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Rimborsi illimitati agli ospedali ecclesiastici: il Tar puglia dice no

3 marzo 2012

ospedale3-300x199La regione Puglia non dovrà retribuire le prestazioni sanitarie erogate da ospedali e case di cura ecclesiastici né risanarne il deficit con soldi pubblici, se i rimborsi eccedono le assegnazioni finanziare originariamente disposte dalla programmazione regionale.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione di Bari, ha così deciso con le sentenze n.453 e n.454/2012 del 29 febbraio a seguito di una richiesta di circa una decina milioni di euro da parte della Azienda sanitaria Pia fondazione di culto e religione “Card. G. Panìco” di Tricase: l’ospedale aveva impugnato alcune determine della regione Puglia che riconoscevano solo una parte delle prestazioni erogate, entro i limiti di spesa preventivati e non un euro in più.

Una decisione questa che farà discutere, destinata ad avere inevitabilmente un approdo in Consiglio di Stato e che ribalta altri orientamenti di segno opposto dello stesso Tar pugliese. Gli ospedali ecclesiastici, in quanto appunto privati, non sono dunque equiparabili a quelli pubblici e non entrano a far parte del Servizio Sanitario Nazionale: questo in sintesi il ragionamento seguito dalla II sezione del Tar pugliese.

Si riafferma che gli ospedali di proprietà di fondazioni, confraternite, enti ecclesiastici tra cui l’ospedale Panìco di Tricase, sono per l’appunto soggetti privati: prova di ciò viene dal fatto che sono svincolati da ogni controllo pubblico nell’organizzazione, negli acquisti di macchinari e beni, nel decidere il tipo di prestazioni da erogare e infine nell’affrontare materie come interruzione volontaria di gravidanza, contraccezione, obiezione di coscienza.
I giudici amministrativi di Bari richiamano quindi il principio affermato all’articolo 32 della Costituzione secondo cui la tutela della salute dei cittadini è fondamentale compito e funzione dello Stato e delle Regioni e si realizza attenendosi ai tetti di spesa programmati per legge.
Sembra così allontanarsi dalla Puglia il modello lombardo di Roberto Formigoni, nella cui regione, invece, l’erogazione diretta di prestazioni sanitarie da parte delle Aziende pubbliche è marginale mentre i grandi gruppi economici come la Cir di De Benedetti e il gruppo Rotelli (ora anche proprietaria del San Raffaele) detengono il monopolio della salute sempre con spese a totale carico della Regione Lombardia.

Secondo quanto affermato nella decisione, in circostanze particolari le strutture private potranno concordare con la Asl il rimborso di ulteriori prestazioni da porre a carico del Servizio Sanitario Nazionale, derogandosi ai limiti derivanti dalla programmazione nazionale e regionale (cosa che è già successa con l’istituto di San Giovanni Rotondo “Casa sollievo della sofferenza” ).
Si attende di vedere cosa accadrà per gli altri ricorsi ancora pendenti e provvisoriamente decisi in senso opposto e se la recente decisione verrà o meno confermata in Consiglio di Stato: le somme in gioco nella vertenza nella regione amministrata da Nichi Vendola variano, a seconda delle stime, dai 400 ai 500 milioni di euro e riguardano gli anni passati. Infatti anche l’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” della città di padre Pio e il Miulli di Acquaviva (entrambi di proprietà ecclesiastica) reclamano fondi extra tetto per ripianare i propri deficit, chiedendo di essere in tutto ”equiparati” agli ospedali pubblici e quindi anche nella situazione in cui non riescano a pareggiare i propri bilanci. Non se la passa meglio la Regione Lazio con un contenzioso di circa 600 milioni di euro con il policlinico Gemelli e le ipotesi ventilate di riduzione di posti letto.

E’ di pochi mesi fa la vicenda del presidente pugliese Nichi Vendola che sosteneva (ed era sul punto di concludere) l’accordo con lo scomparso don Verzè e la sua Fondazione San Raffaele che avrebbe privatizzato l’intera sanità a Taranto, altro capoluogo di provincia pugliese, creando un polo d’eccellenza a discapito degli ospedali pubblici esistenti in città. Ma l’operazione non andò in porto perchè ci furono dei giudici, precisamente quelli della sezione fallimentare di Milano, che ebbero qualcosa da dire sulla solidità e trasparenza del colosso, poi rivelatosi dai piedi d’argilla.
(G.Ancona www.cronachelaiche.it)

Presentazioni “I Laic, un anno di Cronache Laiche” dove acquistarlo

21 febbraio 2012

In questa pagina troverai le indicazioni per partecipare alle presentazioni di I Laic, un anno di Cronache Laiche, la raccolta dei nostri migliori articoli che raccontano l’anno appena passato senza indulgenza per nessuno. Per non dimenticare i migliori scandali che il Vaticano ci ha regalato, le notti magiche dell’ex premier e la sua corte dei miracoli, il resoconto delle battaglie vinte, perse o che stiamo ancora combattendo nella grande guerra contro la discriminazione razziale, religiosa e di genere.
Sabato 25 febbraio 2012
Terni
Libreria Feltrinelli
Via Cesare Battisti, 9

Giovedì 15 marzo 2012
Roma
Libreria Rinascita
Viale Agosta, 36

I Laic.Un anno di Cronache Laiche si può acquistare online dal sito www.cronachelaiche.it oppure dall’editore www.tempestaeditore.it.

i laic

Disponibile presso le librerie FELTRINELLI -Roma Marconi, GILGAMESH Taranto e TABERNA LIBRARIA Martina Franca

Con 6 Miliardi l’anno l’Italia farebbe miracoli.

18 febbraio 2012

imagesCABXO4PXCOMUNICATO STAMPA
Così recita il manifesto dell’UAAR (Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) affisso a Taranto in occasione della proposta del governo Monti di far pagare l’IMU al Vaticano, l’imposta sugli immobili con attività commerciali.

La decisione politica giunge a seguito della campagna di sensibilizzazione sostenuta da associazioni laiche, come l’UAAR, che ha permesso finalmente di intaccare un privilegio giuridico di cui gode la Chiesa in Italia.

Giudicata dalla Commissione Europea “un progresso sensibile” permetterà di chiudere la procedura di infrazione, aperta nel 2010 per violazione della concorrenza ed illegittimo aiuto dello Stato Italiano alla Chiesa di Roma. 100.000 gli immobili, valutati 171 miliardi, di cui 9.000 strutture scolastiche,5.000 sanitarie, 26.000 ecclesiastiche dovrebbero garantire un bel gettito per i comuni.

Secondo una stima dell’Ares, Associazione Ricerca e Sviluppo
Sociale, l’introito raggiungerebbe la ragguardevole cifra di 2,2 Miliardi di euro, mentre per “ L’ Avvenire”, il giornale della CEI, si aggira appena sui 100 milioni.

Ancora oggi mantenere la Chiesa Cattolica costa allo Stato 6 Miliardi di euro ogni anno.

Un prezzo che pagano credenti e non credenti.

Una cifra che si potrebbe invece destinare a ricerca, istruzione, risanamento del territorio.
il circolo Uaar di Taranto (taranto@uaar.it)

Russi ortodossi a Bari: pregate e pagate

26 gennaio 2012

emilianoUna grande amicizia in nome di san Nicola quella tra i baresi e il popolo russo, cominciata con un macabro trafugamento di ossa che avrebbe fatto della città pugliese la capitale della venerazione del santo da parte di cattolici e ortodossi. Correva l’anno del Signore 1087 allorché 62 intrepidi marinai di Bari riuscirono a raggiungere con tre navi Myra (Anatolia), terra allora sotto gli infedeli, per impossessarsi dei resti umani del vescovo. Nell’impresa batterono sul tempo i rivali veneziani che, sbarcati solo dopo 13 anni, raccolsero quei pochi frammenti rimasti, sufficienti appena a inventarsi la venerazione di un meno noto san Nicolò sulla laguna.

Negli ultimi dieci anni la presenza di russi e ortodossi che raggiungono il capoluogo pugliese e la Basilica di San Nicola è cresciuta in maniera evidente: in breve si è passati da pochi e timidi pellegrini, folcloristici con le loro litanie e funzioni interminabili, a presenze quotidiane di grossi gruppi che arrivano in aereo o in nave da crociera e sono ormai diventati i veri e indisturbati proprietari della cripta del santo. Ma la presenza di pellegrini non è limitata alla sola chiesa della città vecchia: terminate le funzioni anche le boutique e gioiellerie più esclusive della centralissima via Sparano ringraziano calorosamente il santo per la valuta pregiata che, grazie a lui, arriva nelle loro casse.

Dei turisti provenienti da fuori dell’Unione europea che vengono in Italia a spendere i propri soldi facendo shopping i Russi sono al primo posto con l’86% di quota di mercato. In Puglia ne sono arrivati circa 15mila nel 2011 e il numero dovrebbe salire anche grazie all’abbandono di mete culturali come l’Egitto o di altri paesi del mediterraneo attualmente poco tranquille.
Oltre allo shopping c’è chi scommette che dopo gli inglesi , i prossimi (facoltosi) stranieri disposti ad acquistare un trullo in valle d’Itria o una masseria del Settecento nel Salento, verranno dalla terra di Putin e Medvedev. L’economia russa (in realtà anche quella criminale) è in crescita: non esiste settore mondiale nel quale non ci siano investimenti dei nuovi straricchi dell’Est. L’idea a dire il vero non è originalissima: con l’esempio padre Pio in casa, anche altri amministrazioni pubbliche pugliesi, come la Regione guidata dal devotissimo Nichi Vendola, da tempo inseriscono nei cataloghi promozionali dei competenti assessorati al turismo percorsi spirituali, feste patronali, luoghi di santi e di miracoli e feste di patroni. Ma la cosa con i russi si fa più interessante: altro che i pullman parrocchiali per san Giovanni Rotondo, con i pellegrini con il pranzo a sacco portato da casa che alla città del santo con le stimmate lasciano solo gli spiccioli per il souvenir-statuetta-made-in china di san Pio e un caffè. Perché non cavalcare la fede vera, quella accompagnata da carte di credito Visa e dare inizio, ad esempio, alla sempre annunciata dismissione dei beni demaniali, se la cosa può essere un ottimo investimento?

È quello che deve essersi chiesto il sindaco di Bari Michele Emiliano, che il 23 gennaio ha formalmente e definitivamente regalato la chiesa russa ortodossa risalente al 1913 e situata nella centralissima via Benedetto Croce, quartiere Carrassi, di proprietà comunale, al patriarca ortodosso di Mosca. In realtà l’ex magistrato antimafia, ora primo cittadino, si è fatto prendere un po’ la mano, lanciandosi nella autocandidatura della propria città a sede di un concilio ecumenico o di riappacificazione tra cattolici e ortodossi. Il papa e il patriarca di Mosca davanti a un piatto di riso, patate e cozze annaffiato da Nero di Troia doc: che colpaccio! I diretti interessati per il momento non dicono nulla. L’industria dei pellegrinaggi attende sviluppi. Vuoi vedere che alla fine san Nicola sarà davvero un Santa Claus per l’economia pugliese?
Giuseppe Ancona (www.cronachelaiche.it)

Madonna di Lourdes a Martina Franca: buona processione a tutti

20 dicembre 2011

lourdesChi non vuole bene alla mamma e quindi alla madonna , in tutti i suoi appellativi? Praticanti, farisei, cattolici solo all’anagrafe, comunisti e bestemmiatori sembrano tutti accomunati da questa italica devozione verso la più pura delle donne. Anzi, per essere precisi, l’unica donna pura in questo mondo di peccatrici e peccatori. Per la chiesa, più le prime ( le peccatrici) che i secondi (i peccatori)
La prova di questo trasversale sentimento popolare si è avuta con la manifestazione degli indignati del 15 ottobre a Roma, quando i telegiornali hanno più volte trasmesso la scena di un manifestante, un black bloc o forse solo un esagitato, che frantumava una statuetta di gesso della madonna scaraventandola per terra. Pare che il manifestante abbia anche rischiato di prenderle seriamente dai suoi stessi compagni di devastazioni. Passi per i milioni di euro di danni, ma la madonna no! Quella non si tocca!
Ora con tutte le fanfare del caso e le autorità schierate arriva a Martina un’altra statuetta, simile a tante e anch’essa in gesso, copia di quella madonna di Lourdes dell’immacolata concezione che in terra francese attira ogni anno milioni di pellegrini e ammalati.
Ogni persona che soffre o è angosciata merita rispetto e solidarietà, senza dubbio.
E quindi auguriamo a chi sarà presente all’evento per pregare e cercare una risposta o un segno, di trovare quello che cerca. O di pensare di aver trovato quel che cerca , che è la stessa cosa.
Allo stesso modo occorre rispettare chi vuole essere libero di sottrarsi a questi riti collettivi.
Ben venga la madonna, quindi, e buona processione a tutti.
Purché si abbia, ora e in altre occasioni, il pudore di non urlare le proprie preghiere e di non brandire le statue come vessilli per ottenere un facile seguito e acquisire notorietà o ribalte mediatiche.
Qualcuno che alla madonna era molto vicino pare che abbia detto qualcosa del tipo: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini… Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto” ( Matteo 5,6).
Sarebbe un grande successo, anzi un vero miracolo, se la madonna portasse a Martina un po’ di fede matura, una generazione di credenti laici, ricacciando indietro nei secoli passati le troppe ostentazioni pagane.
( da extramagazine del 16 novembre 2011)
Giuseppe Ancona

In uscita il libro I LAIC un anno di cronache laiche

10 dicembre 2011

i laicÈ in arrivo I LAIC – Un anno di Cronache Laiche (prefazione di Carlo Flamigni, ed. Tempesta): la raccolta dei nostri migliori articoli che raccontano l’anno appena passato senza indulgenza per nessuno.
Quattrocento pagine brossurate per non dimenticare i migliori scandali che il Vaticano ci ha regalato, le notti magiche dell’ex premier e la sua corte dei miracoli, il resoconto delle battaglie vinte, perse o che stiamo ancora combattendo nella grande guerra contro la discriminazione razziale, religiosa e di genere; e tanta satira con le vignette di Arnald e le riflessioni “su una riga sola” di Fabio Buffa.

Prenota la tua DISSACRANTE COPIA entro il 6 gennaio per riceverla, fresca di stampa direttamente a casa tua entro il 31 gennaio, a 14 EURO INVECE DI 19.
info su www.cronachelaiche.it

Scuola Pubblica nell’otto per mille:svolta storica o fuoco di paglia?

1 ottobre 2011

La notizia che arriva dalla Camera dei deputati è di quelle che lasciano sperare. Forse la fonte di maggior reddito per la Chiesa cattolica, il famigerato meccanismo dell’otto per mille che le consente, con i soldi dei contribuenti, di dare sostentamento al clero, curare l’edilizia di culto ed evangelizzare il popolo italiano, è da mettere in soffitta.

Da tempo in molti, laici, atei e alcuni cattolici si battono per la modifica della legge sulla ripartizione dell’otto per mille del gettito Irpef, evidenziando l’ingiustizia di un meccanismo a dir poco diabolico grazie al quale la Chiesa cattolica, e per essa la Cei, pur essendo destinataria solo del 34,57% delle scelte effettive dei contribuenti in suo favore, riceve l’87.25% dell’intera quota dell’otto per mille (dati delle dichiarazioni dei redditi 2001). Questo avviene perché nello stabilire le percentuali di ripartizione, gli astenuti non vengono presi in considerazione (nel 2001 sono stati il 60,38%) e la torta viene ripartita secondo le percentuali raggiunte tra quelli che hanno votato. E su un 39,62% di votanti, la Chiesa con il suo 34,57% di preferenze rappresenta appunto l’87,25% del totale (seppur relativo) e si aggiudica analoga porzione del gettito, per una somma che si aggira attorno al miliardo di euro ogni anno. Le quote restanti quindi sono assegnate per un 10,28% allo Stato e per un 2,47% alle altre cinque confessioni religiose che hanno stipulato una intesa con lo Stato recepita dal Parlamento.

La modifica o addirittura abrogazione della legge sull’otto per mille appare una impresa talmente ardua da far tremare le vene ai polsi, anche per una presunta copertura concordataria garantita alla legge n.222 del 1985 dall’accordo Casaroli-Craxi, che la renderebbe immune sia ad attacchi referendari sia a modifiche non preventivamente concordate con la Santa Sede; e infatti ultimamente, a parte i Radicali e la nuova formazione Democrazia Atea, pochi anche tra le associazioni di atei ed agnostici mettono nei propri programmi l’attacco alla legge e all’accordo da cui deriva.

Succede ora che dietro iniziativa di un manipolo di deputati, primo firmatario Antonio Russo del Pd, è stato presentato un ordine del giorno al governo che, messo in votazione dopo la non accettazione da parte dell’esecutivo, è alla fine stato approvato con 247 sì e 223 no. Con 23 voti di scarto, quindi la Camera «impegna il Governo a modificare la L.20.05.1988 n.222 sull’otto per mille al fine di consentire ai cittadini di indicare esplicitamente la scuola pubblica come destinataria di una quota fiscale dell’8 per mille da utilizzare d’intesa con enti locali per la sicurezza e l’adeguamento funzionale degli edifici».

L’atto di indirizzo al governo suona come musica celestiale alle orecchie di tutti i laici, specie di quelli che hanno visto le proprie scelte di destinare l’otto per mille allo Stato beffate dal governo di turno, per dirottare 80 milioni di euro al finanziamento di guerre “umanitarie” ( Iraq, missione antica babilonia, finanziaria 2004), o ancora per coprire i mancati introiti Ici o fare un cadeau al vaticano in momenti di scarsa sintonia (governo Berlusconi, dicembre 2010). In fondo, se lo Stato, come recita l’articolo 47 della legge n. 222, destinasse realmente gli introiti per interventi straordinari per la fame nel mondo, calamità naturali, assistenza ai rifugiati e conservazione dei beni culturali, a nessun laico verrebbe in mente di accogliere l’appello di Micromega di firmare per i valdesi, per quanto simpatici possano essere i seguaci di Valdo.

Ma dopo aver sentito i commenti e le previsioni di tecnici e politici sulla reale portata di questo provvedimento, gli entusiasmi cominciano presto a spegnersi. Tanto per cominciare, trattandosi di un atto di indirizzo rivolto al governo non necessariamente si tradurrà in legge: e infatti è più una raccomandazione che un vero atto vincolante. Inoltre occorre capire se la destinazione all’edilizia scolastica sarà una vera e propria opzione (l’ottava) alternativa allo Stato, alla Chiesa e alle altre confessioni o, come sembra più probabile, una ulteriore finalità sociale da aggiungersi a quelle sopra citate ma sempre all’interno della quota di competenza statale. Infine, domanda cruciale, come deve intendersi l’espressione “scuola pubblica”? e perché non si è detto, invece, scuole statali, provinciali e comunali, così da sgombrare il campo da equivoci e interessate interpretazioni, basate sul fatto che anche le scuole paritarie sono, a tutti gli effetti inserite nel sistema scolastico e quindi anch’esse “pubbliche”? Anche tra la maggioranza e i cattolici pare esserci qualche dubbio. Se il sottosegretario Giovanardi dopo il voto si dispera perché a suo parere verrebbero penalizzate le scuole che chiama private, e si riferisce a quelle cattoliche che gli stanno particolarmente a cuore, di avviso opposto sono tra le file dell’Udc la coppia Buttiglione e Binetti, che vedono invece nel riferimento alla scuola “pubblica” il cavallo di troia per finanziare finalmente (e forse principalmente) la scuola cattolica, «tanto penalizzata dai recenti tagli», aggirando così il divieto posto nella Costituzione.
Giuseppe Ancona
(continua su http://www.cronachelaiche.it/2011/09/scuola-pubblica-nellotto-per-mille-svolta-storica-o-fuoco-di-paglia/)

Dall’aeroporto di Taranto-Grottaglie solo voli mistici

5 settembre 2011

boeingA poche decine di chilometri da Taranto c’è l’aeroporto di Grottaglie Marcello Arlotta che dal 1999, quando venne utilizzato per la chiusura di altri scali pugliesi per la guerra del Kosovo, non ha voli civili regolari: funziona infatti solo come cargo merci e per voli executive.

Da anni comitati di cittadini, imprenditori e operatori turistici chiedono che si organizzino collegamenti regolari con Roma e Milano e non c’è candidato politico locale, consigliere comunale o europarlamentare che nella propria campagna elettorale negli ultimi anni non abbia promesso la riapertura dell’Arlotta ai passeggeri, in alcuni casi annunciando temerariamente anche gli orari previsti per i collegamenti con Fiumicino.
Potrebbe sembrare a prima vista la solita battaglia campanilistica per ottenere un’opera inutile o dispendiosa. Ma in realtà il vero spreco è quello di tenere l’aeroporto chiuso al traffico civile, a fronte di una potenziale clientela stimata in 900mila passeggeri per anno, con provenienza anche dalle altre regioni meridionali, come Basilicata e Calabria. Ma l’Ente Nazionale per l’Aviazione civile (Enac) e l’Aeroporti di Puglia cui spetta l’ultima parola rimanda ogni decisione, accampando inadeguatezze strutturali o attribuendo la responsabilità alle compagnie che non sarebbero interessate, avvantaggiando così di fatto gli altri due principali aeroporti pugliesi di Bari e Brindisi.

Da ricordare che nel 2008 per consentire l’insediamento della industria aeronautica Alenia, che a Grottaglie realizza le fusoliere in fibra di carbonio del boeing 747, furono stanziati 200 milioni di euro per la nuova pista (che con i suoi 3200 metri è la quinta in Italia ) e consentire così l’arrivo del cargo boeing 747-400 LCF: nell‘occasione una strada provinciale venne spostata di qualche chilometro.

L’ultima puntata della saga degli annunci è di pochi giorni fa, e sembrerebbe una proposta di quelle che non si possono rifiutare. L’associazione di promozione turistica Tarantovola.it attraverso il suo fondatore Francesco Ruggieri ha infatti annunciato una serie di voli charter con vettore BH Airlines diretti da Taranto-Grottaglie a Medjugorje (aeroporto di Sarajevo). Ma non finisce qui. Oltre all’agognata meta spirituale, «dove la madonna appare quotidianamente», con un accostamento che molti troveranno calzante, il «ventaglio di proposte dovrebbe ampliarsi a Lourdes e Eurodisney».
A giudicare dalla nutrita e plaudente presenza di consiglieri regionali e politici di ogni schieramento alla conferenza di annuncio, c’è da giurare che le presunte carenze tecniche dello scalo, che hanno impedito finora voli passeggeri, spariranno d’incanto per dare spazio a questi voli mistici.

Giuseppe Ancona

(da Cronachelaiche.it)

don Tonino Bello: da santo a santino

2 luglio 2011

Tonino_BelloNella Chiesa di oggi esiste un numero, in realtà esiguo, di“preti che non sembrano preti” (diffuso modo di dire che suona in maniera ambivalente come elogio o critica a seconda dei punti di vista). I più noti potrebbero essere stati in passato don Milani e più di recente i vari don Ciotti e don Gallo, e così via fino ai don Paolo Farinella, don Alberto Maggi o fra Ettore Marangi, questi ultimi molto popolari grazie ai social network. Si tratta nella maggior parte dei casi di uomini di Chiesa amatissimi dai propri fedeli, ma un po’ meno dalle gerarchie ecclesiastiche; capaci di prendere in pubblico posizioni politiche e dottrinali inusuali o non ortodosse, disinvolti nel districarsi tra paramenti sacri e kefiah palestinesi, presenti tanto alla recita del SS.Rosario quanto alla marcia per i diritti dei gay; questi preti fondano gruppi e comunità che si espandono e rivitalizzano chiese e oratori e i superiori, per quieto vivere, sono costretti a chiudere un occhio. Spesso li vediamo in televisione o sui giornali come opinionisti, magari contrapposti ad altri preti “conservatori”.

Madre Chiesa evita da sempre rotture impopolari, per questo se li deve redarguire lo fa in privato, e mostra piuttosto di sopportare pazientemente questi figli scapestrati anziché dare loro fiducia consegnandogli le chiavi di casa: non si sa mai che dimentichino incautamente la porta aperta lasciando entrare persone sgradite. A questa parziale autonomia corrisponde sempre un rallentamento di carriera: non a caso, tra quelli citati nessuno è arrivato (o difficilmente arriverà) a vestire il rosso vescovile o la porpora cardinalizia.

Un caso raro di prete anomalo che invece è riuscito a assumere ruoli di responsabilità è rappresentato dallo scomparso vescovo di Molfetta Antonio Bello, per i suoi seguaci semplicemente don Tonino. Come sia stato possibile che giungesse a tale dignità ecclesiastica e livello di potere (è stato anche responsabile nazionale di Pax Christi ) un prete che, senza alcuna curiale prudenza, era in prima fila contro la guerra e lo sfruttamento capitalistico resta un mistero che qualcuno attribuirà allo Spirito Santo; mentre è più probabile che ciò sia avvenuto grazie a una salda preparazione culturale unita ad un’abilità straordinaria nel tessere rapporti sociali.

Chi lo conobbe racconta come il vescovo di Molfetta fosse un avvincente oratore che sfruttava a proprio vantaggio i mezzi d’informazione, prestandosi con una gradevole fisicità a incontri pubblici e televisivi, disponibile sempre all’ascolto e al rilascio di interviste come alla partecipazione a  manifestazioni pubbliche. Valori universali come Pace, Giustizia, Solidarietà pronunciati con enfasi da un vescovo acquistano sempre un valore aggiunto. E quando non ancora sessantenne il suo fisico venne minato visibilmente da un tumore, continuò instancabile a darsi ai suoi sostenitori compiendo un celebre viaggio sotto le bombe di Sarajevo nell’ex Jugoslavia. In questo c’è qualcosa che lo avvicina a papa Woytjla, anch’egli abilissimo comunicatore fino alla fine dei suoi giorni: esiste uno degli ultimi filmati che ritrae il vescovo pugliese sofferente mentre si affaccia per l’ultima volta dalla sua stanza per salutare un gruppo di giovani che, la notte del suo compleanno, canta per lui nel cortile del vescovado. Una scena simile si vedrà in piazza san Pietro alcuni anni dopo, con i papa-boys.

Quel che colpisce è la crescente notorietà di monsignor Bello anche tra i delusi o scettici verso la Chiesa, nonché tra i militanti di sinistra (tra i quali il suo grande supporter Vendola, anche se questo non stupisce granché viste le ultime frequentazioni del governatore).

Dopo la prematura morte nel 1993 le iniziative che portano il suo nome e la diffusione della sua immagine crescono continuamente anche fuori dalla Puglia e dai confini nazionali. Il cimitero di Alessano (Le) dove è sepolto è meta di autobus di pellegrini; nella diocesi di Molfetta i santini di monsignor Bello sorridente hanno ormai scalzato un accigliato Padre Pio; nessuno dal Vaticano sembra avere da obiettare sul fenomeno popolare e l’utilizzo prematuro e forse improprio di appellativi come “santo” o “profeta”.

L’epilogo di questa storia è che il vescovo Antonio Bello è in lizza per divenire beato e poi santo. Facile prevedere che una volta passato attraverso i meccanismi inconoscibili della fabbrica dei santi  poco o nulla resterà delle sue parole dure contro la guerra o di quelle altrettanto sferzanti contro i poteri finanziari ed economici, e gli stessi guerrafondai, speculatori e prepotenti contro cui si scagliava da un altare o da un giornale saranno in prima fila pronti a fregiarsi della sua immaginetta.

Giuseppe Ancona

(articolo apparso su www.cronachelaiche.it) scrivi a info@tarantolaica.it

Croce e ciminiere. La Santa alleanza dell’acciaio

19 maggio 2011

chiesa e Ilvadi Salvatore Romeo (’84)

Ha destato scalpore e persino scandalo la recente vicenda dello “scambio di favori” fra ILVA e Chiesa di Taranto. Se la prima ha finanziato – come d’altra parte fa da diversi anni – le celebrazioni di San Cataldo, l’altra ha ricambiato conferendo il “Cataldus d’argento” a Girolamo Archinà, attuale responsabile dei rapporti istituzionali dell’azienda per la regione Puglia. Eppure questo simpatico do ut des non avrebbe dovuto meravigliare più di tanto. Risale a poco più di un anno fa il contributo che ILVA ha elargito alla parrocchia Gesù Divin Lavoratore per il rifacimento della parte esterna della chiesa. In quell’occasione sia il parroco, Padre Angelo Catapano, sia lo stesso vescovo spesero – com’era normale che fosse – parole di estrema gratitudine nei confronti dell’azienda – Catapano, fra l’altro, è attualmente cappellano di fabbrica del siderurgico. Quest’ultima, d’altra parte, nel comunicato stampa diramato per l’occasione tenne a sottolineare che “i parrocchiani, circa 6 mila, sono in prevalenza lavoratori ILVA, che negli anni di espansione del siderurgico si sono stabilizzati al quartiere Tamburi.” La costruzione della Gesù Divin Lavoratore – soggiunge il comunicato – è infatti iniziata nel 1967 e conclusa solo alla fine degli anni ’60. Questa breve nota ha in realtà grande valore per almeno due ragioni: ci dice quanto antico sia il rapporto fra Chiesa e grande industria (siderurgica) e quale funzione esso abbia svolto e continui a svolgere. Per cogliere almeno un risvolto dell’alleanza fra potere ecclesiastico ed economico il lettore provi a porsi una domanda: quale partito o sindacato vanta al momento 6 mila iscritti in quella parte di città? Una sommaria ricostruzione di questo legame è offerta dall’articolo di Antonio Mariano presente in questo stesso numero. Da esso si evince che in passato la Chiesa ha svolto nei confronti del siderurgico un servizio ben preciso: il controllo sociale della manodopera, che ha visto le istituzioni del mondo cattolico impegnate persino nel campo della selezione del personale. Questa mediazione è declinata con il “raddoppio” e con l’ingresso in fabbrica di nuove leve meno dipendenti dai poteri tradizionali. Oggi la situazione sembra essersi ribaltata.
Le vicende di questi mesi sembrano confermare che, a seguito della privatizzazione, si è fatto un passo indietro di qualche decennio sul piano delle relazioni industriali e istituzionali che riguardano il siderurgico, recuperando metodi di gestione del consenso che sembravano essere stati sepolti dalla stessa secolarizzazione della società italiana. D’altra parte non è un mistero che diverse assunzioni, all’epoca del turn over generazionale, siano state gestite facendo leva su poteri locali. Ma in questo contesto la Chiesa svolge forse anche un’altra funzione, non contemplata dal modello dominante negli ’60.

L’attuale cappellano di fabbrica dell’ILVA è lo stesso Angelo Catapano. Ma per più di dieci anni a curare le anime dei lavoratori siderurgici e delle loro famiglie ci ha pensato don Nino Borsci. Figura carismatica, attualmente parroco di un’altra chiesa dei Tamburi, la San Francesco de’ Geronimo, Borsci è però soprattutto – dal 2001 – direttore della Caritas diocesana di Taranto, incarico di prestigio e di potere. Ma per capire il senso dell’intreccio clerico-industriale non è solo alle attività ufficiali di don Nino che bisogna guardare, bensì alla sua quotidiana opera nel quartiere. Le immagini che ho presenti sono due: la prima è la famosa scena del documentario di Alessandro Sortino su Taranto in cui il fulvo giornalista si avventura nel cuore dei Tamburi, a “parlare con la gente”. Ben indirizzato dalle sue guide locali, i posti che visita sono proprio le due chiese del rione. A Gesù Divin Lavoratore parla con Catapano e raccoglie le impressioni dei bambini dell’oratorio, di fronte alla San Francesco de’ Geronimo invece assiste alla processione in onore del santo. Ed è questo senz’altro il momento più significativo della narrazione. Sortino prova a interrogare i fedeli presenti; quasi tutti hanno parenti, amici o conoscenti che lavorano in ILVA – insomma, il dato rivelato dal comunicato aziendale sembrerebbe valere anche per questa parrocchia – ed è da queste persone che raccoglie le risposte più significative. I più a dire il vero tacciono; i pochi che rispondono replicano il refrain del “ricatto occupazionale”: “meglio il lavoro dell’aria pulita”, dice la signora con malcelato buon senso. L’omertà e la rassegnazione contrastano con la partecipazione sentita alla celebrazione, con le note della banda. Una prova di forza: la Chiesa riesce a portare in strada la gente del quartiere, gli ambientalisti no – come nota amaramente un altro abitante del quartiere.
Ma su cosa si basa questa forza? Mi tornano alla memoria le impressioni dell’incontro che ebbi l’anno scorso con Don Nino nella sua canonica. Eravamo stati “convocati” dopo una nostra inchiesta sul centro per richiedenti asilo gestito anche dalla Caritas, nel quale si mettevano in evidenza diverse inefficienze che il prelato ci teneva a rettificare. Appena entro mi impressiona la quantità di persone che all’interno dell’ampia sagrestia. Tutte sembravano indaffarate, intente nell’organizzazione di chissà cosa… Dovemmo aspettare qualche minuto prima di essere ricevuti nello studio del parroco, a sua volta evidentemente impegnato. Finalmente dentro, la nostra conversazione venne interrotta dal continuo affacciarsi di persone che chiedevano a Don Nino “due minuti”, quasi sempre con un foglio in mano. Don Nino fu molto fermo nel respingerli e continuò
il confronto. Alla fine mi restò l’impressione che la nostra questione non fosse che una delle tante che il “vulcanico” Borsci (così lo definiscono i suoi collaboratori) aveva dovuto affrontare nel corso di quella giornata. Per cogliere almeno in parte l’articolazione delle attività che la Don Francesco svolge basta visitare il suo sito (!). Oltre alla tradizionale Azione Cattolica e al gruppo scout, troviamo: centro sportivo, scuola di ballo, scuola materna, coro parrocchiale, centro di recupero per tossicodipendenti, casa famiglia, persino un gruppo carismatico (credevo esistessero solo fra i protestanti!). Un’attività che nelle città del centro Italia viene svolta dai circoli ARCI o UISP, ormai da tempo trasformatisi in centri polifunzionali. Insomma, la Chiesa è nel quartiere e interagisce attivamente col quartiere. Riformuliamo la domanda posta sopra: quante istituzioni laiche (partiti, sindacati o anche semplici associazioni) sono in grado di fare tutto questo oggi?
Non basta a questo punto brandire la “ragione laicista”, cioè dire che Borsci, Catapano e i preti in generale fanno quello che fanno perché alle spalle hanno un’istituzione potente, l’8 per mille ecc. ecc. Perché sorge spontanea una domanda: i Tamburi non sono lo stesso quartiere in cui fino ancora agli anni ’80 le forze di sinistra avevano la maggioranza assoluta dei consensi? In cui esisteva una socialità operaia strutturata e composita che faceva concorrenza attiva alla Chiesa? Che fine ha fatto questo patrimonio, mentre quello delle parrocchie è cresciuto? E soprattutto, perché si è verificato tale esito?
Da quest’ultimo interrogativo rischierebbe di venire fuori un discorso infinito, che non è proprio il caso di affrontare in questa sede. Però alcune suggestioni le si può esprimere. L’arretramento delle istituzioni laiche ha coinciso cronologicamente con la crisi del mito dell’industria e con l’emergere degli aspetti problematici legati alle grandi fabbriche. Fra tutti questi una posizione di assoluto rilievo è andata assumendo la questione ambientale, che tradotta nei termini dell’esistenza individuale vuol dire: paura della morte precoce e dolorosa. E’ questo il campo su cui la religione come fenomeno umano è nata e si è consolidata. E quanto più l’idea e l’immagine stessa della morte diventa forte, tanto più il potere della religione – e cioè la sua capacità di rispondere ad un bisogno sociale oggettivo – si espande. D’altra parte non diceva Spinoza che “l’uomo libero a nulla pensa meno che alla morte”? E dunque libero non è l’uomo che deve fare i conti quotidianamente con l’ombra della “nera signora”: egli si trova a dover cercare continuamente consolazione per non finire stritolato dall’angoscia e dal terrore che da un momento all’altro la sua esistenza possa essere travolta da un male imprevedibile. E quello che la Chiesa offre non è solo consolazione della coscienza, ma anche “impegno” in tutti i momenti vuoti della quotidianità – quelli in cui, complice la solitudine che caratterizza la quotidianità dell’individuo moderno, potrebbe riaffiorare il pensiero della fine. Il corso di ballo piuttosto che la partita di pallone o la preghiera collettiva sono gioiose alienazioni, che in un quartiere dove l’alienazione “cupa” – quella delle case parcheggio, delle strade continuamente trafficate, dell’assenza di spazi verdi… – è di casa assumono un valore sociale altissimo.
Certo, questo spiega solo in parte il potere sociale della Chiesa in città, perché poi le istituzioni laiche hanno messo abbondantemente del loro nel determinare la situazione corrente. Dopo aver accettato supinamente la privatizzazione del siderurgico, le forze laiche – e la sinistra in particolare – sono rimaste disorientate e stordite di fronte agli atteggiamenti della nuova dirigenza. Nessuno forse si aspettava la delegittimazione dei sindacati, gli atteggiamenti intimidatori nei confronti dei lavoratori che non piegavano il capo (si pensi alla tristissima vicenda della Palazzina LAF), lo sprezzo assoluto verso la città che ha caratterizzato almeno il primo decennio della nuova proprietà. Ma a questa violentissima sfida non è corrisposta una reazione uguale e contraria. Anzi, sindacati e partiti della sinistra hanno assecondato l’arretramento politico dei lavoratori: accettando nella sostanza il nuovo modello di relazioni industriali e ridimensionando la propria presenza in fabbrica e nei quartieri.

Ecco allora che la posizione della Chiesa rispetto alla grande industria non è dettata da mero opportunismo (certo, c’è anche questo). L’alleanza fra Chiesa e ILVA si basa sulla funzione che la prima svolge e che mette a servizio dell’azienda. Essa cura il malessere che quest’ultima produce e di cui nessun altro si interessa. Lo fa alla sua solita maniera, cioè neutralizzando il conflitto, dando risposte consolatorie. Così certo non si risolve il problema – che consiste in ultima istanza nel fatto paradossale che quelle persone sono costrette a morire per vivere – anzi: le false soluzioni lasciano intatta la situazione, creando allo stesso tempo dipendenza. Se pregando il male non passa il prete dice che non si è pregato abbastanza: è un trucco che va avanti da migliaia di anni, ma è proprio questa la radice del potere delle religioni. Ma non basta dire che è tutta un’illusione per vedere finalmente la ragione trionfare; se non ci sono altre soluzioni anche la non-soluzione va bene. Gli uomini, come la natura, non tollerano il vuoto.

E allora che fare? Una prima cosa potrebbe essere smetterla con la propaganda della morte. Le persone che per prime subiscono l’inquinamento non devono sentirsi “deboli”, ma “forti”. Devono sentirsi ciò che realmente sono – e cioè la leva che fa funzionare un meccanismo ben oliato che ogni anno trasforma lavoro e macchine in centinaia di milioni di euro di profitti. Gli operai possono a loro volta “ricattare” l’azienda se smettono di lavorare (lo ha dimostrato la vertenza sul contratto dello scorso anno). Essi non possono sentirsi cronicamente malati e bisognosi di assistenza e di cure; devono essere orgogliosi di sé stessi, della funzione sociale che svolgono e sicuri di poter cambiare a piacimento il proprio destino. Ma questo orgoglio e questa sicurezza non emergeranno fino a quando, oltre a cambiare il registro della “narrazione” che dall’esterno si fa di loro, la società civile che ha interesse a cambiare le cose non lavorerà con gli operai dentro le periferie per costruire nei luoghi di lavoro e di vita una presenza sociale diversa da quella sostenuta dal blocco clerico-aziendale. L’avvenire di questa città è indissolubilmente legato alla volontà che esprimeranno (o non esprimeranno) le 11 mila persone che quotidianamente varcano i cancelli della fabbrica. Taranto, piaccia o no, è principalmente città operaia; e sarà l’azione o l’inerzia di questa enorme massa di uomini a costruirne – o distruggerne – l’avvenire.
Salvatore Romeo
( articolo apparso su www.siderlandia.it 17 maggio 2011)

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