai martinesi, nessuno doveva venire a dire cosa fare e cosa no, neanche un dottore della chiesa.
Ma c’è anche un “quasi santo“ martinese, ma non per questo più fortunato, il Venerabile Servo di Dio Bonaventura Pietro Gaona (o Gaonas)(1598-1643); pare infatti sia più amato a Roma, dove visse e morì, (ora è sepolto a Sant’Andrea delle Fratte, ) che a Martina, dove può vantare solo una via e un ristorante a lui dedicato nel centro storico. A poco è servito il recente appello di un parroco alla comunità per segnalare alle autorità ecclesiastiche suoi miracoli e intercessioni, necessari per farlo salire di grado; sembrerebbe che i martinesi non lo considerino e siano in generale più propensi a votarsi a santi forestieri e leggendari, dalle assonanze pagane come Martino-Marte, o a patrone inventate di sana pianta come Comasia o ancora di dubbia storicità, come Martina, piuttosto che dar fiducia a santi uomini in carne e ossa.
Sempre a proposito del nostro rapporto con i santi, vivi e morti, non è certamente un esempio di rigore iconografico (né di fulgore estetico) il gruppo scultoreo in piazza Umberto di Padre Pio, che con l’azzardato inserimento di due bambini di Fatima, rappresenta un unicum di sincretismo teologico-devozionale.
Quanto a creatività artistico-religiosa ricordiamo anche i cartelli stradali che indicavano in una moderna chiesa di Martina (la Santa Famiglia) un “mosaico bizantino”, creando sconcerto negli storici dell’arte per l’’inedito e sconosciuto ritrovamento, in realtà fresco di malta.
Sarà che la nostra è una comunità laboriosa e concreta, che non si perde in sterili meditazioni teologiche ed è più spinta verso l’azione; e infatti, forse sull’onda della rinnovata minaccia di saraceni e seguaci del Profeta, abbiamo da qualche anno un avamposto di cavalieri del Santo Sepolcro a tutela delle nostre radici cristiane e della vera Fede.
Ora c’è l’occasione per rientrare nell’ortodossia di Santa Romana Chiesa e tributare al neo beato Giovanni Paolo II i dovuti onori, oltre a quelli resigli quando venne pellegrino da queste parti. C’è comunque il rammarico che ad accoglierlo a Martina nel 1989 non ci fosse come sindaco Franco Palazzo, che da uomo di fede avrebbe favorevolmente impressionato il Santo Padre con la sua profonda conoscenza dei rituali (sia pre che post concilio), non sbagliando un solo passo o accento. Ma il più laico Stefano Casavola se la cavò comunque egregiamente.
A Wojtyla è già stato dedicato il palazzetto dello sport e c’è una lapide commemorativa sotto l’arco di Santo Stefano, ma siamo certi che non saranno sufficienti: attendiamo che qualcuno lanci nuove idee e proposte per rendere più “appariscente” la devozione cittadina.
Sul carro del vincitore (e santo) questa volta cercheranno di saltarci su in parecchi.
Giuseppe Ancona ( articolo apparso su Extramagazine )