la prima forma di libertà è quella del pensiero

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preti soli…j’accuse

3 aprile 2015
“La solitudine che il prete vive non ha nulla a che vedere, almeno non in modo determinante, con il fatto che, tornato a casa, non ci sia qualcuno che gli corre incontro o qualcuno con cui parlare o sfogarsi, con cui ridere o piangere…. La solitudine del prete è trovarsi qualche volta nel deserto a parlare ad un mondo che non ti vuole ascoltare, che ti ascolterà un’altra volta perché troppo impegnato a correre dietro a ciò che non salva”.  ( don Luca Peyron).
C’è molto di vero in questa frase, con una precisazione non di poco conto che riteniamo necessaria: quel mondo che si disinteressa a ciò che i preti dicono, è costituito proprio da quegli stessi credenti che affollano messe e processioni, non certo da chi non ha alcuna attrazione verso la religione.
Da un lato si osserva una comunità di fedeli più attenta alle manifestazioni esteriori della fede che non al messaggio, e dall’altro preti V.i.p. di successo, che scambiano la loro missione per una businessmission, ammirati e apprezzati dai fedeli e dai loro superiori per la visibilità politica che acquistano in paese e per l’entità dei fondi che riescono a racimolare a destra e manca.
E poi ci sono i preti di seconda fila, gli umili e semplici, quelli che non riescono a primeggiare né a destreggiarsi, relegati in parrocchie di scarsa importanza quasi fossero sedi punitive dove espiare la colpa della loro fragilità.
L’immagine manzoniana del sentirsi vaso di terracotta tra vasi di ferro, non a caso venne costruita su misura su un prete, don Abbondio, che alla scarsa intraprendenza comunque univa anche una fede ancor più scarsa.
Arcivescovi e superiori che non accudiscono e sostengono i loro sottoposti e anziché reprimere le primedonne in sottana nera le innalzano a cariche e onori sono, unitamente ai fedeli distratti, i veri responsabili della solitudine e della disperazione in cui si relegano i preti soli, quelli fuori dal giro.
Piccoli pastori di anime, ma pur sempre persone che non hanno la forza di portare pesi più grandi di loro.
Giuseppe Ancona

via quella baionetta dalla statua all’ingresso della città

18 settembre 2014

foto giuseppe mazzagliaOra che i lavori di restauro e pulizia dell’arco di Santo Stefano a Martina Franca sono stati ultimati ed è in via di smantellamento l’impalcatura che lo ricopriva, apprendiamo casualmente  da un attento osservatore delle cose martinesi, il sig.Martino Tulipano, la vera origine della spada impugnata da san Martino.

L’arma metallica in questione, anch’essa restaurata totalmente, pare sia in realtà una aggiunta moderna dei primi del 900, e cioè un ex voto di un soldato martinese tornato vivo dal fronte; più precisamente una baionetta in dotazione ai fanti dell’esercito regio della Prima Guerra mondiale .

In ogni caso, quale che sia la data di collocazione dell’arma, sarebbe auspicabile una valutazione storico-artistica sulla opportunità di tenere o eliminare dalla statua restaurata la baionetta in questione visto che rappresenta comunque un elemento estraneo, aggiunto a distanza di secoli dalla creazione dell’opera.

Riguardo poi a San Martino il fatto che il santo venga raffigurato proprio nell’atto di dividere il mantello con il povero, e quindi esattamente nel gesto che lo rende il santo caritatevole   per antonomasia nell’iconografia cristiana, impugnando uno strumento che in concreto è servito a uccidere vite umane, appare un po’ contraddittorio.

Anche se a ben vedere l’immagine non stride con la storia personale del soldato romano distruttore di templi pagani; saremmo però curiosi di conoscere l’opinione in merito degli specialisti del settore: esegeti, preti e devoti di san Martino di Tours in genere.

C’è da sperare che qualcuno non prenda questo articolo come un suggerimento per sostituire la baionetta con una spada d’oro o d’argento pagata dai fedeli ad majorem dei gloriam.

in ogni caso a nostro parere l’esibizione di una vera arma di guerra su uno dei monumenti più rappresentativi della Città è fortemente in contrasto con ogni proclamata velleità di fare di Martina una città di pace, dato che la guerra non ha mai portato fratellanza o concordia tra i popoli, e quindi non occorre esibirne gli strumenti di morte all’ingresso della città.

Giuseppe Ancona

(foto di Giuseppe Mazzaglia www.giuseppemazzaglia.com )

furto reliquie di sant’Egidio: un misterioso personaggio le riporta al vescovo

22 marzo 2014

A breve distanza dall’efferato triplice omicidio di stampo mafioso che si è consumato a Taranto, in cui un pregiudicato in libertà vigliata, la sua compagna e il figlio di pochi anni sono stati crivellati di proiettili in auto per strada senza che nessuno abbia visto nulla, un altro episodio, certamente meno grave ma non meno oscuro, si è consumato nella città pugliese. Il furto sacrilego di una teca settecentesca contenente le reliquie di sant’Egidio, sottratta dalla chiesa di san Pasquale, si è risolto in poche ore con la riconsegna dell’oggetto sacro nelle sicure mani dell’arcivescovo Filippo Santoro. A recuperare il maltolto non sono state le forze dell’ordine, ma una persona che ha voluto rimanere anonima, sconosciuta allo stesso prelato, che ha riportato personalmente l’oggetto di culto in curia. Questa la dichiarazione dell’arcivescovo secondo quanto riferisce il quotidiano locale Taranto Buonasera: «Sono da un lato rammaricato di questo atto oltraggioso verso un oggetto di culto, ma altresì commosso per la nobiltà d’animo della persona che ha voluto consegnare le reliquie del santo tarantino». Seguirà messa di riparazione, quel che serve per mettere la parola fine sopra a questa storiaccia, da celebrare domenica prossima nella chiesa di San Pasquale.

Restano però molti interrogativi. Ad esempio chi è lo sconosciuto che ha ottenuto di farsi ricevere personalmente dall’arcivescovo per restituirgli un corpo di reato e grazie a quali frequentazioni si è procurato in così breve tempo (“da terze persone”) una refurtiva così ingombrante. L’ignoto ricettatore avrà avuto dei validi motivi per non rivolgersi alla polizia e presentarsi invece con il voluminoso reperto direttamente in curia, dove sicuramente non ha dovuto fornire generalità né ampie spiegazioni. Quel che appare inaudito è come l’arcivescovo abbia accettato questo “dono” da parte del misterioso devoto, apparentemente senza esitazioni e senza porsi domande; eppure prima ancora che un atto sacrilego, un peccato emendabile con un gesto di ravvedimento e pentimento, c’era un reato e dei colpevoli da individuare e punire, e c’erano le forze di polizia impegnate nelle indagini.

Taranto è una città moralmente ed economicamente in crisi, in preda alla criminalità organizzata e a una classe politica sotto inchiesta per le collusioni con il grande avvelenatore Ilva. Una città nella quale si deve riaffermare il primato della legalità e della moralità nella vita civile. Ma per fare questo occorrono comportamenti pubblici che siano di esempio, da parte delle Istituzioni ma anche da parte degli uomini di Chiesa che tuttora godono di ampio credito. Per recuperare una reliquia rubata un vescovo non può mostrare approvazione e riconoscenza verso misteriosi personaggi che per devozione, ma senza metterci la faccia, si offrono come riparatori dei torti al posto dello Stato.

Stridono, a tal proposito, le parole pronunciate giusto ieri dal papa in occasione della XIX Giornata in ricordo delle vittime di mafia: «Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini, denaro insanguinato e potere insanguinato, non potrai portarlo all’altra vita. Convertitevi, c’è ancora tempo per non finire nell’inferno, quello che vi aspetta se continuate su questa strada». C’è poco da convertirsi, la criminalità organizzata mostra da sempre enorme devozione e rispetto verso la Chiesa, come dimostra (tra i tanti altri) l’episodio avvenuto in Puglia. Forse Bergoglio, invece di rivolgersi ai mafiosi – sempre in prima fila nelle messe domenicali e pronti a difendere il culto e gli oggetti di cui si serve – farebbe bene a chiedere ai suoi di prendere le distanze per primi da una devozione macchiata di crimine, come quella che ha fatto ricomparire magicamente, per miracolo della fede, la sacra reliquia al suo posto nella chiesa tarantina.

(Giuseppe Ancona) ( articolo apparso su www.cronachelaiche.it)

una risata li seppellirà: un’ Oca anticlericale in libreria

24 dicembre 2013

 

Giuseppe Ancona

martedì 24 dicembre 2013 12:33

C’è un filo rosso che lega i diritti, o meglio la loro negazione, nel nostro Paese. Perché il diritto all’aborto, alla maternità consapevole, alle scelte sentimentali o sessuali, all’autodeterminazione in tema di fine vita, il diritto a una destinazione del denaro pubblico che sia slegata da interessi – legittimi quanto privati – di parte, non sono temi da affrontare singolarmente, bensì interconnesi tra loro in un tessuto culturale e sociale, quello cattolico, che li declina tutti insieme e in un’unica direzione.

Oca pro nobis – Controsillabo giocoso e irriverente si presenta come un esperimento letterario-musicale in cui si fondono insieme, in modo serio e divertente, tutti questi temi. Attraverso la politica, i dogmi di fede, la scienza, il sesso, il potere, il lettore passa rapidamente dall’uno all’altro per mezzo di canzoni e poesie satiriche, testi e disegni che svelano ben presto il filo conduttore: ripercorrere in una sorta di rassegna enciclopedica le imposture e prevaricazioni della dottrina cattolica presenti nella nostra società.

Il libro è molto più di una giocosa trovata degli autori, tutti impegnati a vario titolo nel campo della laicità: a dar vita all’Oca-Virgilio, la pennuta guida che conduce il lettore, ci sono le tavole e i disegni di Maria Turchetto, direttrice dell’Ateo, il bimestrale dell’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti), le schede dello storico Walter Peruzzi, che offrono materiale per una rivisitazione moderna del genere della satira anticlericale, e i versi di Carlo Cornaglia, musicati e interpretati da Filippo D’Ambrogi come si può ascoltare su ocapronobis.altervista.org.

A chi potrebbe essere destinato questo libro? Non solamente ai cultori degli stornelli in voga ai bei tempi del papa re, quando era più semplice decidere da che parte stare; quel che si scopre leggendolo, pagina dopo pagina, è che i nuovi papisti non vestono più i pantaloni alla zuava, ma si sono mimetizzati e sono presenti come non mai nella nostra vita, pretendendo di controllarla dalla culla alla bara. Lo sberleffo irriverente allora diventa un efficace antidoto, perché non c’è stato mai strumento più potente del ridicolizzare il tiranno per liberarsene.

Giuseppe Ancona

Carlo Cornaglia, Filippo D’Ambrogi, Walter Peruzzi, Maria Turchetto
Oca pro nobis – Controsillabo giocoso e irriverente
Odradek edizioni, 2013, 15 euro


Tra amore sacro e amor profano: Renzo Rubino in chiesa

20 dicembre 2013

renzo-rubino-e1360935764110Apprendiamo che il talentuoso cantautore martinese Renzo Rubino, interprete della canzone ”Il postino (amami uomo)“ si esibirà come ospite d’onore nella chiesa di san Martino nel recital natalizio del 22 dicembre.

Per chi non conoscesse la canzone sanremese che ha portato Rubino alla ribalta nazionale, questa racconta di una storia d’amore (e fin qui nessuna novità); ma protagonisti sono due uomini che si amano e come si capisce senza tanti giri di parole dal testo, certamente non solo in modo platonico.

Sarebbe bello allora se in chiesa Renzo Rubino cantasse l’amore, non quello sacro ma quello terreno e profano, omosessuale o eterosessuale, con o senza aggettivi, accennando tra un inno a Gesù bambino e un’aria natalizia , a qualche strofa del suo ultimo successo.

Difficile che accada, ma ci piace immaginare che possa succedere proprio lì.

Sarebbe un regalo di natale per molti, a cominciare da quelli che pur essendo credenti prima ancora credono nella parità dei diritti e non considerano l’amore tra esseri umani, anche se dello stesso sesso,  qualcosa di sbagliato come invece continua a fare la Chiesa cattolica nonostante le finte aperture di papa Bergoglio, seguito in questo dal nostro parlamento più realista del re.

Agli artisti non viene certamente chiesto di fare politica o condurre battaglie civili, ma di trasmettere emozioni e di aiutare il pubblico a crescere con la bellezza della poesia.

Rubino è un artista e sa bene che anche solo una canzone può dare speranza e fiducia in se stessi, magari a qualcuno che si trova, come il postino della canzone, ad amare di nascosto chi come lui non ha curve; qualcuno che potrebbe trovarsi in basilica quella sera ad ascoltarlo.

Giuseppe Ancona

Aggiornamento: il concerto in basilica si è tenuto e alla fine Renzo Rubino ha cantato la canzone “scandalosa” ( per modo di re) Il postino. Chapeau. Complimenti a lui per il coraggio e la grinta. Bravi anche gli organizzatori e il padrone di casa per averlo lasciato libero di esprimersi.  
G.A.

Quando il parroco vuole fare il primo cittadino

12 dicembre 2013

Dopo la lettera aperta inviata al sindaco dal parroco della chiesa di San Martino, Civiltà Laica interviene e rispondepapa-francesco-don-franco-chiavi-620x300

“Egregio Don Franco,
Leggo con interesse sulla stampa la Sua lettera aperta al Sindaco in cui lo invita a mettersi in cammino al suo fianco (o forse intendeva dire un passo indietro?) nel progetto per fare di Martina la prossima “capitale italiana della cultura”.
Fatta eccezione per il tono leggermente paterno e confidenziale che utilizza con il nostro primo cittadino (ma Lei è comunque un prete e quindi padre) ho apprezzato e condiviso tutto o quasi: sono completamente d’accordo con Lei ad esempio sul fatto che Martina merita di porsi alla ribalta nazionale per le sue eccellenze professionali, artistiche e per le bellezze architettoniche e ambientali.
Tuttavia ritengo che non sia Lei la figura più adatta nella città per lanciare un simile appello e porsi come capofila dell’iniziativa.
Non che Le manchino capacità organizzative e progettuali o le giuste conoscenze; tutt’altro visti i successi che ha dimostrato di saper raggiungere con le sue eclettiche iniziative.
Ma se intende fare qualcosa per la Città, offra semplicemente, alla pari degli altri, la propria disponibilità e non detti regole e modi a tutti i possibili protagonisti: associazioni, artisti, intellettuali, imprenditori, sindaco incluso.
La cultura è principalmente apertura verso idee diverse dalle proprie, comprensione dei differenti modi di concepire la vita, libertà di pensiero.
Per spiccare il volo e uscire dalla dimensione di paese di provincia, Martina deve aprirsi al nuovo cominciando dal passo più difficile: il riconoscimento dei diritti civili, come è stato con l’elezione del consigliere comunale per gli extracomunitari, o per l’annunciata creazione di un registro delle coppie di fatto o del registro dei testamenti biologici, iniziative sulle quali non mi pare di averla vista sostenitore sulle prime pagine dei giornali. C’è da lavorare per una città attenta ai diritti di tutti a cominciare da quelli delle donne, che per contraccezione d’emergenza e aborto ad esempio devono poter disporre di un ospedale cittadino che non sia occupato da medici obiettori di coscienza. Ma anche su questo non credo che Lei sarà d’accordo. La città ha bisogno di momenti di festa e di incontro realmente laici e aperti, come la ricorrenza in agosto della fondazione della città, senza obbligatoria genuflessione al parroco di turno.
La Città che Lei rappresenta invece, grazie anche ai suoi colleghi, è quella chiusa nei confini della propria ritualità pagana, che vorrebbe portare i bambini delle scuole alle processioni dietro una reliquia; la città delle statue di santi di pessima fattura che deturpano piazzette storiche, delle congreghe e confraternite religiose centro di potere e di consensi elettorali, della rivalità tra parroci su chi abbellisce di più la propria chiesa con musei, campane, mosaici d’oro.
Martina è tante cose, tanti talenti e intelligenze, ma le menti hanno bisogno di spazi liberi per dare il meglio, non di pastori che le conducano.  Cordiali saluti”

Giuseppe Ancona

Valdesi: quegli eretici cugini di san Francesco

24 maggio 2013
ottovaldesePastore Winfrid Pfannkuche, quanti fedeli conta la Chiesa Valdese di Taranto, e da quanti anni esiste?
«La chiesa fu fondata nel 1894. Un soldato della Marina proveniente dalle valli valdesi in Piemonte si portava in tasca una Bibbia. Leggendo la Bibbia è difficile rimanere soli… Oggi, dopo le forti ma continue emigrazioni verso nord, siamo comunque ancora una buona cinquantina».
È iniziata la campagna pubblicitaria per ottenere la sottoscrizione dell’otto per mille sulla dichiarazione dei redditi; quante sottoscrizioni vengono destinate all’Unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia?
«Più di quante meriteremmo. Siamo 20.000 membri di chiesa. Tolti quelli che non possono dichiarare redditi arriveremmo forse 15.000 firme di casa propria. Se non vado errato, lo scorso anno le firme hanno superato la soglia di 400.000. Comunque da alcuni anni è in costante crescita. Gli italiani ci  vogliono un po’ bene e ci danno la fiducia».
Come vengono utilizzati i fondi raccolti?
«La metà va nel cosi (mal)detto “terzo mondo”. L’altra metà viene utilizzata per progetti in Italia. Quest’anno godono di priorità tutti i progetti che combattono il femminicidio e promuovono la cultura della parità di genere. E sempre vale: non un euro per le spese di culto, ma soltanto progetti sociali e culturali. Pazienza per noi pastori. Ma è più corretto così».
La chiesa Valdese è impegnata nella campagna per il testamento Biologico insieme ad associazioni come la Luca Coscioni e Insieme per Eluana.  Cosa pensa della libertà di scelta in caso di cure inutili e dell’alimentazione e idratazione forzate?
«Siamo impegnati insieme pur partendo da posizioni molto diverse. Noi non crediamo nel libero arbitrio né nell’autodeterminazione dell’uomo. Fin dalla nascita siamo piuttosto molto condizionati. Determinati da Dio. Ma quel Dio è il Dio del patto e della libertà, colui che ci vuole liberi partner in dialogo con lui. Per quanto riguarda cure “inutili” e “forzate” la domanda precede già la mia risposta. Se vogliamo addentrarci ancor più nelle questioni etiche estreme, come approccio basilare al tema, direi parafrasando Bonhoeffer: se stacco la spina sono colpevole, se non stacco la spina sono altrettanto colpevole. Ergo: sono colpevole davanti a Dio, al quale devo rispondere assumendomi la responsabilità della mia scelta. Nel campo etico risposte assolute sono da evitare. Le nostre scelte restino relative. In senso del termine relativo: in relazione con gli altri e – per me credente – con Cristo. Che faresti tu, se fossi in me – e io che farei, se fossi in te?».
Qual è la vostra posizione sulle unioni omosessuali?
«Nella nostra recente decisione di benedire coppie dello stesso sesso le chiamiamo un “rapporto interpersonale ed affettivo del tutto analogo ed equivalente a quello della coppia eterosessuale”. Condividiamo l’autorevole voce dell’OMS che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana”. Mentre leggiamo la Bibbia non in senso letteralistico, bensì storico-critico. Certo, anche per noi la Bibbia è ispirata Parola di Dio. Ma appunto: com’è fatto quello Spirito di Dio? E’ uno spirito giudicante o uno Spirito di apertura e di compassione? La Bibbia – si potrebbe dire – ha un cuore, quale Gesù Cristo. Non lo dimentichiamo quando una coppia omoaffettiva, convinta di aver ricevuto l’amore come un dono e come un progetto di vita dalle mani del Dio d’amore, chiede di essere benedetta.
La nostra posizione è dunque solidale e di protesta contro una società e una legislazione che continua a negare alle coppie omosessuali il diritto all’unione civile».
Secondo Lei, perché i vertici della chiesa cattolica sono invece arroccati su posizioni opposte e distanti dal modo comune di sentire delle persone rispetto ad entrambi questi temi?
«Bisognerebbe chiedere a loro. Comunque la chiesa romana tende ad assolutizzare, a sacralizzare posizioni etiche. I cosiddetti “valori non negoziabili”, quali la “sacralità” della vita e della famiglia. E’ paradossale: nella “sacrosanta” battaglia per la sacralità della vita, si va a finire nel promuovere una vera e propria cultura della morte. E la cosiddetta “difesa” della sacra famiglia si rivela un efficace antidoto contro una buona politica familiare.
Biblicamente parlando, la sacralizzazione sfocia spesso in idolatria. Desacralizzare, secolarizzare, si potrebbe anche dire: umanizzare rimane un importante impegno dei credenti. In fondo, Dio stesso l’ha praticato in Cristo».
Quali analogie esistono tra san Francesco e il quasi contemporaneo Valdo di Lione, tradizionalmente considerato il fondatore della chiesa valdese?
«Hanno ascoltato la stessa parola di Gesù rivolta al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutto ciò che hai e poi vieni e seguimi”. E l’hanno cercato di fare. Hanno detto: non basta che ci sia un vescovo, fra l’altro di costumi e ricchezze ambigue, a garantire la successione di Gesù oggi. Io devo rispondere e conformare la mia vita a Gesù in prima persona. Valdo l’ha cercato di fare una generazione prima di Francesco. Entrambi sono stati fatti fuori: il primo dichiarandolo eretico, il secondo facendone il santo dei santi e patrono d’Italia. I seguaci di Francesco si ritrovarono in seguito a presiedere nei tribunali contro i “poveri di Cristo”».
L’attuale capo della Chiesa cattolica, Jorge Bergoglio è il primo papa appartenente all’ordine dei minori francescani e ha assunto il nome di Francesco come il poverello d’Assisi; Lei ritiene che questo Papa migliorerà i rapporti con la chiesa di Roma?
«Non lo so. Non so se i rapporti fra protestanti e cattolici migliorino con un papa “buono”. Probabilmente sono più buoni con un papa “cattivo”. Perché la garanzia di rapporti difficili resta comunque l’esistenza del papato stesso: per gli uni garanzia dell’unità, per gli altri garanzia della divisione. Il vescovo di Roma è francescano, ma anche gesuita. Studiando a Roma frequentavo sia francescani che gesuiti. La mia impressione – un po’ generalizzata e perciò errata – era che, mentre i francescani sono inizialmente molto aperti e alla fine irremovibili, i gesuiti appaiono talvolta difficili e scontrosi, ma in seguito sono capaci anche a delle aperture. Ma tutto ciò non sono che impressioni e suggestioni. I rapporti – se qualcuno prende ancora sul serio questa nobile espressione – miglioreranno dal momento che la chiesa di Roma riconosca le altre chiese protestanti ed ortodosse in quanto tali, direi “del tutto analoghe ed equivalenti” a se stessa. Allora ci si mette attorno a un tavolo alla pari e si può parlare di rapporti veri. Finché uno ritiene di dover stare in alto e al centro, i rapporti sono difficili. E i gesti di un papa “buono” non servono finché la sua posizione reale, al di là di quella teatrale, non cambi».
(Giuseppe Ancona . Extramagazine del 24.05.2013)

Tutti pazzi per Tony, il giovane santone di Carmiano

11 dicembre 2012

tony preghieraE’ dal 2007 che Tony Laggetta da Carmiano (Lecce) dice di aver scoperto di essere un veggente o, più propriamente, un profeta visto che riceve messaggi di dio per poi comunicarli all’umanità. In un appezzamento di terreno a metà strada tra Carmiano e Copertino, oggetto di donazione da parte di uno dei primi seguaci del gruppo “Il calvario di Gesù crocifisso” (Associazione di promozione sociale e Onlus dal 2012) da lui fondato, Tony Laggetta, su precisa indicazione del “Signore Padre onnipotente” (così dio firma i propri messaggi) ha innalzato un piccolo altarino attorno a una pietra e lì ad ogni apparizione si radunano fino a cinquecento persone tra curiosi e devoti; e mentre la notorietà del giovane mistico si espande rapidamente dalla Puglia a tutta Italia via facebook (alcuni annunciano una prossima visita di Paolo Brosio) le chiese del paese di Carmiano e dintorni tendono a svuotarsi.

I messaggi divini sono nello stile delle altre apparizioni soprannaturali: invito alla preghiera e alla diffusione del messaggio evangelico. Con consigli personali al giovane mistico con le stimmate su come vestirsi e come comportarsi (niente tatuaggi o piercing). Ma stavolta è dio in persona che parla, non la madonna o qualche angelo o santo, come forse non accadeva dai tempi di Mosè. Ma, come la storia insegna, quando si svuotano le chiese iniziano i problemi per il santone di turno.

Una famiglia di un paese vicino, Copertino, denuncia ai giornali che un suo componente, A.C. di venti anni, da un giorno all’altro ha lasciato l’abitazione e il lavoro per unirsi a Tony, diventandone il più fidato discepolo. Il padre del ragazzo rivolge un disperato appello alle “autorità civili e religiose”, affinché chiariscano cosa c’è dietro l’Aps-Onlus “Il calvario di Gesù crocifisso” e accertino la storia delle stimmate che comparirebbero periodicamente sulle mani del veggente. E benché la presunta vittima abbia sempre dichiarato di aver liberamente deciso di seguire il veggente, essendo per di più maggiorenne, il padre chiede di «capire », dichiarandosi disposto anche a fare un passo indietro «qualora gli eventi straordinari e prodigiosi di cui parlano i fedeli del gruppo dovessero verificarsi sul serio.»

Intanto la Curia di Lecce, attraverso il vicario del vescovo Domenico D’Ambrosio, don Fernando Filograna, sollecitata da molti a intervenire temporeggia e non si esprime, sottolineando però che nessun ecclesiastico ha mai preso parte alle riunioni di preghiera del gruppo in questione. A chi spetta, tra le “autorità civili e religiose”, alle quali si rivolge un padre disperato, risolvere il caso del profeta di Carmiano? Ma prima ancora della Curia ha fatto la Procura, togliendo così al vescovo le castagne dal fuoco: c’è ora un’inchiesta su Tony Laggetta condotta dal pm della procura di Lecce Antonio Negro che ha voluto sentire il mistico sull’ipotesi di circonvenzione di incapace ai danni del ragazzo ventenne di Copertino. La circonvenzione di incapace, reato procedibile d’ufficio, è un reato non facile da provare perché occorre non solo accertare l’effettivo stato di deficit psichico della vittima (che potrebbe derivare dalla depressione per una grave malattia, un lutto, la perdita del lavoro) ma anche provare la malafede del suo profittatore.

Dopo che si è diffusa la notizia, sul sito facebook del veggente è apparso puntuale un ulteriore messaggio dell’onnipotente (datato giorni prima) che annuncia persecuzioni e sofferenze: «Figlio mio quanta sofferenza. Io, il Tuo Dio… ti dico: metteranno le mani sù (sic!) di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi anche alle prigioni, maltrattati, percossi a causa del Mio nome… Vi tradiranno persino i genitori, parenti tutti e amici. Sarete odiati da tutti a causa del Mio nome…(firmato) Il Signore Padre Onnipotente». Quello che invece non era stato profetizzato dal Signore era una contemporanea denuncia per diffamazione presentata dallo stesso Tony contro una sorella dell’adepto A.C. per via dei contenuti della pagina facebook antagonista a quella del Calvario, chiamata significativamente con il nome “Il Calvario di Gesù Crocifisso è una bufala”. Un sito più affollato dell’originale in cui le accuse, come l’ironia e le allusioni sull’onestà della setta, non si contano. Considerato però che Tony Laggetta agisce sempre rispettando la volontà del Signore c’è da chiedersi se proprio Lui gli abbia suggerito di sporgere querela. Insomma, più la veterotestamentaria legge del taglione che non il “porgi l’altra guancia”.

Se l’inchiesta a carico del veggente dovesse andare avanti, sarà interessante scoprire in che modo i giudici appureranno se il mistico è o meno in buona fede quando dice di essere destinatario dei messaggi di dio.
Tony Laggetta da parte sua non si scompone, consapevole del proprio destino e annuncia che non appena arriverà il momento, mostrerà a medici ed esperti le sue stimmate. Nel frattempo il vescovo di Lecce, alle prese con un fenomeno scomodo per la Chiesa se non viene controllato e gestito dalle gerarchie, tifa in silenzio perché lo Stato sia severo nello smascherare i mistificatori.

Già, perché la vera fede, talvolta, può essere difesa anche in un’aula di giustizia.

Giuseppe Ancona

Il crocifisso non è uguale per tutti

18 ottobre 2012

l'avvocato Carla Corsetti con Luigi Tosti (foto cronache laiche)

Occorreva allontanarsi dall’occhio vigile del crocifisso per assolvere l’ex magistrato marchigiano Luigi Tosti? È ciò che si chiedono gli avvocati difensori dell’imputato, gli avvocati Dario Visconti e Carla Corsetti, dopo la sentenza della Corte d’appello dell’Aquila che lo ha assolto con la formula “il fatto non sussiste”. Tosti era stato condannato in primo grado a oltre un anno perché si era rifiutato in più occasioni di tenere processi in aule nelle quali era esposto il crocifisso.

Secondo quanto emerge ora dalle motivazioni depositate, i giudici hanno ritenuto che in riferimento agli episodi contestati non si sarebbe verificata «interruzione nel regolare svolgimento delle udienze» in quanto l’imputato ogni volta era stato sostituito su disposizione del presidente del tribunale, avvertito preventivamente dal giudice Tosti delle proprie intenzioni.
La Corte d’appello ha così ricalcato, come del resto aveva chiesto anche il pubblico ministero, quella stessa motivazione che aveva portato la Cassazione ad annullare ogni precedente condanna per la stessa imputazione in altri processi sempre a carico dell’ex magistrato.
La ragione per cui ora Tosti e i suoi difensori annunciano che ricorreranno in Cassazione e se necessario anche davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, è quella di smontare una decisione che se nei fatti assolve l’imputato, disconosce o ignora le ragioni del suo agire e gli nega il riconoscimento di aver esercitato un suo diritto insopprimibile.
L’obiettivo sarà quindi ottenere il riconoscimento per Tosti di aver agito secondo diritto rifiutandosi di tenere udienza, non potendo difendere in altro modo i suoi diritti inviolabili e costituzionalmente garantiti di libertà se non attraverso la necessaria violazione di quei regolamenti di epoca fascista che impongono la presenza dei crocifissi nelle aule giudiziarie.

C’è da ricordare che i magistrati della corte dell’Aquila già all’apertura del processo – ancora una volta in un’aula munita di crocifisso – avevano avuto modo di affrontare direttamente la questione del diritto di libertà di coscienza dell’imputato. Alla richiesta dello stesso Tosti e dei suoi difensori di tenere il processo in un’aula priva di simboli religiosi è arrivata, dopo una camera di consiglio di circa un’ora, una soluzione a dir poco sorprendente: anziché rimuovere semplicemente il crocifisso presente, i giudici hanno deciso di trasferire il processo in un’aula attigua destinata alle controversie di lavoro che casualmente era sfornita del sacro simbolo.
L’inusuale trasloco viene ora spiegato nelle motivazioni in questi termini :«L’imputato ed i suoi difensori avevano ed hanno il diritto a presenziare e ad esercitare le proprie prerogative difensive in un’aula di giustizia priva di espliciti simboli religiosi, ma è anche vero che tale diritto, espressione e manifestazione dei diritti primari, costituzionalmente riconosciuti, di libertà di coscienza, di libertà di religione e di eguaglianza, oltre che del principio di laicità dello stato al quale è pacificamente ispirata la Costituzione repubblicana, deve ritenersi essere stato sufficientemente ed adeguatamente garantito attraverso la concreta ed effettiva celebrazione del processo di appello in un’aula priva di crocifisso od altri simboli religiosi».
Il trasferimento del processo in un luogo “neutro”, o come lo definisce l’avvocato Corsetti «un’aula ghetto per non credenti», è stato ritenuto l’unico modo per garantire l’effettività di un diritto. «Pur volendo tutelare il diritto alla libertà di coscienza – prosegue l’avvocato Corsetti – la Corte è incorsa nella violazione del diritto alla non discriminazione essendo inaccettabile che ci possa essere un’aula per i cattolici e un’aula per i non cattolici».

Ma un diritto che cede il posto a un crocifisso, non è forse un diritto fragile?

Giuseppe Ancona

Le suore, la trans, il vescovo e gli immigrati da sfrattare: succede a Lecce

11 settembre 2012

NEWS_63493Quando il 2 gennaio del 2001 morì per un ictus in un letto di ospedale a Lecce, Antonio Lanzalonga, 68 anni, conosciuto da tutti come “la Mara”, la più famosa prostituta transessuale della città, era ricca, anzi ricchissima.
Da anni aveva chiuso i rapporti con tutti i suoi parenti, e infatti in ospedale era sola, senza nessuno che l’assistesse. Ma riceveva continue visite, specie di persone che le chiedevano se quel che si diceva in giro fosse vero, e cioè che avrebbe fatto testamento a favore della Chiesa.
La Mara aveva però deciso di lasciare tutte le sue ricchezze non alla Curia ma al piccolo monastero delle benedettine di Lecce, un convento di suore di clausura, donne molto lontane dalla sua vita precedente, e la cosa non andò giù a molti, compreso il vescovo dell’epoca che sperava fosse l’arcivescovado a beneficiare del lascito.
Per il funerale monsignor Francesco Leone, segretario del vescovo, comunicò ai pochi amici e a un cugino che non sarebbe stato concesso il duomo, per una disposizione del codice di diritto canonico secondo il quale le esequie si sarebbero dovute tenere nella chiesa più vicina al luogo di morte e cioè nella cappella interna all’ospedale, come infatti avvenne.
La Mara aveva invece immaginato un funerale grandioso, nella chiesa principale della sua città.

Il patrimonio accumulato nel corso di quarant’anni di “scandalosa” professione comprendeva circa una ventina di case fatiscenti e pericolanti nel centro storico di Lecce, tra cui due enormi complessi settecenteschi, uno in Corte Gaetano Stella e un altro di due piani in via delle Giravolte.
Alla morte della Mara queste case erano già affittate a immigrati africani, in maggioranza senegalesi, che vivevano in condizioni igienico-sanitarie precarie, spesso senza acqua né luce. Un piccolo pezzo d’Africa al centro della città, con i suoi odori di cucina speziata e suoni di lingue straniere.
La proprietaria però non regalava niente e il fitto che esigeva dai suoi inquilini immigrati era spesso esoso rispetto alla sistemazione che offriva. Insomma, la Mara non era certamente una benefattrice.

Le suore benedettine, una volta divenute proprietarie, dovettero affrontare il problema di ristrutturare l’enorme patrimonio immobiliare che richiedeva interventi radicali di manutenzione per problemi statici e soprattutto come renderlo redditizio. Era prevedibile che delle monache di clausura, dedite alla vita contemplativa e alla produzione di dolci di mandorle, non avrebbero avuto le capacità imprenditoriali per gestire quei beni, ma c’è chi trovò la soluzione al posto loro.
Infatti le suore stipularono con la diocesi di Lecce e la Caritas diocesana un contratto di comodato d’uso di cinquant’anni per gli immobili ubicati in Corte Gaetano Stella, che sono stati totalmente ristrutturati dalla Caritas con un contributo di circa 650 mila euro stanziati dalla Conferenza episcopale italiana, provenienti dai fondi dell’8 per mille.
A ottobre il centro, che si chiamerà “La casa della carità” dovrebbe essere inaugurato alla presenza del cardinal Tarcisio Bertone, segretario di Stato vaticano e comprenderà un centro di ascolto e accoglienza aperto a italiani e stranieri, con una decina di posti letto, ambulatorio, mensa e punto di distribuzione di vestiario o cibo.

Per quel che riguarda invece le case di via delle Giravolte (13 unità abitative poste su due piani e con ingressi autonomi da una corte, per complessivi 49 vani ), se ne riparla oggi perché dopo numerosi rinvii è stato deciso l’ultimo termine agli occupanti per liberare le case, fissato improrogabilmente al 28 settembre dall’ufficiale giudiziario del Tribunale.

E’ dal 2010 che le suore cercano di sfrattare gli inquilini, ma gli abitanti che occupano quelle case anche da venti o trent’anni non saprebbero dove andare né come pagarsi un fitto. E quindi il problema è diventato emergenza sociale, e se ne sta occupando il comune di Lecce oltre che la prefettura, destando anche non pochi malumori e commenti xenofobi nella popolazione, per l’attenzione data al problema abitativo degli stranieri, come se i leccesi se la passassero molto meglio.
Cosa faranno le suore una volta liberate le case di via delle Giravolte o a chi daranno la gestione del patrimonio non lo sa nessuno.
Circola insistentemente la voce che nel testamento la Mara abbia posto come condizione quella di mantenere l’attuale destinazione e di non sfrattare gli immigrati; ma il vicesindaco con delega alle Politiche sociali, Carmen Tessitore, ha smentito affermando che i rapporti della Mara con gli inquilini erano tutt’altro che buoni.

Il sito giornalistico TR News ha però scovato a giugno un annuncio immobiliare su internet che parlava di «complesso immobiliare di pregio storico artistico sito nel cuore del centro storico di Lecce. Ideale location per realizzare struttura ricettiva/albergo diffuso. Prezzo di vendita 1.400.000 euro»; l’annuncio continuava descrivendo l’immobile «in una zona di notevole flusso turistico, generato dalla presenza di diversi complessi architettonici barocchi: Duomo, Chiesa di Sant’Anna ed Ex Conservatorio, Accademia delle Belle Arti, Porta Rudiae», tanto che «l’intero isolato negli ultimi dieci anni ha vissuto una radicale trasformazione dovuta al frenetico passaggio di proprietà degli immobili e al recupero e restauro degli stessi, utilizzati come residenze o B&B».

La madre superiora delle suore, Benedetta Grasso, ha ammesso a Tr News che si trattava proprio delle case della Mara ricevute in eredità. Ma per il momento, e per non creare ulteriore agitazione, l’annuncio di vendita è scomparso.

Forse anche in questo caso, un aiuto (non disinteressato) alle suore benedettine verrà dalla potente organizzazione della curia leccese, che si sta attivando per reperire strutture caritatevoli e di volontariato a Lecce e provincia, convenzionate con il Comune. Entro fine settembre quindi si dovranno sistemare gli ultimi abitanti delle Giravolte sotto sfratto, 17 inquilini “ufficiali” anche se il numero esatto delle persone interessate non si conosce perché in molte case coabitano in condizioni di sovraffollamento parecchi immigrati. Poi si vedrà.
Giuseppe Ancona ( articolo apparso su cronachelaiche.globalist.com )