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il colore del gatto: la sanità confessionale a Taranto

vendola e don verzèSe dovesse concretizzarsi il grandioso progetto dell’Ospedale San Raffaele del Mediterraneo a Taranto accadrà, caso unico in Italia, che il sistema sanitario di un capoluogo di provincia sarà quasi totalmente privatizzato, passando in larga parte nelle mani di un ente cattolico quale la Fondazione Centro San Raffaele del Monte Tabor di Milano, di don Luigi Verzè.
Molto bene, si dirà, se realmente dovesse sorgere quel “polo d’eccellenza” di cui tanto si parla, quel centro di cura e di ricerca universitaria all’avanguardia non solo in campo oncologico, che eviterà a tarantini e pugliesi viaggi della speranza negli ospedali del Nord.
Di questo progetto, fortemente voluto dal presidente della Regione Nichi Vendola, si parla molto, ma forse non abbastanza.
Politici, sindacalisti, associazioni e mezzi d’informazione mettono in luce gli aspetti teorici, tecnici ed economici dell’operazione, come il costo di 210 milioni di euro, dei quali 60 milioni già stanziati dalla Regione Puglia, o le quote di ripartizione pubblico privato rispettivamente del 51 e del 49%. Si discute anche della contestuale soppressione definitiva di altri due ospedali ( il SS. Annunziata e il Moscati) con la perdita di una cinquantina di posti letto non rimpiazzati, e della variante urbanistica concessa alla società proprietaria del suolo su cui sorgerà il nuovo ospedale (confinante con la cittadella di Motolese, anch’essa nell’holding San Raffaele), che le permetterà la costruzione, di 250 nuovi alloggi in altra zona ora destinata a servizi. Notizie di stampa riferiscono però di qualche problema di bilancio della Fondazione San Raffaele (un passivo di 900 milioni di euro) ma l’impero economico di Don Verzè è comunque solido.
Ma oltre a questi aspetti, importanti certamente, serve domandarsi :è un bene che i futuri camici bianchi (dal primario all’infermiere) del nuovo ospedale, vengano per la fase iniziale assunti e dipendano da un direttore sanitario nominato dalla fondazione cattolica? Quali saranno le direttive impartite?
Diceva Mao Tse –Tung, che non importa se il gatto è bianco o grigio, purché sappia prendere i topi.
Sarebbe così, se non fosse che in tema di salute e di vita, a volte, occorre sapere prima come la pensa il gatto, poiché esistono materie nelle quali le convinzioni personali dell’operatore sanitario possono essere determinanti.
Sarebbe necessario ad esempio pensare a quale sarà tra i medici di Taranto e provincia che a vario titolo graviteranno nell’orbita del San Raffaele, la percentuale di obiettori di coscienza, non solo per le interruzioni volontarie di gravidanza, ma per la somministrazione della RU-486 o per la pillola del giorno dopo (che pure non è un abortivo ma contraccezione di emergenza): per quest’ultima sarà possibile ottenerne la prescrizione al pronto soccorso del San Raffaele? E che dire della nuova legge Calabrò in approvazione alla Camera sul fine vita, secondo la quale al medico o all’equipe medica vengono concessi poteri decisionali straordinari, esclusivamente rimessi alla “scienza e coscienza” del sanitario? È già accaduto con Eluana Englaro, che per il rifiuto a staccare i macchinari da parte delle suore che l’accudivano, dovette essere trasferita dalla clinica di Lecco a Udine, lontano dalla Lombardia di Formigoni, e questo per dare attuazione a una sentenza di una Corte d’Appello della Repubblica Italiana.
Alcuni anni fa una mia conoscente aveva problemi a portare avanti una normale gravidanza: dopo costose cure e visite specialistiche, i medici le dissero impotenti che l’unica possibilità era di recarsi all’estero per utilizzare quelle tecniche di procreazione assistita che la legge 40 vietava loro di mettere in atto in Italia.
Fortunatamente rimase incinta e tutto andò bene; adesso ha un bel bambino, sano.
A chi conoscendo la sua storia, attribuiva il lieto evento all’intercessione di qualche padre Pio, rispondeva sorridendo di essere stata più fortunata di altri, ricordando con affetto quei medici italiani addolorati perché veniva loro impedito di fare il proprio lavoro.
Tanta fortuna, bimbo.

Giuseppe Ancona

articolo apparso su Extramagazine del 13 maggio 2011

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