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Valdesi: quegli eretici cugini di san Francesco

ottovaldesePastore Winfrid Pfannkuche, quanti fedeli conta la Chiesa Valdese di Taranto, e da quanti anni esiste?
«La chiesa fu fondata nel 1894. Un soldato della Marina proveniente dalle valli valdesi in Piemonte si portava in tasca una Bibbia. Leggendo la Bibbia è difficile rimanere soli… Oggi, dopo le forti ma continue emigrazioni verso nord, siamo comunque ancora una buona cinquantina».
È iniziata la campagna pubblicitaria per ottenere la sottoscrizione dell’otto per mille sulla dichiarazione dei redditi; quante sottoscrizioni vengono destinate all’Unione delle chiese metodiste e valdesi in Italia?
«Più di quante meriteremmo. Siamo 20.000 membri di chiesa. Tolti quelli che non possono dichiarare redditi arriveremmo forse 15.000 firme di casa propria. Se non vado errato, lo scorso anno le firme hanno superato la soglia di 400.000. Comunque da alcuni anni è in costante crescita. Gli italiani ci  vogliono un po’ bene e ci danno la fiducia».
Come vengono utilizzati i fondi raccolti?
«La metà va nel cosi (mal)detto “terzo mondo”. L’altra metà viene utilizzata per progetti in Italia. Quest’anno godono di priorità tutti i progetti che combattono il femminicidio e promuovono la cultura della parità di genere. E sempre vale: non un euro per le spese di culto, ma soltanto progetti sociali e culturali. Pazienza per noi pastori. Ma è più corretto così».
La chiesa Valdese è impegnata nella campagna per il testamento Biologico insieme ad associazioni come la Luca Coscioni e Insieme per Eluana.  Cosa pensa della libertà di scelta in caso di cure inutili e dell’alimentazione e idratazione forzate?
«Siamo impegnati insieme pur partendo da posizioni molto diverse. Noi non crediamo nel libero arbitrio né nell’autodeterminazione dell’uomo. Fin dalla nascita siamo piuttosto molto condizionati. Determinati da Dio. Ma quel Dio è il Dio del patto e della libertà, colui che ci vuole liberi partner in dialogo con lui. Per quanto riguarda cure “inutili” e “forzate” la domanda precede già la mia risposta. Se vogliamo addentrarci ancor più nelle questioni etiche estreme, come approccio basilare al tema, direi parafrasando Bonhoeffer: se stacco la spina sono colpevole, se non stacco la spina sono altrettanto colpevole. Ergo: sono colpevole davanti a Dio, al quale devo rispondere assumendomi la responsabilità della mia scelta. Nel campo etico risposte assolute sono da evitare. Le nostre scelte restino relative. In senso del termine relativo: in relazione con gli altri e – per me credente – con Cristo. Che faresti tu, se fossi in me – e io che farei, se fossi in te?».
Qual è la vostra posizione sulle unioni omosessuali?
«Nella nostra recente decisione di benedire coppie dello stesso sesso le chiamiamo un “rapporto interpersonale ed affettivo del tutto analogo ed equivalente a quello della coppia eterosessuale”. Condividiamo l’autorevole voce dell’OMS che definisce l’omosessualità “una variante naturale della sessualità umana”. Mentre leggiamo la Bibbia non in senso letteralistico, bensì storico-critico. Certo, anche per noi la Bibbia è ispirata Parola di Dio. Ma appunto: com’è fatto quello Spirito di Dio? E’ uno spirito giudicante o uno Spirito di apertura e di compassione? La Bibbia – si potrebbe dire – ha un cuore, quale Gesù Cristo. Non lo dimentichiamo quando una coppia omoaffettiva, convinta di aver ricevuto l’amore come un dono e come un progetto di vita dalle mani del Dio d’amore, chiede di essere benedetta.
La nostra posizione è dunque solidale e di protesta contro una società e una legislazione che continua a negare alle coppie omosessuali il diritto all’unione civile».
Secondo Lei, perché i vertici della chiesa cattolica sono invece arroccati su posizioni opposte e distanti dal modo comune di sentire delle persone rispetto ad entrambi questi temi?
«Bisognerebbe chiedere a loro. Comunque la chiesa romana tende ad assolutizzare, a sacralizzare posizioni etiche. I cosiddetti “valori non negoziabili”, quali la “sacralità” della vita e della famiglia. E’ paradossale: nella “sacrosanta” battaglia per la sacralità della vita, si va a finire nel promuovere una vera e propria cultura della morte. E la cosiddetta “difesa” della sacra famiglia si rivela un efficace antidoto contro una buona politica familiare.
Biblicamente parlando, la sacralizzazione sfocia spesso in idolatria. Desacralizzare, secolarizzare, si potrebbe anche dire: umanizzare rimane un importante impegno dei credenti. In fondo, Dio stesso l’ha praticato in Cristo».
Quali analogie esistono tra san Francesco e il quasi contemporaneo Valdo di Lione, tradizionalmente considerato il fondatore della chiesa valdese?
«Hanno ascoltato la stessa parola di Gesù rivolta al giovane ricco: “Se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutto ciò che hai e poi vieni e seguimi”. E l’hanno cercato di fare. Hanno detto: non basta che ci sia un vescovo, fra l’altro di costumi e ricchezze ambigue, a garantire la successione di Gesù oggi. Io devo rispondere e conformare la mia vita a Gesù in prima persona. Valdo l’ha cercato di fare una generazione prima di Francesco. Entrambi sono stati fatti fuori: il primo dichiarandolo eretico, il secondo facendone il santo dei santi e patrono d’Italia. I seguaci di Francesco si ritrovarono in seguito a presiedere nei tribunali contro i “poveri di Cristo”».
L’attuale capo della Chiesa cattolica, Jorge Bergoglio è il primo papa appartenente all’ordine dei minori francescani e ha assunto il nome di Francesco come il poverello d’Assisi; Lei ritiene che questo Papa migliorerà i rapporti con la chiesa di Roma?
«Non lo so. Non so se i rapporti fra protestanti e cattolici migliorino con un papa “buono”. Probabilmente sono più buoni con un papa “cattivo”. Perché la garanzia di rapporti difficili resta comunque l’esistenza del papato stesso: per gli uni garanzia dell’unità, per gli altri garanzia della divisione. Il vescovo di Roma è francescano, ma anche gesuita. Studiando a Roma frequentavo sia francescani che gesuiti. La mia impressione – un po’ generalizzata e perciò errata – era che, mentre i francescani sono inizialmente molto aperti e alla fine irremovibili, i gesuiti appaiono talvolta difficili e scontrosi, ma in seguito sono capaci anche a delle aperture. Ma tutto ciò non sono che impressioni e suggestioni. I rapporti – se qualcuno prende ancora sul serio questa nobile espressione – miglioreranno dal momento che la chiesa di Roma riconosca le altre chiese protestanti ed ortodosse in quanto tali, direi “del tutto analoghe ed equivalenti” a se stessa. Allora ci si mette attorno a un tavolo alla pari e si può parlare di rapporti veri. Finché uno ritiene di dover stare in alto e al centro, i rapporti sono difficili. E i gesti di un papa “buono” non servono finché la sua posizione reale, al di là di quella teatrale, non cambi».
(Giuseppe Ancona . Extramagazine del 24.05.2013)

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