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La morte del trentesimo monachello

4 aprile 2012

tibet-300x201Pietro Ancona – Cronache laiche
E’ raccapricciante come la vita umana possa essere strumentalizzata ed usata per una causa che viene tenuta aperta soltanto attraverso lo scandalo. Un monachello di appena venti anni, un ragazzo ancora quasi imberbe, si è suicidato in modo orrendo dandosi fuoco per tenere “accesa” la causa del ritorno del Dalai Lama al potere in Tibet. E’ la trentesima vittima da quando è cominciata la campagna dei suicidi che ha lo scopo di emozionare l’opinione pubblica mondiale e di spingerla contro i cattivi cinesi che non vogliono riconoscere l’indipendenza dei tibetani e che non hanno rispetto per la spiritualità di una religione che raccoglie tra i suoi adepti noti personaggi dell’alta società americana ed è di moda nei salotti “culturali” dell’Occidente.
Sarebbe necessario e asuspicabile l’intervento di coloro che hanno il potere di impedire la continuazione dello svolgimento di questo criminale programma propagandistico fatto di immolazioni di giovani incolpevoli e plagiati o costretti da una immensa pressione ambientale psicologica a sacrificarsi.

Non c’è dubbio che i roghi umani hanno una regia assai attenta alla politica planetaria. Non c’è niente di spontaneo nell’autodafè dei giovani che si immolano. Una mente sapiente e criminale predispone il progetto e si tratta di un progetto poliennale che ci farà vedere ancora molti sacrifici, molte immolazioni. E’ anche possibile che si passerà dal sacrificio individuale a quello collettivo, che gruppi di giovani monaci si daranno fuoco insieme per sottolineare ancora di più e meglio la causa di chi vuole tornare al governo di una immensa regione dove è stato esercitato un potere feudale enorme su una popolazione tenuta analfabeta e priva di servizi sanitari in grandissima parte ridotta alla servitù della gleba di potenti monaci che erano padroni di tutto a cominciare della vita dei contadini e degli artigiani.

Questa causa del ritorno del Dalai Lama in Tibet è sostenuta dagli Usa che finanziano attraverso la Cia lo stesso Dalai Lama ed il movimento religioso buddista. Molti monaci sono stati e sono ancora addestrati alla guerriglia, al sabotaggio, alla guerra partigiana nelle montagne del Colorado. Il movimento buddista viene usato per arrecare danno all’immagine della Cina. Ricordiamoci dei giochi olimpici e della staffetta buddista parallela che ne disturbò lo svolgimento ed amareggiò un momento di protagonismo mondiale della Cina richiamando attraverso la potentissima catena massmediatica occidentale l’attenzione sulla causa della “liberazione” del Tibet piuttosto che sulla Cina che finalmente si affacciava alla vista del mondo.

Soltanto gli americani possano mettere fine a questo orrendo dispendio di vite umane. Debbono ordinare al Dalai Lama di smetterla. Il potere religioso non può e non deve estendersi alla vita stessa dei monaci. E’ più facile credere alla volontarietà della morte dei kamikaze giapponesi durante la seconda guerra mondiale che a quella di questi giovanissimi monachelli. Oggi sappiamo che i kamikaze non erano affatto contenti di immolarsi e ci sono testimonianze strazianti di lettere mandate ai familiari in cui c’è tanto rammarico per la vita che si perde. È il caso di approfondire tutte le circostanze in cui maturano questi eventi luttuosi e terribili. In quale clima vivono i monaci predestinati allo autodafè. Perché ad immolarsi sono sempre e soltanto giovani anime innocenti e non stagionati monaci gerarchicamente importanti?
Perché il Dalai Lama non brucia se stesso piuttosto che mandare a morte tanti giovani monachelli?
(autore Pietro Ancona)(www.cronachelaiche.it)

Festa della donna? ma anche no

7 marzo 2012

donne-300x225Anche quest’anno il rituale dell’8 marzo sarà lo stesso. Ci sarà il collega che rispolvera per l’occasione la frase di circostanza «oggi è la loro festa, trattiamole bene», quello che si sente cavaliere e si presenta con rametti di mimosa per tutte, il barista che ti dice «Auguri!» con il sorriso delle grandi occasioni mentre prendi il caffè. E poi la sera i ristoranti pieni di donne di tutte le età finalmente “libere” che, come le colf il giovedì, festeggiano la loro ora d’aria annuale, quelle che solo quel giorno possono concedersi di andare a vedere gli spogliarelli maschili emulando il peggio del peggio dell’altra metà del cielo, quelle che il ramo di mimosa se lo comprano da sole per autogratificarsi della loro sofferta condizione di mamme, mogli, angeli del focolare.
Donne un giorno su 365.

E stride, come sempre, la “festa” con quella che invece è una ricorrenza, la Giornata internazionale della Donna. Quali siano le sue origini tra leggenda e racconti non è ancora chiaro, ma non importa. Quel che è certo è che a partire dal 1909 la Giornata è stata istituzionalizzata a poco a poco in tutto il mondo occidentale per ricordare le rivendicazioni di libertà delle donne, le discriminazioni che hanno subito per millenni, i diritti ottenuti e quelli ancora da conquistare. Al pari di quelle per i Diritti dell’infanzia, i Diritti umani, la Memoria, la Giornata della Donna ha una matrice ben precisa che nulla ha a che vedere con mimose, pizzerie e locali notturni. Ridurla a una festa di sedicente libertà ne svilisce il significato e ci offende tutte, mascherando la realtà dei fatti.

C’è qualcosa da festeggiare per le donne italiane? La risposta la troviamo nelle statistiche ufficiali e nella cronaca nera. Nel lavoro sottopagate (il 17% in meno degli uomini) e sottoimpiegate quando non disoccupate (più dei maschi), o part time e non per scelta. Ma anche licenziate grazie alla abominevole pratica delle dimissioni in bianco, sommersa clausola di assunzione che ha lasciato per strada, solo nel 2010, 800mila donne incinte. La crisi, dice l’Istat nel suo Rapporto 2011 (dati 2010), «ha ampliato i divari tra l’Italia e l’Unione europea nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione delle donne italiane, già per le donne inferiore alla media europea tra quelle senza figli, è ancora più contenuto per le madri».

Oggetto di violenza dell’italico maschio, quello che le vede come gliele presenta la tv, la pubblicità o l’immancabile mamma, le donne sono terra di conquista e articolo sessuale di proprietà. Dall’inizio del 2012 a oggi ne sono state uccise 23. E il trend è in crescita: 127 nel 2010, 137 nel 2011. Mariti o ex, compagni o amanti gli autori della strage. Ma anche “corteggiatori” ai quali la sventurata di turno ha osato dire no. Molte non muoiono, perché la furia bestiale si ferma prima dell’irreparabile, e per puro caso non vengono conteggiate nelle statistiche mortuarie femminili. Si pensi, solo per parlare dell’ultimo mese, alla ragazza aquilana abbandonata in fin di vita dopo un brutale stupro (presunto o meno fa poca differenza) in cui è stata usata una spranga di ferro che forse suppliva ad altre mancanze, o alla genovese incinta sequestrata, violentata e selvaggiamente picchiata con il guinzaglio del cane per tre giorni dal suo ex. L’80% della violenza sulle donne avviene tra le mura domestiche per mano degli uomini della loro vita. Quelli che ne tengono in scacco la vita, le scelte, la libertà. E L’Italia è uno dei pochi paesi che ancora non hanno fissato un piano di attuazione della risoluzione Onu sulla violenza sulle donne in regime di pace, di guerra o di post conflitti.

E se questo ancora non basta a quelle che si preparano per la “festa” e sono fiere di ricevere auguri e rametti di mimosa, potremmo ricordare loro cosa cos’è l’autodeterminazione e cosa significa, dopo le grandi battaglie degli anni Settanta, lasciarsela scippare da chi da una parte le usa come oggetti da vetrina e dall’altra cerca di impedire loro di esercitare in modo responsabile quella libertà sessuale di cui la vetrina fornisce un grottesco surrogato. Paradossale? Non in Italia, dove si usa un paio di generose tette anche per vendere un detersivo ma parallelamente la battaglia contro la legge 194 sull’aborto è diventata guerra di trincea mentre aumentano i paletti su aborto chimico e contraccezione di emergenza. Puoi – anzi devi – venderti ma non puoi gestire il tuo corpo perché non ti appartiene.

Se nonostante ciò, care signore, volete ancora festeggiare, sappiate che andate solo a rafforzare questo perverso modello. Se pensate che basti un minigonna e una serata fuori dalle righe per essere libere, vi hanno fregato. E con voi tutte noi.

Cecilia M. Calamani ( www.cronachelaiche.it)