la prima forma di libertà è quella del pensiero

Ricordando Giordano Bruno ( di Roberto Nistri)

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Roberto Nistri

giordano a taranto 17 f 2017

Taranto, 17 febbraio 2017,ex Piazza Giordano Bruno ora Piazza Maria Immacolata

lapide gb taranto…Girovagare per Campo dei Fiori dove oggi riposa, nella solitudine propria dei monumenti, la statua di Giordano Bruno eretta nel 1889: fatidica epitome del libero pensiero, gli occhi fieramente  rivolti verso quel Vaticano che lo spirito post risorgimentale vedeva come avversario della patria una e laica. Il 1888 era stato un anno segnato da duri scontri fra clericali e anticlericali. Dopo vani negoziati con la Santa Sede, il Crispi aveva dato sfogo alla delusione,  scatenando una campagna che doveva culminare nella solenne manifestazione romana per l’ inaugurazione di un monumento al grande eretico, nel luogo stesso ove Giordano Bruno aveva trovato la morte sul rogo. La statua veniva  commissionata allo scultore Ettore Ferrari, gran maestro della massoneria, che aveva disseminato in tutta Italia un numero incalcolabile di  Garibaldi, Mazzini, Vittorio Emanuele a cavallo e via dicendo. Il 9 giugno l’orazione inaugurale venne tenuta dall’indiscusso specialista in laiche predicazioni, Giovanni Bovio che aveva dettato la bella epigrafe: A BRUNO ,  IL SECOLO DA  LUI DIVINATO ,  QUI /DOVE IL ROGO ARSE.

 

A leggere queste prime pagine del libro sulla statua di Bruno e l’epigrafe di Bovio, non poteva non ritornarci alla memoria un episodio di storia jonica, che certamente avrebbe incuriosito Giovanni Artieri. Già un anno prima la città di Taranto si era mobilitata per sostenere la celebrazione dei filosofo “d’ogni  legge nemico e dogni fede”,  inviando al Presidente del Consiglio l’ordine del giorno dettato dall’avvocato Pietro Pupino-Carbonelli: “Taranto, commemorando oggi il martire del libero pensiero,  Giordano Bruno, fa voti che nel luogo dove la ferocia della Curia romana arse vivo l “eroe in nome di Dio,  sorga tosto il monumento che voto di popolo gli ha decretato, qual rivendicazione dovuta alla memoria del sommo filosofo, come protesta solenne della coscienza nazionale”.  Questo ordine del giorno era stato adottato all’unanimità dai partecipanti alla manifestazione del 19 febbraio 1889, quando veniva   intestata al filosofo nolano la piazza centrale del Borgo. Così la cronaca del periodico Taras: “Il Comitato, composto dalla rappresentanza municipale, con a capo il nostro Sindaco, Cavalier Vincenzo Sebastio e  tutte le scuole, del Ginnasio Archita, delle Tecniche e delle elementari. Con parecchie associazioni,  il corteo si muoveva  al suono dell’inno,  per recarsi  dal palazzo di città  allo scoprimento della lapide commemorativa …

 

“Mentre altri sindaci canonizzano insieme al clericalume i loro santi, il Sindaco di Taranto, insieme alla rappresentanza comunale, battezza la gran piazza del Borgo col nome più grande, più puro, “Giordano Bruno”.  A questo punto l’egregio sindaco scopriva  la lapide con l’epigrafe dettata da Giovanni Bovio  (non meno bella di quella per Campo dei Fiori),  su invito del Pupino Carbonelli: “CHI  MUORE  PER  IL  LIBERO PENSIERO ,  ONORA LA PATRIA ,  APPARTIENE  AL MONDO” ,  BRUNO”.

Dopodiché il corteo si recava nell’atrio del ginnasio Archita, dove il pubblico veniva sfiancato dall’esimio professor Pellizzari,  la cui conferenza doveva durare più ore  (come annotava   “La “Sentinella” , trattando   tutto estesamente  ,  tanto da annoiare un tantino ( (come  riferiva  il cronista di “Taras”).

E così la città ebbe la sua Piazza Giordano Bruno, che continuò per un pezzo ad  essere luogo di conflitti  fra  fazioni, come l’anno successivo,  i1 9 giugno,  quando i cattolici fecero affiggere, sulla chiesa  di San  Domenico  una epigrafe “riconsacratoria”  della città.

 

I cittadini presero familiarità con il combattivo nome della piazza, ma nel contempo, a partire dal “patto Gentiloni”,  incominciavano  a smorzarsi i bollenti  spiriti laici  della classe dirigente tarantina: per frate Giordano tornavano i tempi brutti. Il Fascismo non poteva certo tollerare a lungo quella bandiera del “libero pensiero”,  infissa al centro della città.  Alla prima occasione la lapide scompariva  e piazza Giordano Bruno veniva “normalizzata” e  ribattezzata  piazza Italo Balbo.

 

Alla caduta del fascismo scompariva il nome del barbuto gerarca. Per  coerenza e senso storico sarebbe stato opportuno  ripristinare la vecchia intestazione  della piazza, sia perchè tutti i tarantini continuavano a chiamarla “Giordano Bruno” , sia perché questo nome ben avrebbe rappresentato la volontà di rinascita contro il dispotismo. E invece, sotto l’egida del commissario prefettizio,  cav. uff. avv. Agilulfo Caramia,  vecchio liberale e massone, si passava  da Piazza Giustizia e Libertà a Piazza della  Conciliazione,  per approdare, infine, a  Piazza  Maria Immacolata (come si vede, la storia d’Italia in una piazza).  L’avv. Temistocle Scalinci della commissione per la toponomastica, tentò nel 1946 di convincere il sindaco comunista Voccoli di ripristinare il vecchio toponimo e ci riprovò nel 1951 e nel 1957 con altre amministrazioni.

Tutto inutile: forse anche le forze politiche della “nuova Italia” non avevano in grande simpatia il “libero pensiero”. Comunque, per strade tortuose, il filosofo perseguitato ha continualo a resistere. La vecchia lapide venne ritrovata da Scalinci e fatta apporre a sud-est del Palazzo degli Uffici, ove  l’epigrafe di Bovio continuava  ad ammonire gli studenti  che si accalcavano attorno ai telefoni.

Ma resisteva ancora l’abitudine  di qualche vecchio  tarantino  che  dopo  tanti anni, continuava a chiamare la  piazza centrale del Borgo: “ Piazza Giordano Bruno”.  Recentemente alcuni amici del Libero Pensiero si sono premurati di affiggere in quella Piazza una piccola Targa, pronta a sfidare ancora una volta le intemperie della Storia…

( Roberto Nistri, il Quotidiano 5 aprile 1994)

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Per non dimenticare!

 

Il 17 febbraio 2017, “Gli  Amici della Ragione” hanno doverosamente onorato la memoria del grande martire del Libero Pensiero, il  filosofo meridiano e Cittadino dell’Universo,  Giordano Bruno, che,   distruggendo il castello di carta dei Tolemaici e il  cielo delle stelle fisse,  spalancava per la scienza i sentieri infiniti  di un Universo senza limiti, aprendo la strada al grande Galileo, che traduceva   Bruno,  senza citarlo. Nato sotto una stella vagabonda,  la sua   felice eresia lo rendeva uccello di bosco della Filosofia,  lo spingeva a battere tutte le strade  d’Europa, ben accolto da tutti gli spiriti nobili e perseguitato dagli stolti  abitatori del cielo asinino: scomunicato e perseguitato da tutti gli inquisitori  dell’epoca: cattolici,  luterani e calvinisti.

Solo, contro il “Vangelo armato”,  Bruno perseguiva invece il sogno umanista del tollerante e  civile conversare dei popoli, ricercando l’Unione nella Molteplicità .  Nessun capo è assoluto, solo la diversità ci salva.  Non inginocchiarti di fronte all’Unità, ricerca invece l’Unione nella fraternità…L’inaudita cosmogonia bruniana, l’Universo infinito che  conferisce pari dignità a tutti i centri,  ognuno  dei  quali portatori  di responsabilità  e  titolari a pieno diritto di umanità.

Nel mondo capovolto e incendiato dalle guerre di religione,  Bruno promuoveva la grande riflessione etica della modernità europea, che doveva trovare compimento nella kantiana riflessione  sul nesso Emancipazione e Responsabilità.   Cercava di promuovere ,  in coerenza con una cosmogonia che non conosce limiti  e censure,  muraglie  e prigioni,  che possono appagare solo i piccoli tiranni,  propagandisti,  dell’ignoranza e della paura. Il filosofo accende una lampada nel buio, ma è solo contro tutti i vessilliferi del Vangelo armato.

Negli anni a venire frate  Giordano abiterà tuttavia  fra le pagine dei grandi scienziati.

Come ha scritto Koyrè,  si deve essenzialmente a Bruno e Galilei l’ l’affermarsi impetuoso della scienza moderna. La più   grande e bella avventura:  ad ventura, verso le cose future.

La  danza delle stelle di cui lui si inebriava… come Einstein avrebbe sognato di volare a cavalcioni di un raggio di luce.

Gli eretici si affacciano sempre sull’orlo del precipizio.   Ma quale grande scrittore non si è innebriato nelle pagine bruniane,  a partire  da  Marlowe, che  nel  Faust vedeva  Bruno fuggire da una prigione sul dorso di un drago. Si pensi alle scritture  di  Leopardi,  di Joyce,  di  Brecht di  Gadda,  che amorevolmente  chiamava Bruno “ l’abbruciato”.  Vale per tutti la speranza bruniana:   Ai venturi…

Certamente Bruno , come i veri profeti, rimane sempre   un disturbatore del quieto vivere, che infastidisce  il piccolo uomo che non vuole pensieri, pauroso di mettere il naso fuori dalla nigra spilonca.  In Umbra lucis… Bruno appartiene a pieno titolo  all’ Illuminismo. Nella cosmogonia bruniana, non vi è alto o basso, centro o periferia. Ogni  individuo, tra infiniti centri irriducibili, è parimenti portatore di umanità e titolare di una incoercibile soggettività. Una società è felice quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate. Non idolatrare l’ottusa Unità, ricerca invece l’unione nella Varietas. Si tratta di una grande riflessione etica che trova pieno compimento nella riflessione Kantiana. Valga il motto dell’Illuminismo: Sapere Aude!  Abbi il coraggio di conoscere!

Non chiudere gli occhi, ma tienili ben aperti. Alza in alto  lo sguardo verso gli infiniti mondi ,  per uscire dallo stato di minorità, di dipendenza. Ogni individuo, in  quanto centro irriducibile di infiniti centri , comprende che nell’infinito universo tutti i centri hanno pari dignità: nessuno è esentato e ciascuno ha il suo carico di responsabilità: tale è il senso di una autentica democrazia.

Sentirsi padrone delle proprie decisioni. Non rimanere  sotto tutela… Giordano Bruno rimane Maestro di Anarchia, come ha chiarito Aldo Masullo.  L’Archè,  il principio assoluto,  l’auctoritas, è sempre la grande impostura. Nell’infinito,  l’ordine umano è sempre Anarchico. L’ Essere padrone della propria sorte… La meravigliosa caparbietà dei sognatori…

 

Il pensiero in fumo, la lingua tagliata. La vittima annientata.

Il martirio di Bruno, il rogo a Campo de’fiori, rimane la più esemplare tragedia del fanatismo. Vergogna perpetua per i carnefici della verità, i silenziatori del canto della Ragione.

Venerdì 17 febbraio 2017.  Roberto Nistri

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