la prima forma di libertà è quella del pensiero

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preti soli…j’accuse

3 aprile 2015
“La solitudine che il prete vive non ha nulla a che vedere, almeno non in modo determinante, con il fatto che, tornato a casa, non ci sia qualcuno che gli corre incontro o qualcuno con cui parlare o sfogarsi, con cui ridere o piangere…. La solitudine del prete è trovarsi qualche volta nel deserto a parlare ad un mondo che non ti vuole ascoltare, che ti ascolterà un’altra volta perché troppo impegnato a correre dietro a ciò che non salva”.  ( don Luca Peyron).
C’è molto di vero in questa frase, con una precisazione non di poco conto che riteniamo necessaria: quel mondo che si disinteressa a ciò che i preti dicono, è costituito proprio da quegli stessi credenti che affollano messe e processioni, non certo da chi non ha alcuna attrazione verso la religione.
Da un lato si osserva una comunità di fedeli più attenta alle manifestazioni esteriori della fede che non al messaggio, e dall’altro preti V.i.p. di successo, che scambiano la loro missione per una businessmission, ammirati e apprezzati dai fedeli e dai loro superiori per la visibilità politica che acquistano in paese e per l’entità dei fondi che riescono a racimolare a destra e manca.
E poi ci sono i preti di seconda fila, gli umili e semplici, quelli che non riescono a primeggiare né a destreggiarsi, relegati in parrocchie di scarsa importanza quasi fossero sedi punitive dove espiare la colpa della loro fragilità.
L’immagine manzoniana del sentirsi vaso di terracotta tra vasi di ferro, non a caso venne costruita su misura su un prete, don Abbondio, che alla scarsa intraprendenza comunque univa anche una fede ancor più scarsa.
Arcivescovi e superiori che non accudiscono e sostengono i loro sottoposti e anziché reprimere le primedonne in sottana nera le innalzano a cariche e onori sono, unitamente ai fedeli distratti, i veri responsabili della solitudine e della disperazione in cui si relegano i preti soli, quelli fuori dal giro.
Piccoli pastori di anime, ma pur sempre persone che non hanno la forza di portare pesi più grandi di loro.
Giuseppe Ancona

da che pulpito viene la predica… ( Silvius Laicos)

1 maggio 2014

Smaltita la sbornia clericale per la santificazione dei due papi, fomentata per oltre una settimana da stampa e tv, vediamo di tornare alle cose terrene e in particolar modo a quelle di casa nostra.

In occasione della settimana santa e dei suoi riti mi è capitato di ascoltare in una tv locale l’intervista che l’amico Angelo Di Leo ha fatto all’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro. Il nostro giornalista tendeva, con le sue domande, ad attribuire alla curia tarantina a gestione Santoro un supposto ruolo di supplenza nell’interpretare il sentimento di sgomento, rabbia e delusione dei tarantini nei confronti della propria classe dirigente tutta: istituzionale, politica, imprenditoriale, sindacale, per la pesante situazione socio-economica-ambientale in cui versa la città.

L’arcivescovo, guardandolo sornione, ammiccava ed annuiva e sembrava volersi tirare fuori, abilmente, dalle pesantissime e comprovate responsabilità della chiesa tarantina a gestione Mons. Benigno Papa dallo scandalo “Ambiente svenduto”.

Vorrei omaggiare l’amico Di Leo di alcune copie di un piccolo ma significativo libro del Prof. Roberto Nistri dal titolo “L’aspersorio e i poteri forti. La chiesa a Taranto nel ‘900”.

Lì troverà le circostanziate e documentate responsabilità della chiesa tarantina per il suo collateralismo al potere politico ed economico tarantino dall’unità d’Italia ad oggi.
Particolare attenzione viene riservata alla figura e al ruolo svolto dal fu Mons. Motolese nell’insediamento dell’Italsider,nelle speculazioni edilizie e nelle assunzioni degli operai.

A seguire viene analizzata la gestione “inquietante” della curia fatta da Mons. Benigno Luigi Papa. Non una parola sulla famigerata vicenda della “palazzina “laf” anche in occasione della visita allo stabilimento da parte di Giovanni Paolo II°. Non una parola sull’oltraggio all’ambiente e alla salute di Taranto e dei tarantini.

La cronaca degli ultimi anni, poi, si è incaricata di aprire uno squarcio nella rete delle “regalie e favori” che il “buon Archinà” elargiva sotto forma di “laute offerte” alle varie parrocchie della città.

Che gli italiani e i tarantini in particolare abbiano la memoria corta è cosa risaputa. Ma le ferite sono ancora troppo dolenti per stenderci sopra il famoso velo.

“DA QUEL PULPITO NON PUO’ PROVENIRE NESSUNA PREDICA”!

Silvio Bonavoglia ( Silvius Laicos)nistri

furto reliquie di sant’Egidio: un misterioso personaggio le riporta al vescovo

22 marzo 2014

A breve distanza dall’efferato triplice omicidio di stampo mafioso che si è consumato a Taranto, in cui un pregiudicato in libertà vigliata, la sua compagna e il figlio di pochi anni sono stati crivellati di proiettili in auto per strada senza che nessuno abbia visto nulla, un altro episodio, certamente meno grave ma non meno oscuro, si è consumato nella città pugliese. Il furto sacrilego di una teca settecentesca contenente le reliquie di sant’Egidio, sottratta dalla chiesa di san Pasquale, si è risolto in poche ore con la riconsegna dell’oggetto sacro nelle sicure mani dell’arcivescovo Filippo Santoro. A recuperare il maltolto non sono state le forze dell’ordine, ma una persona che ha voluto rimanere anonima, sconosciuta allo stesso prelato, che ha riportato personalmente l’oggetto di culto in curia. Questa la dichiarazione dell’arcivescovo secondo quanto riferisce il quotidiano locale Taranto Buonasera: «Sono da un lato rammaricato di questo atto oltraggioso verso un oggetto di culto, ma altresì commosso per la nobiltà d’animo della persona che ha voluto consegnare le reliquie del santo tarantino». Seguirà messa di riparazione, quel che serve per mettere la parola fine sopra a questa storiaccia, da celebrare domenica prossima nella chiesa di San Pasquale.

Restano però molti interrogativi. Ad esempio chi è lo sconosciuto che ha ottenuto di farsi ricevere personalmente dall’arcivescovo per restituirgli un corpo di reato e grazie a quali frequentazioni si è procurato in così breve tempo (“da terze persone”) una refurtiva così ingombrante. L’ignoto ricettatore avrà avuto dei validi motivi per non rivolgersi alla polizia e presentarsi invece con il voluminoso reperto direttamente in curia, dove sicuramente non ha dovuto fornire generalità né ampie spiegazioni. Quel che appare inaudito è come l’arcivescovo abbia accettato questo “dono” da parte del misterioso devoto, apparentemente senza esitazioni e senza porsi domande; eppure prima ancora che un atto sacrilego, un peccato emendabile con un gesto di ravvedimento e pentimento, c’era un reato e dei colpevoli da individuare e punire, e c’erano le forze di polizia impegnate nelle indagini.

Taranto è una città moralmente ed economicamente in crisi, in preda alla criminalità organizzata e a una classe politica sotto inchiesta per le collusioni con il grande avvelenatore Ilva. Una città nella quale si deve riaffermare il primato della legalità e della moralità nella vita civile. Ma per fare questo occorrono comportamenti pubblici che siano di esempio, da parte delle Istituzioni ma anche da parte degli uomini di Chiesa che tuttora godono di ampio credito. Per recuperare una reliquia rubata un vescovo non può mostrare approvazione e riconoscenza verso misteriosi personaggi che per devozione, ma senza metterci la faccia, si offrono come riparatori dei torti al posto dello Stato.

Stridono, a tal proposito, le parole pronunciate giusto ieri dal papa in occasione della XIX Giornata in ricordo delle vittime di mafia: «Il potere, il denaro che voi avete adesso da tanti affari sporchi, da tanti crimini, denaro insanguinato e potere insanguinato, non potrai portarlo all’altra vita. Convertitevi, c’è ancora tempo per non finire nell’inferno, quello che vi aspetta se continuate su questa strada». C’è poco da convertirsi, la criminalità organizzata mostra da sempre enorme devozione e rispetto verso la Chiesa, come dimostra (tra i tanti altri) l’episodio avvenuto in Puglia. Forse Bergoglio, invece di rivolgersi ai mafiosi – sempre in prima fila nelle messe domenicali e pronti a difendere il culto e gli oggetti di cui si serve – farebbe bene a chiedere ai suoi di prendere le distanze per primi da una devozione macchiata di crimine, come quella che ha fatto ricomparire magicamente, per miracolo della fede, la sacra reliquia al suo posto nella chiesa tarantina.

(Giuseppe Ancona) ( articolo apparso su www.cronachelaiche.it)

Eros Lab, festival dell’eros sbarca a Taranto con l’Hermes Academy

24 ottobre 2013

Sabato 26 Ottobre, l’Associazione Culturale Hermes AcademyOnlus inaugura la seconda tappa della collettiva di arti visive “L’Anima e la Carne”, nell’ambito della seconda edizione di Eros Lab, festival dell’eros ideato da Giuliano Doro.

“La differenza tra erotismo e pornografia è la differenza tra il sesso celebrativo e quello masturbatorio” Herbert Marcuse

Partendo da Piazza Fontana alle ore 17.00, con un laboratorio itinerante di teatro/danza tra i vicoli del Borgo Antico, a cura degli Artisti di Strambopoli e de Il Circo della Magna Grecia, si giungerà alle ore 18.00 c/o la Chiesa sconsacrata della Madonna della Scala, in Via Duomo #178, dove artisti visivi, poeti, attori & danzatori, lungo il dedalo dei 7 vizi capitali, raccontano il binomio Eros & Thanatos.

A seguire, la cerimonia di premiazione della seconda edizione del Concorso Internazionale di Arti Sceniche, Visive e Letterarie “Lo Sguardo di Eros”. Nella rosa dei vincitori: Miriam Bella, Sarah Genga (Sezione Arti Sceniche), Rosa Colacoci, Alessandra Coletta, Gabriella Rodia, Tiziana Ruggiero (Sezione Arti Visive), Alessandro Cuppini, Vittorio Fioravanti Grasso, Tecla Pasqualini, Elisabetta Tegas (Sezione Arti Letterarie).Logo Hermes Academy

Valdesi: quegli eretici cugini di san Francesco

24 maggio 2013
ottovaldesePastore Winfrid Pfannkuche, quanti fedeli conta la Chiesa Valdese di Taranto, e da quanti anni esiste?
«La chiesa fu fondata nel 1894. Un soldato della Marina proveniente dalle valli valdesi in Piemonte si portava in tasca una Bibbia. Leggendo la Bibbia è difficile rimanere soli… Oggi, dopo le forti ma continue emigrazioni verso nord, siamo comunque ancora una buona cinquantina».
È iniziata la campagna pubblicitaria per ottenere la sottoscrizione dell’otto per mille sulla dichiarazione dei redditi; quante sottoscrizioni vengono destinate all’Unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia?
«Più di quante meriteremmo. Siamo 20.000 membri di chiesa. Tolti quelli che non possono dichiarare redditi arriveremmo forse 15.000 firme di casa propria. Se non vado errato, lo scorso anno le firme hanno superato la soglia di 400.000. Comunque da alcuni anni è in costante crescita. Gli italiani ci  vogliono un po’ bene e ci danno la fiducia».
Come vengono utilizzati i fondi raccolti?
«La metà va nel cosi (mal)detto “terzo mondo”. L’altra metà viene utilizzata per progetti in Italia. Quest’anno godono di priorità tutti i progetti che combattono il femminicidio e promuovono la cultura della parità di genere. E sempre vale: non un euro per le spese di culto, ma soltanto progetti sociali e culturali. Pazienza per noi pastori. Ma è più corretto così».
La chiesa Valdese è impegnata nella campagna per il testamento Biologico insieme ad associazioni come la Luca Coscioni e Insieme per Eluana.  Cosa pensa della libertà di scelta in caso di cure inutili e dell’alimentazione e idratazione forzate?
«Siamo impegnati insieme pur partendo da posizioni molto diverse. Noi non crediamo nel libero arbitrio né nell’autodeterminazione dell’uomo. Fin dalla nascita siamo piuttosto molto condizionati. Determinati da Dio. Ma quel Dio è il Dio del patto e della libertà, colui che ci vuole liberi partner in dialogo con lui. Per quanto riguarda cure “inutili” e “forzate” la domanda precede già la mia risposta. Se vogliamo addentrarci ancor più nelle questioni etiche estreme, come approccio basilare al tema, direi parafrasando Bonhoeffer: se stacco la spina sono colpevole, se non stacco la spina sono altrettanto colpevole. Ergo: sono colpevole davanti a Dio, al quale devo rispondere assumendomi la responsabilità della mia scelta. Nel campo etico risposte assolute sono da evitare. Le nostre scelte restino relative. In senso del termine relativo: in relazione con gli altri e – per me credente – con Cristo. Che faresti tu, se fossi in me – e io che farei, se fossi in te?».
Qual è la vostra posizione sulle unioni omosessuali?
«Nella nostra recente decisione di benedire coppie dello stesso sesso le chiamiamo un “rapporto interpersonale ed affettivo del tutto analogo ed equivalente a quello della coppia eterosessuale”. Condividiamo l’autorevole voce dell’OMS che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana”. Mentre leggiamo la Bibbia non in senso letteralistico, bensì storico-critico. Certo, anche per noi la Bibbia è ispirata Parola di Dio. Ma appunto: com’è fatto quello Spirito di Dio? E’ uno spirito giudicante o uno Spirito di apertura e di compassione? La Bibbia – si potrebbe dire – ha un cuore, quale Gesù Cristo. Non lo dimentichiamo quando una coppia omoaffettiva, convinta di aver ricevuto l’amore come un dono e come un progetto di vita dalle mani del Dio d’amore, chiede di essere benedetta.
La nostra posizione è dunque solidale e di protesta contro una società e una legislazione che continua a negare alle coppie omosessuali il diritto all’unione civile».
Secondo Lei, perché i vertici della chiesa cattolica sono invece arroccati su posizioni opposte e distanti dal modo comune di sentire delle persone rispetto ad entrambi questi temi?
«Bisognerebbe chiedere a loro. Comunque la chiesa romana tende ad assolutizzare, a sacralizzare posizioni etiche. I cosiddetti “valori non negoziabili”, quali la “sacralità” della vita e della famiglia. E’ paradossale: nella “sacrosanta” battaglia per la sacralità della vita, si va a finire nel promuovere una vera e propria cultura della morte. E la cosiddetta “difesa” della sacra famiglia si rivela un efficace antidoto contro una buona politica familiare.
Biblicamente parlando, la sacralizzazione sfocia spesso in idolatria. Desacralizzare, secolarizzare, si potrebbe anche dire: umanizzare rimane un importante impegno dei credenti. In fondo, Dio stesso l’ha praticato in Cristo».
Quali analogie esistono tra san Francesco e il quasi contemporaneo Valdo di Lione, tradizionalmente considerato il fondatore della chiesa valdese?
«Hanno ascoltato la stessa parola di Gesù rivolta al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutto ciò che hai e poi vieni e seguimi”. E l’hanno cercato di fare. Hanno detto: non basta che ci sia un vescovo, fra l’altro di costumi e ricchezze ambigue, a garantire la successione di Gesù oggi. Io devo rispondere e conformare la mia vita a Gesù in prima persona. Valdo l’ha cercato di fare una generazione prima di Francesco. Entrambi sono stati fatti fuori: il primo dichiarandolo eretico, il secondo facendone il santo dei santi e patrono d’Italia. I seguaci di Francesco si ritrovarono in seguito a presiedere nei tribunali contro i “poveri di Cristo”».
L’attuale capo della Chiesa cattolica, Jorge Bergoglio è il primo papa appartenente all’ordine dei minori francescani e ha assunto il nome di Francesco come il poverello d’Assisi; Lei ritiene che questo Papa migliorerà i rapporti con la chiesa di Roma?
«Non lo so. Non so se i rapporti fra protestanti e cattolici migliorino con un papa “buono”. Probabilmente sono più buoni con un papa “cattivo”. Perché la garanzia di rapporti difficili resta comunque l’esistenza del papato stesso: per gli uni garanzia dell’unità, per gli altri garanzia della divisione. Il vescovo di Roma è francescano, ma anche gesuita. Studiando a Roma frequentavo sia francescani che gesuiti. La mia impressione – un po’ generalizzata e perciò errata – era che, mentre i francescani sono inizialmente molto aperti e alla fine irremovibili, i gesuiti appaiono talvolta difficili e scontrosi, ma in seguito sono capaci anche a delle aperture. Ma tutto ciò non sono che impressioni e suggestioni. I rapporti – se qualcuno prende ancora sul serio questa nobile espressione – miglioreranno dal momento che la chiesa di Roma riconosca le altre chiese protestanti ed ortodosse in quanto tali, direi “del tutto analoghe ed equivalenti” a se stessa. Allora ci si mette attorno a un tavolo alla pari e si può parlare di rapporti veri. Finché uno ritiene di dover stare in alto e al centro, i rapporti sono difficili. E i gesti di un papa “buono” non servono finché la sua posizione reale, al di là di quella teatrale, non cambi».
(Giuseppe Ancona . Extramagazine del 24.05.2013)

Vita sì, non accanimento: le ragioni dell’eutanasia legale (di Annarita Digiorgio)

10 maggio 2013
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eutanasia : Una proposta di legge vorrebbe rendere lecita la possibilità di poter morire in pace, rinnegando la clandestinità che nel nostro Paese accompagna questa pratica, esattamente come fu per l’aborto. Il vizio privato e pubbliche virtù, il “si fa ma non si dice” ne aumenta i rischi, la difficoltà e il classismo
Il 15 marzo scorso l’associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica ha depositato in Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare per “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”.
Attualmente l’eutanasia attiva costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del codice penale.  Al contrario la sospensione delle cure (cosiddetta “eutanasia passiva”) rappresenta un diritto inviolabile per l’articolo 32 della Costituzione in base al quale: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Principio affermato, tra l’altro, dalla sentenza con la quale il Tribunale di Roma ha prosciolto Mario Riccio, il medico che ha praticato la sedazione terminale a Piergiorgio Welby, la cui battaglia radicale ha incarnato la semplice applicazione del diritto di ogni malato a non essere sottoposto a terapie mediche contro la propria volontà. La stessa di Eluana Englaro. Suo padre, Beppino, come altri prima e dopo, avrebbe molto più facilmente potuto risolvere il caso di Eluana, attaccata ai tubi inerte per diciassette anni, grazie alla complicità di un medico misericordioso che avrebbe potuto fermare nella clandestinità la pompa che le dava respiro. E invece ha preferito non solo rimanere nella legalità, ma far sì che questa venisse rispettata anche da Stato e istituzioni, pretendendo da esse il consenso alla sua scelta proprio in virtù di quell’articolo 32 della Costituzione. Rifiutando persino di pubblicare una foto degli ultimi istanti di Eluana, la cui immagine in quelle condizioni avrebbe più facilmente potuto toccare quella parte di opinione politica contraria, Englaro ha preferito correre il rischio della legalità. Ha voluto agire per vie legali presentando ricorsi che potevano anche trasformarsi in un boomerang. Ma in quel momento Englaro non voleva a tutti i costi “salvare” la sua scelta, ma esserne risconosciuto il diritto. Sancirlo, fissarlo anche per gli altri, dopo Eluana. Uscendo dalla clandestinità. La straordinarierà di Beppino Englaro, così come la forza di Luca Coscioni e Piergiorgio Welby, è quella di aver agito nel diritto e per il diritto. “Se fossi svizzero, belga o olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio estremo ma sono italiano e qui non c’è pietà” scriveva Welby nella sua lettera in punto di morte a Napolitano.
Infatti chi può (in Italia 30 all’anno) va all’estero per ricevere l’eutanasia, dove è legale. Ultima destinazione Basilea. In questi casi, come per la fecondazione assistita o i matrimoni omosex all’estero, diventa un diritto di censo, feudale. Può farlo solo chi può permetterselo. Perchè costa molto, ed è complicato. E così non solo non siamo tutti uguali di fronte alla legge, ma neppure di fronte alla morte. Gli altri, quelli che non hanno i soldi, le conoscenze, o sono intrasportabili, si procurano la morte da soli. Come Monicelli. Buttandosi dal balcone.
“E’ diritto dell’uomo chiedere la morte, se è stato colpito da una malattia inguaribile e irreversibile? La risposta non può essere che affermativa, perché la vita è un diritto, e non un dovere. Scegliere la morte per evitare sofferenze intollerabili fa parte dei diritti inalienabili della persona, e non si può affermare che la vita è un bene non disponibile da parte dell’individuo senza negare il concetto stesso di libertà, sottoponendolo a categorie morali che non possono che essere collettive, e che quindi, di fatto, cancellano l’individuo e negano la sua libera autodeterminazione” scrive Umberto Veronesi nel suo libro “Il diritto di non soffrire. Cure palliative, testamento biologico, eutanasia”.
Le motivazioni che inducono a rifiutare la libertà di scelta in tema di fine vita sono sostanzialmente religiose.
Per un buon credente la vita è un dono indisponibile, a cui non possa rinunciarvi in nessun caso, neppure se ciò comporti sofferenze indicibili. Egli dunque non ricorrerà all’eutanasia
e non accetterà di sospendere trattamenti di sostegno vitale o terapia nutrizionale, neppure quando essi siano palesemente inutili e forzati.
Ciò costituisce il contenuto di una libertà religiosa che nessuno, all’interno della nostra cultura, intende mettere in discussione.
Ma come in altre simili occasioni, il problema non è riconoscere questo diritto, che è gia sancito, quanto stabilire invece se ciò debba essere una scelta del credente o debba essere imposto a tutti dalla legge.
Perchè i credenti, invece, hanno sempre il libero arbitrio. Dai sondaggi sappiamo che la maggior parte dei cattolici è favorevole all’eutanasia. Esattamente come fanno per l’aborto, il divorzio, il sesso extramatrimoniale: col libero arbitrio accantonano le regole che gli impone il loro credo, salvo poi volerle imporre, per legge, a tutto il resto della popolazione.
Annarita Digiorgio (articolo apparso su Extramagazine 10 maggio 2013)

Taranto, la Chiesa e la Città nel Novecento-Scorpione editrice

12 febbraio 2013

venerdì 15 febbraio h.19.00 a Taranto

Palazzo di Città,  presentazione del

libro

Taranto, la Chiesa e la Città nel

Novecento

Roberto Nistri e Piero MassafraInvito 2

discuteranno con l’autore

Vittorio De Marco

sulla presenza dei cattolici

(e non solo ) nella Taranto del

Novecento.

Statte: GOD’S party= la discoteca di Gesù

23 luglio 2012

statteLa disco music in cui si prega Gesù è approdata tra i giovani di Taranto, a Statte, con l’apprezzamento del nuovo Arcivescovo Filippo Santoro che l’aveva già vissuta durante gli anni trascorsi in Brasile.

Da una decina di anni spopolano a Rio de Janeiro in Brasile serate in discoteca organizzate da tale padre Joseph Anthony, meglio conosciuto come Padre “DJ” Zeton. Le “Cristoteche”, come vengono chiamate, servono ad attirare i giovani alla fede cattolica, attraverso musica house, hip hop, techno, gospel remixato, assicurano a tutti un divertimento “puro”, approvato anche dalle gerarchie ecclesiastiche. Una volta dentro una di queste serate a tema, l’unica cosa che lascia capire dove siamo sono le parole del vangelo che scorrono sul maxischermo, intervallate da raffigurazioni in stile new age di gesù e madonne tra cime innevate, fonti perenni e prati fioriti, ma per il resto c’è quasi tutto quel che ci si aspetta da una discoteca: ragazzi e ragazze che sembrano divertirsi mentre saltano e ballano, luci stroboscopiche e raggi laser, effetti speciali e decibel a tutta forza. I brani più gettonati appartengono al genere Christian trance, o Gospel remix. Anche il salmo 23, quello di Davide che inizia Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposar, è stato messo in versione techno e uno dei gruppi più in voga, i Ziggybeats ne hanno fatto un clip di successo, reperibile su You Tube. Sicuramente più orecchiabile adesso della nenia da chiesa.

Del resto che le canzoncine da oratorio fossero datate e poco attraenti lo dicevano in molti da tempo, tra cui lo stesso Benedetto XVI. Il papa però intendeva migliorare la qualità musicale ricorrendo a qualcosa di più ricercato, come la musica gregoriana, o comunque restando sempre nei canoni della musica sacra e non pensava certamente alla Disco. Ma tant’è. Funziona meglio così.

Visto il successo e considerato che anche i genitori sono tranquilli se i bollenti spiriti dei loro figli adolescenti trovano sfogo in ambienti “sani”, ora anche in Italia abbiamo le serate: “GOD’s party – divertimento allo stato “puro”- perché Dio fa festa per 1 solo peccatore convertito più che per 99 giusti “! questo il motto. Special Guest: Jesus,  in discoteca. Banditi alcolici, droghe, sigarette e abiti discinti. Il prossimo appuntamento è per il 14 agosto sulla spiaggia siciliana di Marsala, al Tiburon beach e tra gli organizzatori troviamo la Fraternità Missionaria Giovanni Paolo II oltre a chi di musiche che portano all’estasi se ne intende, quelli di Rinnovamento nello spirito santo. «Molti pensano che ballare sia solo un modo per arrivare a fare sesso – racconta “dj Zeton”, il prete alla consolle in un articolo apparso sul L’Espresso – ma io credo che se i messaggi nei testi delle canzoni e l’ambiente fanno capire ai ragazzi che quello è solo un momento per divertirsi, ballare può diventare soltanto un modo per entrare in armonia col proprio corpo. Non bisogna per forza vedere sessualità ovunque». Una precisazione, quest’ultima non richiesta, ma evidentemente il prete si sentiva in obbligo di precisare che non c’è trippa per gatti. Compresi i gatti in tonaca. 

 (Illuminato dal Signore-Giuseppe Ancona)

Ciao Salvatore De Rosa

14 aprile 2012

salvatore_de_rosaSalvatore De Rosa, Psicologo, ateo, militante comunista è venuto a mancare prematuramente, all’età di 57 anni.
Adesso si è ricongiunto al mondo e all’universo sotto forma di materia, come tutti noi siamo.
La materia e la chimica: l’origine della vita.
La ragione : la caratteristica della razza Homo Sapiens Sapiens.
La libertà di pensiero: la caratteristica degli uomini liberi.
Senza intermediari.

Nonostante le sue manifeste e dichiarate volontà, non ha potuto avvalersi di un rito funebre tutto laico.
Nella città di Taranto manca del tutto una “Sala del Commiato” da destinare a tutti coloro che rifiutano il rito religioso. Il Circolo UAAR di Taranto rivolgendosi a tutti i Candidati-Sindaco della città chiede l’impegno a realizzare tale progetto durante la prossima amministrazione-

Il circolo Uaar -Unione degli atei e degli agnostici razionalisti di Taranto-

presentazione di I Laic un anno di cronache laiche a Taranto: circolo C.l.a.m. international

18 marzo 2012

nell’ambito dell’ iniziativa “Libreria condivisa” sabato 24 marzo h. 17.30 presso la sede del circolo C.L.A.M. international in Taranto alla via Pisanelli 9, presentazione del libro “I Laic un anno di cronache laiche“. Editore Tempesta, Roma. Saranno presenti Giuseppe Ancona e Bruno Vergani. i laic