la prima forma di libertà è quella del pensiero

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L’altra metà del cielo si scatena… sotto lo sguardo sornione del parroco

6 marzo 2017

“NON UNA DI MENO” la giornata di sciopero nazionale delle donne indetta per l’otto marzo che si svolgerà nelle principali città italiane, approda anche nella (ridente) cittadina di Martina Franca. Tra i partecipanti e organizzatori locali troviamo le più attive associazioni di impegno sociale che la piazza offre: dal centro Antiviolenza “Rompiamo il silenzio” all’Amardown, dalla CGIL , alla associazione SALAM , e ancora la Librierranti e per finire l’ANPI. Un appuntamento importante, anche se purtroppo un po’ stereotipato, per un confronto tra donne e uomini, fatto con la speranza di rendere la giornata delle mimose un’occasione di riflessione e di lotta, anzitutto di lotta.

Perché di motivi per lottare le donne ( e si sperano con e per loro, padri, compagni, mariti o figli) ne hanno ancora parecchi: discriminazione nel mondo del lavoro, violenza di genere e misoginia, negazione dei diritti alla autodeterminazione e libertà di scelta per la salute e per la procreazione.

 Quel che stupisce, ma poi neanche tanto, è sicuramente la improvvida location trovata dalle organizzatrici e  manifestanti: i locali della parrocchia Cristo Re dei frati francescani, adiacenti alla chiesa.

Che si tratti di locali ormai adibiti a tutto e di più, dalle manifestazioni di partiti politici alle danze del martedì grasso fino ai corsi di formazione professionale , è risaputo: del resto, quale altro spazio così ampio e centrale abbiamo in città per conferenze o manifestazioni? ma pur sempre di locali parrocchiali si tratta, non di uno spazio neutro o quanto meno aperto.

Non ci pare realistico perciò che tra quelle quattro sacre mura, ( probabilmente IMU-esenti in quanto locali funzionali al culto) sotto lo sguardo bonario e benevolo del parroco, si parlerà ( ma sarebbe il caso invece di gridare, vista la sordità dilagante)  di libertà della donna e di lotta all’obiezione di coscienza negli ospedali, .

La Chiesa non si sposta e non intende spostarsi di un passo dalle proprie posizioni sessite, misogine e maschiliste; queste idee, che sono anche dell’attuale pontefice, checché se ne dica,  le diffonda pure tra i propri fedeli, nessuno vuole impedirlo.

E allora siano le donne a cercare altri spazi, altre situazioni, perché c’è voglia di ascoltarle ma le rivoluzioni non si fanno nelle sacrestie.

manifestanti

CRISTO RE

8 Marzo, festa per donne di chiesa

9 marzo 2012

Martina Franca-20120304-00812L’invito è apparso sui muri di Martina vecchia e in breve dopo una spiata, è rimbalzato in rete dalle pagine facebook del giornale on line “cronachelaiche.it” diventando un tormentone e sucitando ilarità mista a sgomento tra gli internauti. In un italiano molto approssimativo e involontariamente comico, ( ma forse l’autore è poco pratico della nostra lingua ) si chiamano a raccolta nella sala parrocchiale di Cristo Re a Martina Franca per l’otto marzo , “festa della donna”, le signore di “nazionalità diverse” : “ Romania, Albania ,Polonia, Georgia ecc” per un piccolo “trattenimento”. Chi tratterrà (o intratterrà) le gentili signore non è dato sapere, visto che l’invito è privo di autore e firma, in perfetto stile stampa clandestina.
Si spera solo che le graziose partecipanti non vengano trattenute contro la loro volontà.
Quel che è certo è che l’invito prevede una “degustazione” ma con pane e companatico a carico delle invitate: un po’ come nel film di Totò e Peppino, dove il padrone di casa metteva a disposizione pentole, acqua calda e fornello e lo sfortunato invitato veniva spedito a far la spesa. L’abile ideatore della festa a scrocco sarà stato sicuramente animato da ottimi propositi e tra le sue intenzioni c’era ( speriamo) quella di favorire la socializzazione delle straniere nell’ostica Martina Franca. Ma perchè le signore di nazionalità “Italia” non sono state invitate a socializzare? La risposta è semplice: essendo l’otto marzo è probabile che le “nostre” donne andranno a riempire pub, ristoranti e pizzerie, se non proprio spingersi un pò più fuori città, alla ricerca del brivido trasgressivo di qualche localino spinto, dove svagarsi con streep-tease maschili.
Un dubbio però non riusciamo a scioglierlo: cosa c’entra la festa della donna ( più propriamente, la “Giornata della Donna”, perché la “festa” si fa al cappone a Natale) con una parrocchia? Da quando la Chiesa è diventata luogo di rivendicazione e riflessione sui diritti delle donne? Forse nella parrocchia di Cristo Re si discuterà del diritto delle donne alla maternità consapevole, di fecondazione assistita, aborto, contraccezione, divorzio ? O verrà impartita una lezione sulla parità delle donne nella società proprio dalla Chiesa Cattolica che, con le sue discriminazioni e divieti nei confronti delle fedeli nell’accesso al sacerdozio, si caratterizza come il prototipo di istituzione misogina e sessista? La verità, come dice il proverbio, sta nel mezzo: svuotandosi i banchi della messa, la parrrocchia cerca nuove adepte tra le immigrate: polacche, rumene, georgiane e albanesi , donne che secondo un luogo comune hanno meno grilli per la testa, in questa giornata di (finta) libertà.
Giuseppe Ancona

Festa della donna? ma anche no

7 marzo 2012

donne-300x225Anche quest’anno il rituale dell’8 marzo sarà lo stesso. Ci sarà il collega che rispolvera per l’occasione la frase di circostanza «oggi è la loro festa, trattiamole bene», quello che si sente cavaliere e si presenta con rametti di mimosa per tutte, il barista che ti dice «Auguri!» con il sorriso delle grandi occasioni mentre prendi il caffè. E poi la sera i ristoranti pieni di donne di tutte le età finalmente “libere” che, come le colf il giovedì, festeggiano la loro ora d’aria annuale, quelle che solo quel giorno possono concedersi di andare a vedere gli spogliarelli maschili emulando il peggio del peggio dell’altra metà del cielo, quelle che il ramo di mimosa se lo comprano da sole per autogratificarsi della loro sofferta condizione di mamme, mogli, angeli del focolare.
Donne un giorno su 365.

E stride, come sempre, la “festa” con quella che invece è una ricorrenza, la Giornata internazionale della Donna. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.

C’è qualcosa da festeggiare per le donne italiane? La risposta la troviamo nelle statistiche ufficiali e nella cronaca nera. Nel lavoro sottopagate (il 17% in meno degli uomini) e sottoimpiegate quando non disoccupate (più dei maschi), o part time e non per scelta. Ma anche licenziate grazie alla abominevole pratica delle dimissioni in bianco, sommersa clausola di assunzione che ha lasciato per strada, solo nel 2010, 800mila donne incinte. La crisi, dice l’Istat nel suo Rapporto 2011 (dati 2010), «ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già per le donne inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri».

Oggetto di violenza dell’italico maschio, quello che le vede come gliele presenta la tv, la pubblicità o l’immancabile mamma, le donne sono terra di conquista e articolo sessuale di proprietà. Dall’inizio del 2012 a oggi ne sono state uccise 23. E il trend è in crescita: 127 nel 2010, 137 nel 2011. Mariti o ex, compagni o amanti gli autori della strage. Ma anche “corteggiatori” ai quali la sventurata di turno ha osato dire no. Molte non muoiono, perché la furia bestiale si ferma prima dell’irreparabile, e per puro caso non vengono conteggiate nelle statistiche mortuarie femminili. Si pensi, solo per parlare dell’ultimo mese, alla ragazza aquilana abbandonata in fin di vita dopo un brutale stupro (presunto o meno fa poca differenza) in cui è stata usata una spranga di ferro che forse suppliva ad altre mancanze, o alla genovese incinta sequestrata, violentata e selvaggiamente picchiata con il guinzaglio del cane per tre giorni dal suo ex. L’80% della violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche per mano degli uomini della loro vita. Quelli che ne tengono in scacco la vita, le scelte, la libertà. E L’Italia è uno dei pochi paesi che ancora non hanno fissato un piano di attuazione della risoluzione Onu sulla violenza sulle donne in regime di pace, di guerra o di post conflitti.

E se questo ancora non basta a quelle che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, potremmo ricordare loro cosa cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi – anzi devi – venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.

Se nonostante ciò, care signore, volete ancora festeggiare, sappiate che andate solo a rafforzare questo perverso modello. Se pensate che basti un minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, vi hanno fregato. E con voi tutte noi.

Cecilia M. Calamani ( www.cronachelaiche.it)