Rimborsi illimitati agli ospedali ecclesiastici: il Tar puglia dice no
marzo 3rd, 2012
La regione Puglia non dovrà retribuire le prestazioni sanitarie erogate da ospedali e case di cura ecclesiastici né risanarne il deficit con soldi pubblici, se i rimborsi eccedono le assegnazioni finanziare originariamente disposte dalla programmazione regionale.
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Puglia, sezione di Bari, ha così deciso con le sentenze n.453 e n.454/2012 del 29 febbraio a seguito di una richiesta di circa una decina milioni di euro da parte della Azienda sanitaria Pia fondazione di culto e religione “Card. G. Panìco” di Tricase: l’ospedale aveva impugnato alcune determine della regione Puglia che riconoscevano solo una parte delle prestazioni erogate, entro i limiti di spesa preventivati e non un euro in più.
Una decisione questa che farà discutere, destinata ad avere inevitabilmente un approdo in Consiglio di Stato e che ribalta altri orientamenti di segno opposto dello stesso Tar pugliese. Gli ospedali ecclesiastici, in quanto appunto privati, non sono dunque equiparabili a quelli pubblici e non entrano a far parte del Servizio Sanitario Nazionale: questo in sintesi il ragionamento seguito dalla II sezione del Tar pugliese.
Si riafferma che gli ospedali di proprietà di fondazioni, confraternite, enti ecclesiastici tra cui l’ospedale Panìco di Tricase, sono per l’appunto soggetti privati: prova di ciò viene dal fatto che sono svincolati da ogni controllo pubblico nell’organizzazione, negli acquisti di macchinari e beni, nel decidere il tipo di prestazioni da erogare e infine nell’affrontare materie come interruzione volontaria di gravidanza, contraccezione, obiezione di coscienza.
I giudici amministrativi di Bari richiamano quindi il principio affermato all’articolo 32 della Costituzione secondo cui la tutela della salute dei cittadini è fondamentale compito e funzione dello Stato e delle Regioni e si realizza attenendosi ai tetti di spesa programmati per legge.
Sembra così allontanarsi dalla Puglia il modello lombardo di Roberto Formigoni, nella cui regione, invece, l’erogazione diretta di prestazioni sanitarie da parte delle Aziende pubbliche è marginale mentre i grandi gruppi economici come la Cir di De Benedetti e il gruppo Rotelli (ora anche proprietaria del San Raffaele) detengono il monopolio della salute sempre con spese a totale carico della Regione Lombardia.
Secondo quanto affermato nella decisione, in circostanze particolari le strutture private potranno concordare con la Asl il rimborso di ulteriori prestazioni da porre a carico del Servizio Sanitario Nazionale, derogandosi ai limiti derivanti dalla programmazione nazionale e regionale (cosa che è già successa con l’istituto di San Giovanni Rotondo “Casa sollievo della sofferenza” ).
Si attende di vedere cosa accadrà per gli altri ricorsi ancora pendenti e provvisoriamente decisi in senso opposto e se la recente decisione verrà o meno confermata in Consiglio di Stato: le somme in gioco nella vertenza nella regione amministrata da Nichi Vendola variano, a seconda delle stime, dai 400 ai 500 milioni di euro e riguardano gli anni passati. Infatti anche l’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” della città di padre Pio e il Miulli di Acquaviva (entrambi di proprietà ecclesiastica) reclamano fondi extra tetto per ripianare i propri deficit, chiedendo di essere in tutto ”equiparati” agli ospedali pubblici e quindi anche nella situazione in cui non riescano a pareggiare i propri bilanci. Non se la passa meglio la Regione Lazio con un contenzioso di circa 600 milioni di euro con il policlinico Gemelli e le ipotesi ventilate di riduzione di posti letto.
E’ di pochi mesi fa la vicenda del presidente pugliese Nichi Vendola che sosteneva (ed era sul punto di concludere) l’accordo con lo scomparso don Verzè e la sua Fondazione San Raffaele che avrebbe privatizzato l’intera sanità a Taranto, altro capoluogo di provincia pugliese, creando un polo d’eccellenza a discapito degli ospedali pubblici esistenti in città. Ma l’operazione non andò in porto perchè ci furono dei giudici, precisamente quelli della sezione fallimentare di Milano, che ebbero qualcosa da dire sulla solidità e trasparenza del colosso, poi rivelatosi dai piedi d’argilla.
(G.Ancona www.cronachelaiche.it)











